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venerdì 20 febbraio 2026

Davanti al Re - mia ultima lettura

 


Comprai questo libro parecchio tempo fa, andando a sentire la presentazione con la presenza dell'autore e ovviamente facendoglielo firmare. Iniziai a leggerlo, ma lo piantai li. Dopo un po' lo ripresi da capo usando la tecnica simile a quella che descrivo qui, essendo per certi versi un testo con una struttura analoga. Uno spicchio al giorno: Introduzione, 28 capitoli, postfazione. Un mese di lettura.

Che dire? Il mio giudizio coincide con certe frasi contenute della postfazione scritta da Mons. Camisasca, di cui riporto alcune frasi .

Vincent (l'autore) è un uomo di frontiera. Avendo sperimentato in sé stesso molte frontiere dell'umano, è calamitato dalle vite di frontiera: i malati fisici e psichici, gli abbandonati, coloro che sono nelle tenebre o nella luce misteriosa della vita che si spegne […] È sempre affascinante ascoltare questo prete anche perché non sai mai dove lui ti condurrà, su quali strade verrai portato Egli non corre certo il rischio del discorso banale e neppure è preoccupato di risualtare gradito. […] Non si perde tempo ad ascoltarlo.

Lettura consigliata, con la tecnica di uno spicchio al giorno .


domenica 11 gennaio 2026

Mia ultima lettura - Veramente divertente!


 Dopo qualche lettura impegnativa ho preso in mano un libro che ho trovato veramente comico, anche se di una comicità un po' macabra che va spiegata. 

Si tratta di "Avventure postume di personaggi illustri" di Alajmo e Carapezza. Sono vari racconti sulle vicissitudini delle spoglie mortali di personaggi illustri. Io sapevo della triste fine del corpo mortale del povero Tommaso d'Aquino, ma la sua storia non è citata, forse perchè nel medioevo essere smembrato da venditori di reliquie, era una storia banale. Tra i racconti citati conoscevo quello di Papa Formoso, il cui cadavere venne disseppellito, processato e "condannato" ad essere gettato nel Tevere. Non sapevo però come sarebbe andata a finire e l'ho letto nel libro.

Se il periodo di papa Formoso è un periodo fresco di invasioni barbariche, calato nel più buio medioevo, colpiscono i casi che avvengono in piena cultura scientista, positivista (Bentham, Mazzini...) e addirittura Lenin.

 L'elemento che emerge è quanto siamo fragili e quanto siamo desiderosi di qualcosa in più. Le situazioni surreali che emergono sono anche segno di questo paradosso esistenziale che vorrebbe essere risolto, usando una metafora americana - che ha molti riferimenti in campo tecnico scientifico (bootstrap)  - nel "reggersi ai tiranti dei propri stivali"

Un racconto che mi è davvero piaciuto molto è quello sulle spoglie di Pirandello, perchè immaginavo degli amici siciliani, sia nella scena del'aereo, sia nel cercare di convincere il vescovo (che siciliano non era...) Non anticipo altro....


venerdì 13 giugno 2025

Sic Transit Gloria Computātōriōrum – 5 puntata

 

Questa citazione tratta da "Il crollo di Babele" di Paolo Benanti (testo che consiglio a chiunque!) mi ha fatto tornare alla mente la mia giovinezza. Come i miei più fervidi followers sanno, io non avevo nessuna intenzione di occuparmi di informatica ma sono stato costretto dalle pressioni indecenti della falsa invalida e del tangentista raccomandato da un massone che volevano anche i miei soldi per i loro culti idolatri. Eppure lo studio universitario non è stato spiacevole perchè ho incontrato docenti come Renato De Mori, Piero Torasso, Attilio Giordana ed altri che interpretavano l'approccio con l'informatica in modo "californiano" e rendevano la materia un'avventura affascinante. Il problema fu quando iniziai a lavorare, dove gli ambienti erano di persone "con una forma diversa di disadattamento e disagio" cioè dei "mamma dammi la pappa!" gente che, come pensavano anche i due che mi avevano chiuso ogni altra prospettiva, credeva che l'informatica fosse quello che agli inizi del XX secolo alcuni pensavano osse l'aviazione: un modo per diventare ufficiali senza aver fatto l'accademia. Gente che voleva "farsi valere" e soprattutto guadagnare. Poi verso la metà degli anni '90 con la chiusura dell'Olivetti, i torinesi dovettero ricredersi, ma quella è un'altra storia.
Ovviamente non tutti erano così - ho fatto anche incontri con persone validissime, ne racconto qui, ma per intanto il clima era quello

domenica 1 giugno 2025

Il Crollo di Babele – Antiqua et nova


 In un lasso piuttosto lungo, perché in questo periodo non ho avuto molto tempo, ho letto, quasi in contemporanea due testi: entrambi trattano di “tecnologie digitali”, sebbene con obiettivi diversi.

Antiqua et nova è un documento del magistero della Chiesa, che pone in evidenza le opportunità ed i rischi a cui l'umanità sta andando incontro.

Il Crollo di Babele è un saggio di padre Paolo Benanti, e il tema di fondo potrebbe essere “dalle grandi opportunità di comunicazione che internet sembrava promettere, si è passati alle fakenews che inquinano la comunicazione, al controllo sulla privacy ed altri potenziali guai che l'autore fa intravedere”. Per presentare risposte, ripercorre la storia dalle origini ai giorni nostri.

Anche se in calce a “Antiqua et nova” c'è la firma di Papa Francesco, preceduta da quella di quattro illustri prelati, qualcosa mi dice che lo zampino di padre Benanti ci sia anche in questo testo.

Io che sono molto vecchio ricordo che quand'ero giovane (anni 70 e 80) c'era un numero di morti per incidenti stradali incredibile. Nel 1972 si superò la quota diecimila, ma quasi sempre si superavano gli ottomila l'anno. Oggi, pur senza riduzioni del traffico e pur essendoci ancora troppi morti, da un po' di anni siamo sotto i quattromila. Obbligo di cinture, poggiatesta, specchietti retrovisori laterali e poi ABS, airbag, progettare le carrozzerie tenendo conto anche degli impatti, obbligo di fanali accesi in autostrada, limiti di velocità, test alcolemico, ... senza contare “line warning” ad altri ADAS. Non si è vietata l'auto, ma si è proceduto per un cammino diverso.

Penso che anche le tecnologie digitali debbano percorre un cammino simile.

Quei due testi li consiglio a chiunque, anche se privo di conoscenze tecnologiche, perchè scritti in modo molto piano. Per chi avesse una base informatica “Il Crollo di Babele” è una lettura ancor più interessante! Per chi avesse una visione più umanistico-filosofica, magari potrebbe ampliare il suo spettro (su nessun manuale di filosofia mi pare si citi Bogdanov, che invece nei fatti...)

Da mettere nello stesso scaffale della libreria in cui ci sono “Contro lo smartphone” e “ Nè intelligente né artificiale” ovviamente per capire, non per demonizzare nè cascare nel tranello di un progressismo acritico e irrazionale.

Una postilla. “Antiqua et nova” è un documento del Magistero della Chiesa, ma fino al punto 115 (in tutto sono 117 punti) potrebbe essere condiviso da qualsiasi credente o agnostico (non ateo perchè come diceva don Bonardello e mi pare anche Vattimo, per credere positivamente nella inesistenza di Dio ci vuole un gran fideismo, nè idolatra, perchè questi adorano le opere delle mani dell'uomo!). Al punto 113 afferma  

Oggi, la vasta estensione della conoscenza è accessibile in modi che avrebbero riempito di meraviglia le generazioni passate; per impedire, tuttavia, che i progressi della scienza rimangano umanamente e spiritualmente sterili, si deve andare oltre la mera accumulazione di dati e adoperarsi per raggiungere una vera sapienza

Ma la via per raggiungere una vera sapienza? Al 115 In un mondo segnato dall’IA, abbiamo bisogno della grazia dello Spirito Santo, il quale «permette di vedere le cose con gli occhi di Dio, di comprendere i nessi, le situazioni, gli avvenimenti e di scoprirne il senso 

mettendomi nei panni di tanti agnostici intelligenti e con una certa onestà intellettuale mi domando cosa possa essere per loro la graiza dello Spirito Santo. Mi è venuta in mente un verso di una canzone di Finardi 

E tu lo chiami Dio
Io non do mai nomi
A cose più grandi di me




 

giovedì 10 aprile 2025

Il Guazzabuglio del cuore. - Mia ultima lettura

 


Per la seconda volta mi accingo a fare una specie di recensione ad un libro scritto da una persona amica. L'altra recensione è qui.

Oltre la curiosità di leggere quanto Gian Mario Veneziano ha scritto, ero interessato anche per il fatto che qualche anno fa mi ero messo a rileggere “I Promessi Sposi” e a tirarne fuori un mio commento. La differenza sostanziale col mio commento è che rifacendomi a quanto dice Manzoni stesso nel capitolo 27, [...]ma siccome, per un giusto sentimento di noi medesimi, dobbiam supporre che quest’opera non possa esser letta se non da ignoranti, [...] io ho fatto una lettura sostanzialmente da “ignorante” - da un punto di vista letterario - per finire, tra una battuta cretina e aneddoti vari, in una lettura sostanzialmente in linea a quello che Luigi Einaudi diceva del romanzo. Peccato non aver letto Einaudi prima, o forse meglio così, sono stato più “dësgenà”

Per tornare al libro di Veneziano, invece l'autore è tutt'altro che ignorante, perché Manzoni deve averlo spiegato alle scolaresche non so quante volte in tanti anni di insegnamento.

Il libro è composto di tre capitoli, ma il primo, quello dedicato ai Promessi Sposi, occupa all'incirca il 70% del testo. Inoltre torna al romanzo nel terzo capitolo, quanto parla della madre di Cecilia e di padre Felice Casati. Molto interessante l'analisi della storia, molto interessanti ed istruttivi i collegamenti filosofici e quelli relativi alla biografia del Manzoni, che a me mancavano o almeno non mi erano così noti.

Convengo con l'autore a proposito della figura paterna, positiva nel padre simbolico interpretato da padre Cristoforo nei confronti dei due giovani, ma io ci metterei anche Federico Borromeo nei confronti dell'Innominato, anche se per certi versi coetanei; per lo più negativa nei padri carnali, padre di Ludovico, padre di Gertrude e io ho notato un altro personaggio positivo, ma goffo nel ruolo di padre.

Belle le spiegazioni della notte dell'Innominato e di Renzo che perdona don Rodrigo dopo l'incontro con padre Cristoforo. Chissà quante volte le avrà spiegate in classe! Spero che gli allievi fossero attenti. Io, ai tempi dei Promessi Sposi avevo una professoressa che non valeva una cicca.

Nella mia disamina, quelle due scene topiche le ho saltate, ci sono già troppi commenti e spiegazioni a cui non avrei saputo cosa aggiungere, soffermandomi sulle scene successive, cioè l'Innominato ormai buono, diventa manager del progetto “minimizzare i danni della calata dei lanzichenecchi” e per la seconda ho focalizzato l'attenzione su cui purtroppo spesso si sorvola -Veneziano l'ha solo posticipata - perché incuneata tra due scene chiave, cioè quella del discorso di Felice Casati, personaggio storicamente vissuto, come Federico Borromeo.

Condivido abbastanza con l'autore che Manzoni non ha una lettura ideologica con i buoni di qua ed i cattivi di là ed happy end finale, ma le persone hanno la loro complessità e dinamica. (Nel mio sottotitolo parlo anche di Complex Systems tra le pagine del romanzo)

Non condivido però il titolo scelto da Veneziano, a meno del fatto che possa essere esteso a tutti i personaggi manzoniani, in primo luogo Renzo e Lucia, e anche a Manzoni stesso. Perché insieme a donna Prassede e al conte Attilio (personaggio che Veneziano non cita) il padre di Gertrude è uno dei pochi staticamente cattivi. Il suo attimo di affetto nei confronti della figlia mi sembra quello del padrone del cagnolino quando capisce che il cagnolino ha imparato a non pisciare più in casa o gli riporta il bastoncino lanciato, non certo perché ne riconosca il mistero del suo destino di essere umano.

Gli altri capitoli sono dedicati ad altre opere, di cui alcune ho una conoscenza scarsa o nulla, quindi per me novità. Qualcosa da imparare.

L'altra opera che conoscevo di cui Veneziano parla è “Cinque maggio”. Un'opera in cui mi riconosco. Grave dirlo perché pensare di essere Napoleone è un topos abbastanza frusto del pazzo. Ma io mi riconosco solo in due punti. Ne riparlerò in seguito. Su uno però Veneziano offre un'interpretazione mai sentita a scuola.

“Cadde la stanca man” viene interpretato

“Il non saper scrivere le proprie memorie è simbolo dell'incapacità di Napoleone di cogliere il significato ultimo della sua esperienza di uomo e di condottiero...”

Per me invece, quando mi sono trovato quasi sessantenne in cerca di altre occupazioni, nello scrivere il CV a volte mi cadeva la stanca man. Ma di questo ne riparlerò spero entro il 5 maggio.

domenica 9 marzo 2025

Commento a due articoli - 3 parte

Continuo i miei commenti sul secondo articolo dei due molto interessanti pubblicati su "La Civiltà Cattolica" .

L'articolo spiega come questa eresia si sia diffusa anche oltre oceano, in Nigeria, in America Latina ed addirittura nella Cina Comunista.

Quello che vorrei sottolineare è come purtroppo questa eresia si fosse diffusa negli anni 50 e primi anni 60 anche in Italia e non attraverso sette bibliche finanziate da telepredicatori, ma si sia infiltrata dentro la Chiesa Cattolica stessa.

Il milieu culturale in cui sono cresciuto è purtroppo quello.


Contesto: ceti urbani, quindi lontani dalla religiosità tradizionale contadina, con i riti delle rogazioni, culto dei santi protettori dalle calamità naturali, santuari, ecc. ma era un ceto che doveva reinventarsi una nuova identità. Ceti piccolo-borghesi, generazione che era stata bambina o molto giovane durante la guerra e si era affacciata alla vita nel dopoguerra. Il dopoguerra portava con sé due elementi: grandi opportunità economiche per la “ricostruzione” e le elezioni del 1948 con una grande divisione tra “il fronte” e la DC. Premesso che con il senno di poi è meglio che il fronte non abbia vinto, questa vittoria ha portato in quella generazione un'associazione d'idee perversa:

Cattolici = DC = anticomunismo = Scelta Atlantica = USA = vittoria, perché siamo dalla parte giusta sia contro i fascisti, poveracci, che contro i cattivi comunisti.

E poi ancora USA = Ame­rican way of life = consumismo = film americani = possibilità di progredire cioè possedere la casa, la macchina, elettrodomestici, TV che ribadiva i messaggi consumisti, ferie, bei vestiti, ecc...

Essendo piccolo-borghesi erano spesso impiegati che avevano una valutazione individuale data dall'azienda, quindi erano individualmente in competizione ed assolutamente lontani dalla solidarietà di classe che era una cosa da “comunisti”.

In questo ragionamento si calava bene quanto dice l'articolo:

In alcune società in cui la meritocrazia è stata fatta coincidere con il livello socio-economico senza che si tenga conto delle enormi differenze di opportunità, questo «vangelo», che mette l’accento sulla fede come «merito» per ascendere nella scala sociale, risulta ingiusto e radicalmente anti-evangelico.

In generale, il fatto che vi siano ricchezza o benefici materiali ricade ancora una volta sull’esclusiva responsabilità del credente, e di conseguenza vi ricade anche la sua povertà o carenza di beni. La vittoria materiale colloca il credente in una posizione di superbia a causa della potenza della sua «fede». Al contrario, la povertà lo carica di una colpa doppiamente insopportabile: da una parte, egli considera che la sua fede non riesce a muovere le mani provvidenti di Dio; e, dall’altra, che la sua situazione miserabile è un’imposizione divina, una punizione inesorabile accettata con sottomissione.

Ma per ovviare a questa situazione, anche se non di povertà, ma almeno di impossibilità di correre su queste scale in salita, allora ecco le scorciatoie: raccomandazioni e piccole disonestà tollerate dalla società di allora.

Molte realtà di chiesa torinese, si erano trovate a “benedire” questa eresia, magari spaventate dai baffi di Stalin o comunque prive della sensibilità tale da coglierne l'errore.

Poi tutto questoatteggiamento è stato travolto, grazie a Dio, a partire dal Concilio.

Ci sono stati in campo cattolico molti critici, i “cattolici del dissenso” ma hanno criticato gli effetti, cioè posizioni poco etiche, come giustamente poteva fare qualsiasi agnostico,  senza scavare a fondo su cosa invece fosse alla base del cristianesimo. 

Ora mi sembra che la Chiesa abbia preso in mano saldamente il timone per lasciare marginali queste situazioni e d'altra parte le corsa sulle scale del consumismo ha dentro di sé delle forze di auto-distruttività che non la possono fare durare.

Penso di aver già toccato questi argomenti ed infatti ci sono anche molti link a post precedenti. Ma essermi trovato in un contesto simile è un tema che ha avuto un grande peso per la mia esistenza

domenica 16 febbraio 2025

L'Identità Europea - Mia ultima lettura

 Ho letto questo libro perché conosco l'autore che pur con grandi differenze di età e di situazione sociologica, considero un amico.

Sono seicento pagine che spaziano dall'antica Grecia al 1914. Ma non è un testo di storia, anzi un po' di storia bisogna conoscerla per non perdersi. Nemmeno un testo di filosofia, seppur tocchi il pensiero nella sua evoluzione storica, né di letteratura seppur di letterati ne compaiano molti, e nemmeno di arte seppur ne parli in più circostanze e, questo a suo favore, un'arte giustamente considerata è la musica.

Non mi piace molto il titolo, perché ritengo l'identità europea come qualcosa di poco unitario: in questo testo compaiono molti 'mattoncini del lego' ma ne mancano altri. Salta Verdi, salta il fenomeno dei carnevali, e qualcosa in più sulla riforma e controriforma non mi sarebbe spiaciuto. Eppure anche aggiungendo paragrafi non sarebbero mai abbastanza ed un disegno univoco non sarebbe mai leggibile con chiarezza.

Con tutto ciò il libro è stata una lettura interessante. Ho saputo qualcosa in più del teatro greco, di Calderon de la Barca e di Goethe che conoscevo solo come flatus vocis, di Wagner, che comunque non mi ha fatto venire voglia di ascoltarne la musica.

Non si tratta mai solo di narrazioni, ma narrazioni con giudizi. A volte molto interessanti come a pag. 572 sulla musica, alcuni che condividevo già prima, come il fatto che la rivoluzione francese abbia portato a termine un processo di accentramento statuale iniziato con Luigi XIV, altri che presentano dei punti di vista su argomenti a me già noti, ma che non avevo mai esaminato in tal modo. Altri, su argomenti di cui ero ignorante.

Siccome l'autore ha trascorso molti anni della sua vita in attività didattiche, penso che il libro avrebbe potuto intitolarsi “Tutto quello che avrei voluto spiegare in classe ma non ho mai osato farlo” (probabilmente gli allievi non l'avrebbero capito!)

martedì 28 gennaio 2025

Sic Transit Gloria Computātōriōrum – 2 puntata

 In questo post la premessa

La memoria

 Non c'entra nulla questa canzone anche se ogni tanto fa piacere ascoltarla. Veniamo al dunque

Come tutti sanno c'era il linguaggio Assembler, diverso per ogni tipo di Computer ed orientato all'architettura fisica della macchina, ed i linguaggi di livello più elevato (ah! Ah!) del tipo Fortran Cobol, Pascal che in teoria potevano essere scritti indipendentemente dal computer su cui sarebbero dovuti essere eseguiti: venivano dati in pasto a degli appositi programmi specifici del computer ospite che ne leggeva il sorgente e mediante il compilatore produceva il “codice oggetto” ed il linker che creava l'eseguibile. C'erano poi i linguaggi “interpretati” ma non ne parlo ora.

Ebbene supponiamo che in un linguaggio simil Fortran si fosse dovuto definire un vettore di 100 interi e nella diciamo 3 posizione mettere un certo valore, diciamo 47, invece di fare

DIMENSION INTEGER IARRAY(100)

e poi nel codice

IARRAY(3)=47


conveniva fare

DIMENSION INTEGER IARRAY(100)

INTEGER IPIPPO

EQUIVALENCE (IPIPPO, IARRAY(3))

e nel codice scrivere

IPIPPO =47


Trucchetti di questo genere permettevano di avere dei codici oggetto e di conseguenza degli eseguibili di qualche byte più corti, evitando la sgradevole segnalazione : Illegal memory size o simili che rendevano l'eseguibile non eseguibile.

Ora se penso a questi giochetti o altre simile amenità per risparmiare qualche byte di memoria e leggo che si costruiscono centrali elettriche per alimentare data center ... OK questi dati contengono informazioni importanti, che possono permettere di agevolare il lavoro di un ecografista o avvisare gli utenti della strada su intoppi momentanei, ma contengono anche le foto e i video che la casalinga di Voghera fa al suo piatto di risotto ai peperoni o il selfie che il signor Chu Chan Cho si fa davanti al Colosseo, i video di gattini che mangiano…. 

Allora contengano anche le mie considerazioni, poco interessanti per la maggior parte della gente!

martedì 17 dicembre 2024

Lapsus

 

Purtroppo non ho potuto studiare materie legate alla psicologia, ma in certi momenti liberi che capitano di sera, troppo tardi per suonare, ascolto conferenze su Youtube di Recalcati e colleghi. Per questo e anche per i testi letti in gioventù quando ancora mi illudevo di poter dedicare la mia vita a cose che mi interessavano, so benissimo quanta “letteratura” ci sia dietro al “lapsus” foriero di verità inespresse che emergono oltre la volontà esplicita di chi lo nomina. Simile al lapsus ci sono certe battute (Giocomo Contri era un sostenitore di questo!) di cui questo è un esempio.


A prima vista si potrebbe pensare ad un'equivalenza tra matrimonio e morte, ma quello che per me è più interessante è la questione legata al “rito di passaggio.

Come ho già scritto qui, nel libro che mi ha fatto superare le obiezionidel background marxista respirato negli anni di liceo sulla religione, il rito di passaggio era in qualche modo valorizzato, come un qualcosa che faceva capire al soggetto “chi era” nel senso di quale era il suo ruolo con annessi diritti e doveri e che “indietro non si torna”. Il bambino iniziato diventava uomo, con le sue opportunità ed i suoi compiti. Idem per il matrimonio ed anche il trapasso può in qualche modo essere ritualizzato.

Nelle aziende il cui management negli anni 2000 è stato particolarmente influenzato della moda della NLP (programmazione neuro linguistica) tutta una serie di attività si chiamano cerimonie, proprio per sancire l'accadere di certe situazioni (promozioni, inizio/fine di progetti, riorganizzazioni interne, acquisizioni di ordini importanti ecc...) 

"Ecco, io faccio nuove tutte le cose" (Ap 21,5).

Non è male che il Cristianesimo abbia preso anche gli elementi della religione ed usati secondo il nuovo significato, per cui il matrimonio da “cerimonia” diventa sacramento.

Quello che mi sta a cuore - e sui cui si basano i miei “dubbi di fede” quando ciò non è evidente - è dare un significato nuovo al glossario antico. Purtroppo da ragazzo percepivo e ancora oggi talvolta mi è capitato di percepire, solo una rilessificazione del linguaggio della religione intesa come “fatto sociale”, usando terminologie tratte dal cristianesimo.

mercoledì 27 novembre 2024

Hit parade delle canzoni che mi hanno fatto più orrore

 Dopo la hit parade delle canzoni che mi hanno fatto ridere ora ecco quelle horror

  1. Stelutis Alpinis

     (Nontare che cliccandoci sopra non c'è il link come invece c'è nelle canzoni che seguono!)

    Mi facevano e fanno orrore questi fiori concimati dal sangue umano così come oggi mi spaventa l'idea che il pesce che mangiamo, possa essersi nutrito degli annegati nel Canale di Sicilia. Per di più l'idea della continuità dell'individuo attraverso la materia mi sembra legata ad un paganesimo che mi ispira poco.

    Questa canzone ha poi tutti i difetti di altre canzoni che non metto in questa hit parade perché sarebbero troppe:

    1. l'accettazione supina della guerra, come fosse una catastrofe naturale, senza un grido di rabbia seppur sordo come si sente in “Gorizia tu sei maledetta” o “Fuoco e mitragliatrice”. Invece qui niente, anzi, patriottismo.

    2. l'uso del dialetto friulano.

    3. il coro di montagna sattizzato, come diceva Roberto Leydi.

    4. la montagna, luogo che non amo. Non perché sia brutta, essendo il mondo creato da Dio, nessun luogo è ontologicamente brutto, ma detesto la “costruzione” della montagna fatta dall'alpinista urbano a partire degli inizi del XX secolo. Più altre cose personali.

  1. Avanti e ndrè.


    Immaginavo che la zia Evelina prendesse una moneta da una lira – quando ero piccolo esistevano ancora anche se non erano sufficienti a comprare nulla – la spezzasse con i denti e ne desse metà alla bambina. Ma quel che mi atterriva era quel “La vita è tutta qua” ripetuto molte volte. Per un bambino che pensa che ogni giorno si spalanchi per lui un nuovo orizzonte (cose nuove come andare in bici senza rotelle, imparare a leggere ecc...) e immagina inconsciamente lo spettro di possibilità davanti a lui, quel “La vita è tutta qua” era una bacchettata sulle orecchie!

     

  2. Chi non lavora non fa l'amore

    Canzone terribile. A cavallo tra le medie e le superiori. Non avevo chiare idee politiche, ma quello normalmente è un periodo di confusione massima su ogni argomento: il periodo dello sviluppo in cui il ragazzo percepisce che le “proporzioni” sue e del mondo, che aveva appreso nell'infanzia non sono più quelle. Mi pare di aver accennato che facevo fatica ad identificarmi nel ruolo di maschio, non da un punto di vista fisiologico, ma dal punto di vista di quello che la società di allora attribuiva alla mascolinità, giuoco del calcio in primis, che a me proprio non permetteva di esprimere qualità positive. Ora, questa canzone faceva vedere il “maschio” come una specie di bue da fatica – lavora senza porsi domande sul lavoro, perché se uno sciopero c'è significa che qualche ingranaggio si è rotto – e nello stesso tempo uno che non sa dominare gli impulsi del toro da monta. Già mi sarebbe bastato quello per andare in analisi...

  3. I bogianen - Farassino

    L'ho intesa come carica di sarcasmo e se fosse così OK! Una canzone che assegna ad ogni età ruoli fissi nel teatro esistenziale della vecchia piccola borghesia torinese. Un po' terrificante perché il mio milieu famigliare era quello. Diffusa dello stesso cantante, sebbene fosse una traduzione in piemontese da Georges Brassens ad opera dell'on. Fausto Amodei (sì è stato un deputato!), mi irrita anche Barba Michlin per la sua visione della morte come la fine di quella gran rottura di scatole che è la vita. A loro discolpa, queste due canzoni sono le rare nel repertorio di Farassino ad avere un accompagnamento musicale non vomitevole.

  4. Imagine

    Qualche giorno fa girava sui social il fatto che Jovanotti una volta si fosse rifiutato di cantare questa canzone perché non gradiva il “And no religion too”. Ha perfettamente ragione. L'insieme vuoto è un insieme: si è visto dalla storia che l'ateismo di stato è una delle teocrazie più autoritarie. Ma per me questa canzone non ha solo questo difetto. Ipotizza l'assimilazione come forma di convivenza. Omologare tutto ad un unico modello (consumista anni 60!) anziché imparare il rispetto per le differenze altrui. Il papa userebbe la metafora “colonialismo culturale”. Inoltre mi irrita il “living for today” come scrissi già qui. Sentire “living for today” nell'epoca in cui iniziava ad andare di moda l'usa e getta, in cui si continuavano a fare scempi ecologici e debito pubblico ...

  5. Forever Young

    Eseguita nelle feste di compleanno. Mi fa venire in mente che sia una specie di consolazione posticcia. Meglio ricordare le cose fatte buone del passato, ammesso che ce ne siano! 

     


mercoledì 6 novembre 2024

Voglia di lavorare

 Ho notato che da un po' di tempo su linkedin, ricorre, a volte con la giusta ironia, a volte con protervia ignoranza (ma evito di seguire costoro) la frase

“I giovani non hanno voglia di lavorare”

Come “giovane di lungo corso” mi sento interpellato a dire la mia. Due premesse:

  1. essendo finito, mio malgrado, in quello che allora si chiamava “terziario avanzato” ho lavorato in contesti più flessibili, cioè meno tutelati, di quelli cha avevano molti della mia generazione.

  2. la frase me la sono sentita ripetere tante volte da quelli della vecchia generazione. Questa generazione erano bambini sotto il fascismo. Il fascismo per farne forti combattenti ha creato per loro la O.N.M.I. (opera nazionale maternità e infanzia) la G.I.L. (gioventù italiana del littorio) con conseguenti visite mediche, olio di fegato di merluzzo, bagni elioterapici, educazione fisica, ma al momento di essere utilizzabili per ampliare e direndere l'impero, il regime fascista era (fortunatamente!) finito. Costoro hanno fatto la ricostruzione, cioè catastrofi ecologiche e debiti a nostro carico. (ne scrivo qualcosa qui).


Chi di questi ci rimproverava, aveva lui stesso voglia di lavorare? Se sì, chissà perché allora molte categorie sono andate legalmente in pensione con 19 anni 6 mesi ed un giorno? Altri, illegalmente, si sono fatti dare false pensioni di invalidità. Illegalità allora tollerata. Ma anche nei casi "migliori", bastavano 35 anni di contributi oppure 60 anni di età per i maschi o 55 per le femmine per avere la pensione.

Questi vecchi, e anche certi miei coetanei, avano voglia di lavorare? Sì, ma analizziamola questa voglia. Avevano quelle che Kenneth Wayne Thomas nel suo testo chiama “motivazioni estrinseche”. Più lavoro più opportunità di oggetti che in qualche modo sottolineavano uno status: auto più importanti, vestiti più eleganti (soprattutto per la madama) cartoline spedite da luoghi di vacanze e diapositive di viaggi ecc... Oppure, come spiega Manzoni nei “Promessi Sposi” che io riprendo in questa ri-lettura ad uso manageriale, quando la Monaca di Monza si trova ormai in convento contro la sua volontà

Qualche consolazione le pareva talvolta di trovar nel comandare, […]  nel sentirsi chiamar la signora; ma quali consolazioni!

In questo caso avremo una pianificazione di carriera a tanti micro scalini di piramide, perchè la sensazione di salirla diventasse la motivazione.

Io

  • che non credevo molto nel consumismo
  • che vedevo nello sviluppo del software un lavoro non produttivo se gerarchizzato (questo ben prima dell'agilemanifesto e tutto quello che in questi vent'anni si è detto) e non produttivo se si superavano le otto ore giornaliere da un lato e se queste ore erano troppo interrotte e distratte dall'altro...

 passavo per uno che non aveva voglia di lavorare.

E se invece avessi avuto bisogno di motivazioni intrinseche? (oltre alle giuste tutele?)


mercoledì 11 settembre 2024

Canzone triste, beati loro !

 

Domenica scorsa sono stato alla festa del PD perché speravo di incontrare Fausto Amodei. Non pensavo che alla sua età (90) partecipasse ancora ad incontri pubblici. Infatti lui non ha potuto presenziare per motivi di salute, ma Carlo Pestelli ha interpretato molte canzoni legate alla storia di Cantacronache.

Su un punto ho avuto un rigurgito. La “canzone triste” con testo di Italo Calvino e musica di Sergio Liberovici

Una coppia appena sposata faticava a trovare momenti di convivenza e intimità a causa dei turni di lavoro che li occupavano con orari diversi. 

Bello che i borghesi illuminati si commuovessero per le difficoltà anche affettive delle classi subalterne!

Però la situazione mia e di mia moglie nella primavera del 1991 (sposati nel settembre del 1990) era peggiore di quella di quei due personaggi 

“Soltanto un bacio in fretta posso darti / bere un caffè tenendoti per mano.” dice la canzone. Noi nemmeno quello.  Io avevo un lavoro che mi faceva stare in trasferta tutta la settimana. Arrivavo a Torino il venerdì sera e ripartivo il lunedì mattina. Sabato lei lavorava dalle 8 alle 12. Non che la mia trasferta fosse dettata da voglia di carriera, o che mi dessero qualche “benefit” per il disagio. Mi pagavano giusto vitto e albergo, ma non la telefonata a casa (non esistevano i telefonini nel 1991). Non avevo alternative.

Nel 1980, per motivi che non sto a rievocare, ero finito nel cosiddetto “terziario avanzato”. Un modo di lavorare completamente diverso da quello della fabbrica/ufficio tradizionale, ed in questo nuovo contesto potevano sorgere, e sorgevano, forme di sfruttamento molto più sottili, sempre peggiorate nel corso del decennio della "Milano da bere".

Ma né il sindacato né la sinistra tradizionale si accorgevano di quello. Loro vivevano orientati ad un “operaio” tradizionale nella grande fabbrica o all'impiegato nella pubblica amministrazione. Non si accorgevano che da allora in poi i nuovi posti di lavoro sarebbero sempre stati più simili a quelli della “software house”?

Per questo se da un lato la destra propone schifezze inaccettabili, arroganza, volgarità, difesa dell'illegalità (es. condoni) e privilegi, insomma non è un interolocutore da prendere in considerazione, non è che la sinistra sia il punto di riferimento per la difesa dei tuoi diritti, per sperare in un domani migliore ecc... Loro contavano le "tessere" che erano sempre meno e si lamentavano che i giovani erano disimpegnati. Ma che ti tesseravi a fare se i tuoi problemi non venivano presi in considerazione? e il ciclo si chiudeva.

Un dettaglio: la canzone dice anche “Lei s'alzava all'alba/prendeva il tram,” e “Mattina e sera i tram degli operai...” Beati loro che per raggiungere da casa il posto di lavoro avevano il servizio del trasporto pubblico locale. Noi spesso dovevamo usare la nostra auto, non più uno strumento di benessere o simbolo di avanzamento sociale com'era per i nostri genitori (poco più che coetanei di Fausto Amodei) ma un costo in più, un fattore di rischio e di stress!!

mercoledì 24 luglio 2024

Equazione dell'inesistenza di Dio?

 

Premesso che, a partire dal fatto di essere ex-allievo di don Marco Bonardello, sono assolutamente lontano da ogni retaggio positivista che vede incompatibilità tra scienza e fede. Una visione stantia secondo la quale i popoli in uno stadio arretrato si rapportano con la natura tramite la magia, poi fanno un passo avanti nella capacità di formalizzare il pensiero e passano così alla religione. Raggiunta la maturità dello sviluppo storico, che coincide con l'epoca di chi sostiene tali teorie, si volgono alla scienza che permette un rapporto con il reale finalmente adeguato e sgombro da ogni falsità.

Ovviamente questa descrizione che ho riassunto in modo superficiale, descrive essa stessa una visione superficiale.

Ma vorrei fare una domanda. Un europeo colto dei giorni nostri (assonanza dostoevskiana!), che crede nell'esistenza di Dio, spesso interpreta l'Ente Supremo su un modello aristotelico. “Causa Prima” Se così fosse allora

sarebbe l'equazione dell'inesistenza di Dio.

Dio nella sua immensità, nei suoi pensieri che non sono i nostri pensieri, le nostre vie non sono le sue vie, quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le sue vie sovrastano le nostre vie, i suoi pensieri sovrastano i nostri pensieri, è Dio di tutti i modelli di universo che noi abbiamo creato e creeremo, quindi anche il Signore dei paradossi logici, della ricorsività, del multiverso, e di tutti i possibili modelli fisici, filosofici, matematici a venire. 

Altrimenti il rapporto con la Trascendenza non sarebbe che una costruzione filosofica raffinata - non certo arretrata nel processo evolutivo secondo i positivisti colonialisti, nè creata dal potere politico, nè da contorsioni psicologiche - una cosa seria, ma pur sempre una costruzione limitata dal pensiero dell'epoca dei suoi costruttori. Invece per la sua stessa natura, l'essenza di quel che chiamiamo Dio, non può essere limitata dai limiti del nostro sapere.

(spero di non essere accusato di eresia!)


lunedì 19 giugno 2023

Anche lo Yoga non è più quello di una volta

 

Ho lasciato perdere, con molto dispiacere, un corso di yoga che mi ha veramente deluso.

Avevo iniziato a praticare yoga, se ben ricordo, nel 1979 e allora mia aveva entusiasmato. Poi avevo smesso e ripreso ad intervalli di anni. L'ultimo impatto è stato assolutamente sgradevole.

Innanzitutto lo yoga mi aveva colpito per la sua essenzialità, bastava un piccolo spazio ed essere vestiti comodi: ora ci sono i mattoncini, le cinghie... boh? Andaiamo con ordine.

Avevo iniziato yoga presso l'associazione Italo-indiana. I corsi erano tenuti da indiani. Per me voleva dire scoprire un altro mondo e un altro modo di guardare alla realtà. Un modo fuori dagli schemi meccanicistici dell'occidente. Soprattutto era un modo diverso di guardare a quella macchina inefficiente che era il mio corpo: non sufficientemente alta, non sufficientemente veloce, non sufficientemente forte... con lo yoga il mio corpo non era più una macchina ma è parte di me! Una scoperta fantastica! Già da ragazzino, non so per quale motivo, ero stato visitato dal dott. Marcel Hutter. Non che i genitori mi avessero portato volutamente da lui, forse sostituiva qualcuno o rilasciava qualche certificato, infatti non lo vidi più. Il dottore mi disse di non dar troppo peso a quanto dicono di me i genitori, sulla mia inadeguatezza ai loro schemi, di fregarmene. Fu un' illuminazione, la caduta di un peso! Ma fu solo la pars destruens. Lo yoga mi aveva aiutato ad accettarmi, a ringraziare Dio di avermi creato: così. Tutto sommato belloccio.

Non voluti casi della vita, mi hanno costretto a smettere.  Ho poi ripreso lo Yoga molti anni dopo, ma dopo un po' di anni ho smesso perché l'insegnate era troppo attratto dalle varie correnti new age. Era molto bravo come insegnante di yoga, ma guadagnava di più con corsi di rei-ki e altre ciarlatanerie. Nei primi tempi i suoi momenti di yoga erano veramente belli, ma poi scivolava sempre più in digressioni da “rubrica della psicologa” del settimanale di ricette culinarie.

Nella scuola dove insegnava mia moglie si tenevano corsi di Yoga per insegnanti stressati, ma aperti anche ai famigliari. Mi aggregai. Ebbi un'impressione buona, ma il covid pose fine al breve periodo.

Recentemente nuovo corso da un'altra parte e grande delusione. Yoga dei mattoncini. Yoga performante. Ma quello che maggiormente mi lascia perplesso nel nuovo yoga è che mira all'esatto contrario:

Che io sappia Yoga ha la stessa etimologia sanscrita dell'italiano (l'attuale latino) “giogo” cioè unione. Invece nell'ultimo corso veniva proposto di rimanere concentrati su proprio respiro di non pensare a cosa dovrò fare dopo ecc... cioè “staccarmi”. Invece anche i miei pensieri, le mie preoccupazioni, la mia rabbia e la mia contentezza il mio affetto sono tutto parte di me. Non voglio perdere nulla, ma come nel primo yoga, quello degli indiani, valorizzare tutto. E poi perchè staccare? Così l'io-macchina recupererà energie per migliori performance: Blah!

 

 

 

 

mercoledì 1 marzo 2023

Fatui Rancori - Caterina Caselli, antidoto dell'Amaro Cora

 Anni fa avevo iniziato a scrivere una specie di autobiografia, ma strutturara in modo da citare direttamente o indirettamente la musica cosiddetta "leggera" che ha accompaganto la mia infanzia e la mia giovinezza. Ho lasciato perdere, ma alcuni passi li rendo pubblici in questo blog

Caterina Caselli, antidoto dell'Amaro Cora.

Oggi ci preoccupiamo che le immagini di violenza e sesso trasmesse dai media impressionino e turbino i bambini. Giusta preoccupazione. Nei primi anni 60 quel che la TV trasmetteva era passato al vaglio di una fitta rete di censure e autocensure. Eppure ci fu un Carosello che mi causò quasi un trauma infantile: la pubblicità dell'Amaro Cora. La scenetta era interpretata da un'attrice che doveva essere piuttosto avvenente, ma completamente oca. Io che della "donna" in astratto non avevo già una idea molto positiva, forse perché andavo a scuola dalle suore ...omissis... ero sconvolto, terrorizzato all'idea di poter sposare, attratto dalla bellezza, una donna così stupida. Ma il terrore del rapporto con la donna in qualche modo metteva in crisi il ruolo di maschio, ulteriormente penalizzato dalla mia incapacità di giocare e addirittura di capire il calcio, allora il gioco maschile per eccellenza omissis...

Fu sempre il sistema dai media, radio e TV, a lanciare alla mia psiche un'ancora di salvezza... "All'improvviso arrivi tu!" Non posso affermare che a 11 anni fossi innamorato di Caterina Caselli, perché le sensazioni degli 11 anni erano diversissime da quelli che avrei provato qualche anno dopo. Caterina Caselli rappresentava un modello positivo di donna. Bella, ma non una donna fatale, non un donna che attrae ed irretisce. Caterina cantando aveva lo sguardo lungo, non puntava dritto come volesse interpellarti. Mi piaceva la sua voce, la sua carica di vita. Anche Rita Pavone non era una vamp ed era piena di energia, ma aveva l'atteggiamento della classica ragazza più grande rompiscatole che se c'è un gioco cretino lo propone sempre "Su! Su facciamolo tutti insieme! IO sono quella che dice "L'orologio di Milano fa Tic-tac! ...Ah tu ti stavi muovendo!!..."

Caterina Caselli invece era perfetta. Se avessi avuto una sorella maggiore avrei voluto che fosse stata lei.

La sua canzone per me più significativa: "Sono bugiarda". Mi esaltavano quegli accordi di Hammond. Il titolo e poi il testo aprirono la mia mente. Non sapevo ancora cosa fosse un paradosso, ne il paradosso del mentitore in particolare e la riformulazione di questo stesso fatta da Buridano, mai sentito parlare dei Koan dei monaci zen, meno che mai del Terorema di Goedel ed altre piacevolezze, semplicemente la frase "Io sono bugiarda" diede un energico colpo di manovella alle sinapsi che il mio cervello adibiva alla logica.

Il testo: in seguito approfondii questo tema con una canzone strutturalmente analoga anche se più colta, poetica e circostanziata "Il testamento di Tito" di De Andrè.

Posso avere tutte le teorie che voglio, fin che sono astratte. Ma quando "all'improvviso arrivi tu", davanti ad una presenza concreta le teorie vanno a farsi.... La legge, articolo per articolo si può smontare, dimostrare che è ingiusta o inadeguata, solo davanti a "Quel Nazareno”, “quell'uomo che muore/madre ho imparato l'amore”

sabato 27 agosto 2022

Clavais poterbbe diventare una fisarmonica? (1 parte)

 Questo post. molto lungo per cui sarà divisto di più parti, a prima vista tocca temi solo personali, mentre questo blog vorrebbe essere di temi più generali. Non è così, potrebbe essere un'applicazione personale di quello che sociologi psicologi e antropologi chiamano "riappropriazione"


Anno 1962. I miei genitori mi pongono una domanda: "Ti piacerebbe suonare uno strumento musicale?" Siccome ero un bambino abbastanza traquillo, non ho risposto "Si, il tamburo".

Ripeto data e luogo. TORINO 1962: la mia infanzia è stata accompagnata dalle celebrazioni di Italia61. Ricordo ancora l'ovovia per Cavoretto, la monorotaia ma soprattutto la retorica patriottica di quei giorni: addirittura con le marmellatine (se ricordo bene) erano in omaggio figurine con uniformi risorgimentali. Per cui; musica = banda e nella banda i piatti e la grancassa erano quasi ridicoli, la musica la fanno i fiati e tra i fiati quelli che colpiscono la mente di un bambino sono gli ottoni (é oro quel che luce!) "Sì, la tromba!!"    

Delusione!

Mio padre spiegò che con la tromba avrei dovuto per forza suonare con qualcuno, mentre con la fisarmonica potevo eseguire brani anche singolarmente. Ma era proprio in una banda che avrei voluto suonare!

Mia mandre rincarò la dose dicendo che da adulto, quando sarei arrivato a casa stanco e arrabbiato dal lavoro, mi sarei messo a suonare e ogni "stecca" l'avrei dedicata al "capo" che mi aveva fatto arrabbiare.

Io, che sognavo di sfilare con altri, tra ali di folla che applaudiva festante, avrei dovuto suonare da solo, in casa, triste e pure sbagliando! 😢 La delusione fu tale che non feci caso al futuro da impiegato sfigato che i miei genitori si auguravano e progettavano per me. 

Sarebbe stato più onesto dire che nella scuola che frequentavo, come corso extracurricolare facoltativo, c'era una signora che dava lezioni di musica su pianoforte e fisarmonica, e siccome il piano non avevano intenzione di metterlo in casa, se mi andava l'idea di suonare la fisarmonica.

Con tutto ciò mi incuriosiva "decifrare" cosa c'era scritto sul pentagramma, maneggiare l'oggetto, accorgermi che per esempio certe note della mano destra accompagnate da certi bassi della sinistra si "armonizzavano" mentre altre "stridevano" in modo a volte sgradevole a volte divertente. 

Era una fisarmonica Settimio Soprani a 32 bassi. Tre anni dopo, siccome ho una sorella con tra anni in meno,  i miei genitori decisero di fare imparare la fisarmonica pure a lei, cosa che lei detestava totalmente, ma nella loro logica, non volevano fare torti, perchè privarla di quello che avevno offerto a me? Allora lei cominciò con la 32 bassi e mi fecero passare ad una Paolo Soprani a 80 bassi.

Verso i 13/14 anni, nell'epoca dei cantautori, del progressive rock, lasciai perdere. Verso i 20 anni mi iscrissi ad un corso di musica elettronica presso il conservatorio. Altro che fisarmonica!

Le fisarmoniche rimasero chiuse per anni in casa dei genitori. Verso i sessant'anni, stimolato da una rassegna di fisarmoniche che avevo visto a Clavais, la ripresi in mano e, magia! le basi della tecnica non le avevo dimenticate.

Occorreva però un lavoro di "riappropriazione".

(continua)


lunedì 3 gennaio 2022

Facendo pulizia... ho ritrovato

 Facendo pulizia tra le vecchie mail ho trovato un testo che avevo inviato ad un giornalista che allora collaborava con Mario Calabresi affinchè glielo facesse gentilmente pervenire. Di Calabresi avevo sentito un intervento ad una conferenza che in quel momento mi aveva profondamente offeso. roppNon sto a dettagliare il contesto. La conferenza risale al dicembre 2011 quando la ditta per cui lavoravo (Teoresi) aveva deciso di licenziarmi perchè "troppo vecchio". Quando invia quella letter a avevo trovato un'altra occupazione, non molto remunerativa, ma molto più innovativa di quello che faceva Teoresi. Non sto ad aggiungere spiegazioni, ma copio tale e quale con una piccola variazione ad una frase 

Egregio Direttore,

La sera dell'incontro sulla crisi io ero particolarmente teso perché nel pomeriggio avevo la certezza che da lì a pochi giorni, nonostante l'articolo 18, sarei stato licenziato. Per una certa igiene mentale non volevo rinvangare il passato, macerandomi sulle responsabilità altrui nelle mie attuali difficoltà, ma cercavo di guardare il futuro.

Invece il suo intervento quasi mi ha costretto a rinvangare passato e colpe altrui. Il suo giudizio è che non abbiamo conosciuto la fame. La mia storia è in senso completamente contrario.

Era il 1975, ero un ragazzo impacciato ma abbastanza sveglio e pieno di idee. Era l'anno dell'esame di maturità. Per il futuro ero attratto da psicologia, (il funzionamento della mente umana!), ma anche da giurisprudenza, affascinato dall'idea di fare rispettare la legge in quel periodo particolarmente duro.

I miei genitori si opposero durissimamente. Secondo loro dovevo dedicarmi all'informatica, così avrei trovato facilmente lavoro. Io obiettavo che sarei stato disposto ad una vita anche sobria pur di fare delle cose che mi avessero interessato “Tu non hai provato la fame!” era il loro refrain.

Così per evitare una fantomatica fame che avrei affrontato volentieri per realizzare il mio “sogno”, dovetti per forza studiare informatica. Purtroppo ce la feci, a causa anche dei docenti. Erano personaggi abbastanza, oggi diremmo “destrutturati”: geni strampalati di cui era bello vedere la passione per quello che spiegavano ed in oltre avevano un look West-Coast che li rendevano ben lontani dalla seriosità accademica o peggio, degli ingegneri! (almeno la maggior parte di loro).

Taglio alcuni particolari, ma quando Lei parlava della gioia del taxista pakistano per la laurea della figlia io pensavo alla gioia dei miei genitori per la mia laurea (il primo laureato della stirpe!) ma pensavo che quella ragazza avesse la tristezza che avevo io quel giorno, pensando a tutte le altre attività più interessanti nella vita possibili a cui si era dovuto rinunciare per quella laurea.

L’impatto con il lavoro fu duro, ma mi permise di stare un po' di tempo negli USA (lontano da casa!) e in URSS (professionalmente ne avrei fatto a meno, ma ho da un punto di vista “culturale” è stato molto interessante).

Ma dal 1994 in poi il settore soprattutto qui in Piemonte è in grave perenne crisi, (taglio l'analisi) così per evitare una ipotetica fame, mi trovo “nelle ristrettezze” e senza aver potuto perseguire i miei sogni.

Quindi il mio primo punto è: bisogna saper non temere troppo la fame, e sopratutto rischiare quando si è ancora giovani.

Secondo, per valutare lo sbaglio dei miei genitori: la logica lineare funziona solo nel breve. Se tiro un elastico e si allunga di 5 cm. Se raddoppio la forza verifico che si allunga di 10cm. Ma se la moltiplico per 1000 non si allunga di 5000cm, ma si spezza. Non possiamo ragionare sempre per induzione dall'esperienza, o meglio l'esperienza va costruita tenendo conto di tutte le cause di un fenomeno. Quello che va bene oggi, non è detto che lo sarà domani.

Ma oggi (che un piccolo lavoro comunque l'ho trovato) qual è il mio “sogno”? Ritorno ad un altro punto controverso del suo intervento: la ragazza ligure-nord'africana [una ragazza studiosissima premiata per il suo profitto]. A quella ragazza avrei chiesto: chi sono i tuoi amici? Perché è vero, se una persona è sensibile, più matura della media della sua età, può anche trovarsi a disagio con dei truzzi, ma deve assolutamente saper interagire anche con loro, magari scoprendo che qualcuno proprio tanto “truzzo” non lo è, se non sotto una scorza apparente.

Un istituto internazionale (Standish Group) monitorizza lo stato dei progetti software e da anni solo il 35% circa vanno a buon fine. Raramente la causa è dovuta ad incompetenza tecnica, più spesso è dovuta a motivi relazionali: specifiche di progetto mal formulate, “il cliente cambia idea”, attriti tra clienti e fornitori....

Inoltre la cose che mi ha sempre fatto più soffrire in questi anni di lavoro è l'esistenza del management. Vale a dire: nel cantiere edile il manovale svolge un lavoro tutto sommato semplice, il muratore più complicato, il capomastro deve avere più esperienza e poi il geometra, fino all'architetto. Nell'informatica no: il lavoro anche più a contatto con la “materia” richiede competenze alte, e la gerarchia non ha senso, il livello culturale è alto in tutte le funzioni; sebbene molte aziende informatiche abbiano implementato un modello ad albero dove ai vertici si accede per motivi di look anni 80, amicizie... raramente per competenza. Ma soprattutto le competenze sono “a rapida dissoluzione”, ed è necessario il team per compensare “l'inevitabile ignoranza”.

Nel settore informatico estero questi temi sono sentiti, nel 2001 alcuni “guru” dell'organizzazione si sono riuniti ed hanno elaborato l' “agilemanifesto”a cui si rifanno varie metodologie di lavoro.

Ritorno dunque a quello che è da un lato il mio sogno e da un altro un approccio (non l'unico per carità, non esiste la panacea !) che permetterebbe all'Italia di affrontare meglio la situazione difficile: imparare a lavorare insieme.

Chissà perché in Italia ci sono ottime piccole aziende, artigiani geniali, ma non ci sono più grandi aziende dagli anni 70 (quando il modello piramidale funzionava ancora)? Una delle cause è l'incapacità di collaborare insieme. Ora mi piacerebbe molto diffondere queste metodologie agili, nate nello sviluppo dell'informatica, soprattutto al di fuori del mondo del software. Non ho la giovane età per “rischiare” ma tengo gli occhi bene aperti.

Distinti Saluti

lunedì 16 agosto 2021

Redditi di cittadinanza - Introduzione


In questo periodo, prima che i notiziari e social si dedicassero a notizie più gravi, si era aperta una discussione molto animata sul tema del reddito di cittadinanza. Piccola introduzione:

Nel 1997 circa, dopo anni di lavoro su progetti “chiavi in mano” ebbi la sfortuna di finire in body rental presso la FIAT di via Caraglio / via Issiglio. Ora quegli edifici non esistono più, li hanno abbattuti per farne case ad uso abitativo.

Rimasi nell’azienda che mi aveva mandato lì, solo perché la situazione familiare al contorno era difficile, ma in un contesto diverso avrei detto “O mi cambiate incarico o rassegno le dimissioni” e poi avrei cercato qualcosa in Italia o paesi anglofoni, possibilmente Olanda.

Mi aveva stupito la quantità di tempo sprecato in quel contesto aziendale. Non che fossero fannulloni, ma non concludevano niente per 40 e spesso 50 o più ore settimanali. Non avevo ancora letto “Bullshit Jobs” di David Graeber (lui non lo aveva ancora scritto!) 

Io  avevo classificato tre categorie di nullafacenti più una

I Diluitori

Diluitori perché la loro attività pratica era diluita nel tempo. In una settimana portavano a termine attività che ad una persona normale richiedevano una giornata, max una giornata e mezza. Passavano il tempo in pettegolezzi, riunioni e post-riunioni informali, soprattutto si fermavano a sera fino a tardi o andavano al sabato mattina anche se non si facevano pagare lo straordinario, perché dovevano essere presenti quando “accadevano le cose”. Il loro skill era la dedizione al loro “ramo” nell’albero della gerarchia aziendale che non necessariamente coincideva con l’organigramma ufficiale. Dovevano essere al corrente di dimissioni, assunzioni, promozioni, ristrutturazioni e nuovi progetti che partivano, e loro si attivavano per farne parte, non perché il progetto interessasse: piaceva partecipare ai Kick-off meeting, era un bell’argomento di conversazione per cui pavoneggiarsi. Poi, a progetti avviati, si facevano togliere lasciando le rogne agli altri.

Le bestie da soma

Si beccavano ordini del tipo “per le cinque deve essere pronto XXX e datevi da fare!” Ovviamente era pronto, ma “Ah si boh, vediamo poi domani” e domani “ah non era da fare così, veramente serviva cosà…” Insomma gente che si dava anche da fare, ma per come era organizzata la baracca, quello che facevano non dava risultati adeguati allo sforzo

I Boicottatori

Cioè i capi, quelli che davano gli ordini di cui sopra. Di più: essendo in una struttura meritocratica, cioè basata sul giudizio ad personam, non favorivano il lavoro in team, facendo scoprire tante volte l’acqua calda, creando conflittualità o almeno interrompendo canali di comunicazione tra pari  che avrebbero risolto i problemi "quando erano ancora piccoli"

C’erano poi quelle che io definivo “le mamme" o "donne che lavorano” in cui mi ci mettevo anch’io, poiché se come sesso mi identifico totalmente in quello maschile, come gender, cioè inclinazioni e atteggiamenti che un certo milieu culturale in un certo periodo storico assegna ad un certo sesso, io mi considero più donna. Cercavamo di fare le otto ore giuste, perché a casa ci aspettavano altre incombenze, non un minuto di più, ma in queste ore smaniavamo per completare la to do list delle attività, in modo di aver finito tutto per la sera: ci reandevamo antipatiche.

Mi domandavo che senso avesse per un’azienda che dovrebbe badare agli utili, tenere tanta gente a non realizzare nulla. Ne parlavo con una collega e lei diceva che comunque erano stipendi, quindi famiglie che mangiavano, quindi lavoro per i negozianti ecc… Ma, visto che di fatto la FIAT (al tempo di Romiti) era puntellata dello stato, la stessa cosa poteva ottenersi pagando pensioni a tutti: magari qualcuno nel tempo liberoavrebbe potuto assistere ai vecchi, ai malati terminali o sistemare il verde pubblico spesso degradato ecc..: non è che non ci fosse nulla da fare nel mondo! Perché la società nel suo insieme è disposta a pagare per lavori inutili mentre non ha le risorse per fare quello che serve, anzi quello che serve spesso è fatto dal “volontariato”? (non avevo ancora letto Graeber che ipotizza risposte)

La metafora della buca keynesiana  non mi piaceva. Per pagare uno per scavare buche e un altro per richiuderle, tanto vale pagarli perché facciano nulla, almeno non alzano polvere, non fanno rumore.

Non amo il Reddito di cittadinanza, ma perché, secondo certi commentatori è così grave “sdraiarsi sul divano di casa”e  invece è bene  parlare per ore di Juve e Ferrari, delle corna del ragionier Vattelapesca… purchè nell’opificio?  Il problema è che il valore del lavoro, purtroppo nella società non viene valutato per l’utilità del prodotto realizzato o per il servizio erogato. Allora avevo il sospetto che il primo scopo del lavoro fosse tenere impegnate le masse: come se le elite avessero chissà che coda di paglia e temessero che se la gente avesse più tempo libero chissà quali depravazioni potrebbe compiere.

Sta di fatto che il valore del lavoro nella meritocrazia-individualista di cultura torinese, sta nel sacrificio (bruciare la risorsa tempo nel tempio-azienda): il capo si sentirà nei panni di Dio nel giorno del giudizio e saprà premiare chi avrà sofferto per la dedizione alla cordata inter-aziendale. Mi piacerebbe che costoro si recassero in un ristorante, non gli portassero nulla se non un conto salatissimo da pagare. Ad eventuali rimostranze il cuoco facesse vedere ustioni di olio bollente sugli avambracci, escoriazioni da grattugia sulle mani, dita fasciate per tagli… Ecco ho sofferto tanto, devi pagarmi per questo!

 Ma non è finita qui....