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martedì 6 febbraio 2024

You are old Father William

 

Nel 1979 all'Università avevo seguito il corso di Elaborazione dell'Informazione Non-Numerica, tenuto da compianto prof. Piero Torasso. Quello per lui era il primo anno che teneva un corso universitario. Corso interessantissimo: concetti teorici, metodi, algoritmi ed altri fondamenti di quello che oggi va nel calderone dell'Intelligenza Artificiale. Tesi di laurea sul tema del riconoscimento del parlato. Peccato che, ora di cercare lavoro “il mercato” chiedeva “Ma sai programmare in COBOL?” e altre amenità simili. Oggi tutti parlano e sparlano di Intelligenza Artificiale e io sono vecchio. 

Quando ero giovane consideravo la bicicletta come un mezzo razionale di spostamento per medi percorsi urbani. Più economico e veloce che attendere il tram, più economico e spesso più veloce dell'auto. Ovviamente bel tempo e percorsi diurni. Ero molto criticato per questo. La bicicletta era per molti un oggetto da caricare in auto per giri fuori città. Un altro problema era la cattiva educazioni degli automobilisti. Oggi a Torino stanno facendo ciclopiste. Spesso sono malfatte, ma tant'è! La bici è considerata un mezzo di trasporto per tragitti urbani. Io però sono vecchio!

 Una volta (primi anni 90) in tram incontrai il prof. Leonardo Lesmo, anche lui un giovane docente quando io ero studente e anche lui prematuramente scomparso. Lo salutai; non si ricordava di me, infatti non sono mai stato suo allievo. Chiacchierammo un po' ed il tema cadde su quanti dati si producevano nei processi aziendali, soprattutto se legati al monitoraggio degli impianti e flusso dei prodotti, oppure nei sistemi di controllo ferroviario e venivano letteralmente “buttati” mentre magari potevano essere utilizzati come analisi per la manutenzione preventiva delle singole componenti... oggi i dati sono il nuovo petrolio, e io sono vecchio.

 In una prima fase del lavoro ero scapolo e più che accumualre soldi in un periodo dell'inflazione a due cifre, mi interessava sia lavorare su temi “interessanti”, sia avere del tempo per me. Poi gli inizi del matrimonio non furono “lisci” e ci tenevo avere del tempo per gestire anche problemi famigliari. Cioè volevo fare il più possibile nelle 8 ore (ci stava tutto ed avanzava!) e non diluire il tempo in straordinari non pagati. Facevo anche trasferte che mi pesavano molto. Oggi sento parlare sui social dell'esigenza di bilanciare il lavoro con la famiglia e la vita extra-lavorativa, settimane di quattro giorni, smart-working e simili cose che avrei apprezzato molto. Però oggi io sono vecchio e in pensione

Nel notare un notevole spreco dell'impegno del tempo e della cultura di chi lavorava, soprattutto in un contesto (ne ho scritto qui), mi sono imbattuto nell' agile manifesto, mi sono certificato a mie spese ScrumMaster , ho vinto una copia e recensito Management 3.0 , ma non ho avuto nessuna opportunità di lavoro, finchè non sono andato in pensione. In pensione perchè  io sono vecchio .

Ma c'è di più. Nel lontano 1975 quando la falsa invalida ed il tangentista raccomandato da un massone mi avevano impedito sia di studiare quello che mi interessava, sia di fare un'esperienza a cui avrei tenuto molto, ovviamente ho pensato al suicidio. Quella volta l'idea l'ho superata grazie agli incontri con due “sorelle maggiori simboliche” e anche altri loro amici... ma soprattutto mi sono messo a leggere da Roberto Vacca al rapportoMeadows cioè coloro che sostenevano che “andando avanti così, saremmo finiti male”. Non ero io a dover morire, era questo mondo di merda che sarebbe morto! Oggi è sotto gli occhi di tutti che quelle previsioni “catastrofiste” di allora sono reali: se non proprio così come le prevedevano, forse peggio, anche se il sistema massmediatico le nega o le ridicolizza in un insulso politically correct. Mi sento vicino ai giovani con eco-ansie. Mi considero l'antesignano dei Gretini. Mi sento giovane!

 

domenica 22 maggio 2022

N.O.T.A.V - la caduta di Fetonte

 Come annunciato nei post precedenti, ho rinuciato alla stesura di un mio e-book. Ma il brano che descrive il mito di Fetonte, in modo non proprio ortodosso, voglio riportarlo

Fate luogo” 

Fate luogo voi, la diritta è mia”

Co’ vostri pari, è sempre mia !”

Uffa, qui intorno ci sono tante meravigliose valli dove puoi comprarti unamucca e lì decrescere felicemente. Ma lascia vivere noi !

Tu, dici mucca per alludere alle mie origini? Ebbene sì, caro Fetonte, mia madre fu tramutata in giovenca dall'irata gelosia della dea Hera, poiché della bellezza di mia madre si era invaghito Zeus, padre degli dei e mio padre! Io, Epafo, sono figlio di Zeus. Io, gentil per schiatta torno e tu sei un vile meccanico!

Fetonte rimase ferito dalle parole di Epafo. Pianse in grembo alla madre Climene “Madre, rivelami la mia ascendenza, non celarmi il nome di mio padre!” Grande fu la gioia quando la figlia dell'Oceano, sua madre, gli rese noto cha anch'egli aveva origine divina da parte di paterna. Climene gli narrò che era stato concepito da Helios dio del sole, non dal re Merope, suo padre solamente adottivo.

Allietato dalla notizia di non essere un semplice figlio di re, vile meccanico, ma di avere ben più nobile origine, Fetonte andò alla dimora paterna, ove Helios lo accolse festosamente. Oh improvvida divinità solare, Helios! 

 Helios, perché rovinasti la gioia di aver ritrovato un figlio, con la folle proposta di fargli un regalo? Avresti dovuto fargli un dono che tu, nella tua esperienza, potevi pensare adatto a lui, non certo lasciare al figliolo la possibilità di scegliere: Fetonte scelse male. 

Boia fauss! con tutto quello che avresti potuto chiedermi, proprio questo ti è saltato in mente di voler avere in dono? Puoi ancora cambiare idea! Ti consiglio di scegliere qualcos'altro?”

No, padre Helios. Non pensavi mica che io ti avrei chiesto di regalarmi una mucca o una pecora per andare in una vallata del Piemonte a decrescere felicemente?”

Ma non ti piacerebbe una 500 Abarth, sai di quelle con il cofano che non si chiude e rimane bloccato giù da due ganci di gomma e che fa un rumore inconfondibile. Oppure ti prendo una 124 Coupè. Con quella si carica... sai quante ninfe...

No, voglio proprio qualcosa che sia farina del mio sacco...

Ma quello che chiedi è assurdo. Pensa: anche Zeus, che insomma, per certe cose è proprio un barbìs, anche Zeus non riesce a guidarlo. Solo io sono l'unico che sa farlo e tutte le volte sono sette camicie, neh, sudo sette camicie tutte le volte che guido il carro del Sole. Come puoi tu, così inesperto pensare di guidare quei quattro cavalli focosi e anarchici in un percorso così difficile e pieno di insidie?”

Ma non ci fu verso di convincere Fetonte. Egli era dotato di leadership assertiva, focalizzato sul raggiungimento dei risultati, orientato al problem solving, con la sua capacità decisionale raggiunse l'obiettivo pianificato: condurre il carro solare in autonomia.

I cavalli si accorsero che la mano che reggeva le briglie aveva un tocco diverso.

E' cambiato lo staff manageriale” disse Flegone il più sindacalizzato dei quattro

... sarà cambiato anche l'asset proprietario?” insinuò Eoò, un altro cavallo.

Basta solo che non ci facciano cambiare percorso... abbiamo sempre fatto così, neh!”

A l'è sempre fasse parej!” nitrirono in coro tutti i cavalli.

No!” disse Fetonte “la vision attuale del management si concentra su un main focus: 'innovazione', che si configura come un 'how-to' per il conseguimento di un target ancor più ambizioso e sfidante. La nostra misssion è: la riduzione dei costi”

I cavalli sbuffando rassegnati presero a correre per le vie nuove che l'improvvido Fetonte imponeva loro. Oh Costellazione del Cigno che ti meravigliasti a vedere il carro solare compiere un giro insulso! E tu, Costellazione dello Scorpione, finalmente potesti realizzare il tuo gramo sogno di dare un colpo al carro con la tua malefica coda! Voi Gemelli che nel timore di quello che vedevate vi stringeste ancor di più nel fraterno abbraccio! E la Terra? La Terra, dove prima si udivano voci e splendevano i colori e in questa pianura, fin dove si perde, crescevano gli alberi e tutto era verde; dove cadeva la pioggia, segnavano i soli il ritmo dell' uomo e delle stagioni, al passare del carro la polvere rossa si alzava lontano e il sole brillava di luce non vera, e tutto d'intorno non c'era nessuno: solo il tetro contorno di torri di fumo. La Terra implorò aiuto: per l'orazione della Terra devota fu Giove arcanamente giusto.

Il padre degli dei, che non aveva mai osato condurre il carro, scagliò un fulmine e Fetonte cadde nel fiume Eridano presso la sua foce; i cavalli, ormai liberi, come un self-organized ScrumTeam, si rimisero nel percorso abituale che conclusero quasi normalmente. Quasi, perché il carro colpito dal fulmine prese oltre al suo guidatore anche una ruota. Helios rimediò il guasto già per il giro del giorno venturo, ma la ruota che fine aveva fatto?

La ruota aveva continuato a girare, ovviamente. Girando aveva percorso a ritroso l'Eridano dalla foce verso la sorgente. Verso la sorgente, non fino alla sorgente. Girando aveva lanciato i raggi della sua luce a mezzogiorno del fiume. La luce era fermata dei rilievi orografici che incontrava: non oltrepassò né il Monte di Gabicce, in realtà una piccola collinetta, né qualsiasi altro rilievo della catena appenninica. Quello che pioveva dalla ruota del carro solare non era semplice luce, ma “Gnosis Recepita Ab Antiqua Luce” (G.r.a.a.l.) Fecondò quelle terre tra gli Appennini e l'Eridano e rese i popoli emiliano-romagnoli superiori a qualsiasi altro popolo della terra: superiori nel genio musicale e poetico, nell'industriosità, nella cucina, nell'intelligenza e financo, ma soprattutto, superiori nel sesso.

 

lunedì 27 settembre 2021

Metodo imposto dall'oggetto. Ma qual è l'oggetto?

 


Ho recentemente terminato la lettura del libro “Ho fatto di tutto per essere felice” di Marco Bardazzi. Racconta la storia di Eugenio “Enzo” Piccinini, un medico di cui è stata aperta la causa di beatificazione. Ma non è un’agiografia o un libro devozionale. Nel descrivere la vita di questo medico, Bardazzi dedica anche molte pagine a raccontare come Enzo fosse teso ad un miglioramento continuo nella sua professione, che lo portava ad un approccio che nel libro viene chiamato “metodo Enzo”.

In questo metodo troviamo: “imparare da chi ne sa di più” e “lavoro in team”. E’ molto interessante il racconto dei viaggi di Enzo in ospedali americani che reputava validi per imparare non solo tecniche mediche, ma anche organizzative, in primis la trasparenza con cui i medici si scambiavano le informazioni. Il lavoro in team non era un “ognuno è responsabile del suo pezzetto”  ma ognuno porta le sue competenze ed il suo punto di vista ad un impegno comune. Tralascio i dettagli e rimando ad una lettura del testo, che in molti passaggi mi ha ricordato molte cose imparate in Agile.

Anch’io - che faccio prima ad elencare i lavori che mi ispirano di meno dell’informatico di quelli che avrei preferito fare - costretto a fare questo mestiere, volevo farlo al meglio. Leggendo il libro, ho avuto un momento di quasi-invidia. Perché lui è riuscito seppur tra fatiche, a realizzare qualcosa di quello che aveva imparato, mentre io sono sempre stato bloccato nelle mie idee innovative che spesso sarebbero state anche vincenti? Una prima risposta è che forse lui era più tenace di me o che lui aveva la fortuna di essere in Emilia, una regione molto “aperta” mentre io vivo nella gretta Torino, che per certi versi è peggio del meridione perché ha gli stessi difetti (forse anche più!) ma pensa di essere nel giusto.

Verso la fine, parlando del suo modo di affrontare il lavoro cita la frase, nota a tutti quello che hanno affrontato il testo: “Il senso religioso” di don Giussani  

 “il metodo è imposto dall’oggetto”. E qui si è accesa una lampadina che ha snebbiato la mia quasi-invidia. Certo, ma allora il problema diventa  “Qual è l’oggetto?”

Qual era l’oggetto del medico Piccinini? Ovviamente la salute del paziente, intesa nel senso ampio di attanzione per la pesona malata: la guarigione quando possibile e quando non era possibile, un accompagnamento verso una fine dignitosatra (cioè non anticipata! ma sorretta dalla trasparenza, cure palliative e dalla vicinanza, quando è possibile anche verso i familiari) .

Qual era l’oggetto dell’informatico Roberto? Che il software funzionasse, cioè non avesse bug, stesse nei tempi di esecuzione… e fosse possibile mantenerlo (cioè codice leggibile). In seconda battuta, ma su questo il discorso sarebbe lungo, utile la risolvere le necessità del “cliente”.  Poi anche che io e coloro che avavamo partecipato al progetto, imparassimo. Anch’io cercavo un metodo che fosse adeguato a questo oggetto, e non capivo gli ostacoli che ho trovato, non sempre, ma in troppe situazioni.

Cosa mi era sfuggito? Qual era l’oggetto dei tanti “morti di fame” e “maschietti viziati” incontrati nel mio percorso lavorativo? Il loro ruolo personale all’interno della struttura aziendale, e il loro metodo (CYA Cover Your Ass) era proprio adeguato al loro oggetto.

A maggior ragione trovo illuminante (anche se non l’ho raccontato nel mio intervento al IAD 19) il commento dell’allora HR manager di Teoresi , alla mia presentazione di Agile Un approccio simile in azienda non può funzionare, tutt’al più nel volontariato.” Infatti l’oggetto del volontariato è il “risultato dell’azione fatta” nell’azienda gerarchica, la tua possibilità di scalare i gradini della gerarchia.

venerdì 31 luglio 2015

Lettura - adrenaline junkies and template zombies

Al corso per la certificazione da Scrum Master, che tra l'altro sono riuscito ad ottenere, il docente ha citato molti testi, tra cui adrenaline junkies and template zombies.

Rimando al link la mia recensione e da lì si possono avere ulteriori info sul testo.

mercoledì 16 aprile 2014

Ancora sulla nascita della tecnologia

In questo post avevo, molto tempo fa, inventato una storiella in cui immaginavo la nascita della tecnologia. La tecnologia nasceva da un incidente di caccia in una tribù di uomini primitivi. Il cacciatore rimasto azzoppato non poteva partecipare più alle battute di caccia, ma costruiva armi per tutti gli altri membri del gruppo, in tal modo si specializzava e migliorava sempre il prodotto etc...
Sono rimasto molto colpito leggendo The Professional Scrummaster's Handbook di Stacia Viscardi una favoletta simile sulla nascita di Scrum.
Immagina uomini primitivi tornati dalla battuta di caccia ,che, magari mentre la preda viene arrostita, raccontano le loro avventure, commentando quello che è successo e chidendosi come migliorare la prossima volta. Cito :
"Vediamo le prove di queste 'retrospettive' primitive nei disegni rupestri di tutto il mondo.
Scrum è un modo più naturale di lavorare che si avvale della collaborazione e dell'opera delle persone a raggiungere un risultato. E' stato questo il metodo per almeno 11 mila anni. Esploreremo nei capitoli successivi perché, anche se si riflette un approccio naturale verso il lavoro, Scrum è così impegnativo."
Il libro l'ho appena iniziato, non so ancora perchè è così impegnativo. So solo che questo approccio "naturale" nelle culture aziendali e politiche è assolutamente contro corrente. In fondo il l'approccio adattativo è prossimo al metodo scientifico. Eppure vige l'idea "scientifica" per cui si deve pensare in astratto ad un qualcosa di "giusto" e perseguire questo modello "contro" la realtà emergente.

domenica 7 aprile 2013

Malvern Sunday Morning

Volevo intitolare questo mio post Zavorre: La religione ma rileggendolo ho preferito il titolo che compare

Prima di procedere occorre riassumere brevemente i 3 punti post precedente.
1) Trote di Avigliana: le organizzazioni spesso introducono regole applicate solo formalmente, ma senza relazione con l'obiettivo per cui esse sono state ideate. L'effetto è negativo o nullo.
2) Il linguaggio religioso è fatto da riti e miti o racconti e segnali. I segnali hanno una grande forza comunicativa, ma posso essere "alienanti" senza il racconto, in particolare il "proprio" racconto.
3) Occorre avere uno spazio in cui "staccarsi" e vivere la propria diversità. Immagine, spiegata nel post precedente: "Domenica mattina a Malvern Pa."
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Ora che il sistema comando e controllo sia superato, è un fatto abbastanza assodato, anche se nelle aziende italiche ancora prevalente. Spesso però le aziende che vogliono essere inovative, introducono "qualche novità" che ha effetti negativi.
Un esempio tipico è la PNL (o NLP secondo la sigla in inglese): un conto se è usata dai venditori ed imbonitori, un conto è introdurre tecniche nei rapporti all'interno dell'azienda per convincersi dei progressi fatti verso gli obiettivi. (Nella mia triste carriera ho pure incontrato un capo che la pensava così!)
La parola "cerimonie" è sempre più frequente in molte aziende. Conosco un tale che fu dipendente di un gruppo bancario importante e molto innovativo: raccontava di "convention" e mega incontri simili. Lui stesso era stato premiato con un pranzo insieme a #1 fondatore del Gruppo. Il mio conoscente dopo un po' se ne è andato in una società dove lo pagavano meglio. Ma l'idea di "azienda ritualizzata" sta abbastanza diffondendosi e porta con se un'idea di azienda totalizzante, dove i "valori" dell'azienda sono i valori dei dipendenti e non un sottoinsieme condiviso dei valori dei dipendenti. Il dipendente continua ad essere sempre più "l'arto mancante" dell'imprenditore (o manager) e sempre meno un "altro" che contribuisce con la sua diversità all'obiettivo aziendale.

Scrum parla anche di "cerimonie" ma queste cerimonie, ove Scrum non diventa una trota di Avigliana, sono racconti più che "riti".

Ricordo che un manager di un'azienda ancora molto comando-controllo, ed ancora molto legata all'estetica workaholic anni 80, si lamentava dei lavoratori liguri perchè d'estate "aspettano solo che finisca l'orario di lavoro per andare ad organizzare sagre di paese".
Io pensai 1) organizzare sagre di paese non è facile. Costoro avranno sicuramente una capacità di collaborare molto alta "fuori" dall'azienda. Male per l'azienda se al suo interno non esiste un clima in cui questa capacità collaborativa possa emergere 2) C'è comunque bisogno che l'orario finisca, che vi sia una Malvern Sunday Morning in cui ognuno trovi autonomamente dei propri spazi profondi  i cui frutti potranno poi essere riversati nell'impegno in azienda.

Vi sono poi i partiti-azienda legati ad un "guru" quarda caso delle telecomunicazioni. In Italia ne abbiamo due, quello della TV ed a queste elezioni è emerso anche quello di internet. Entrambi hanno contraddizioni molto simili. Entrambi amano troppo il "rito" rispetto al racconto. Sul primo ho poco da aggiungere rispetto alle miriadi di cose dette. Quando il "guru" del secondo ha detto che vorrebbero essere una "comunità" mi sono venuti i brividi ed ho valorizzato molto il cattivo don Rodrigo del Manzoni quando disse 
"sa lei che, quando mi viene lo schiribizzo di sentire una predica, so benissimo andare in chiesa, come fanno gli altri? Ma in casa mia! Oh! - e continuò, con un sorriso forzato di scherno: - lei mi tratta da più di quel che sono. Il predicatore in casa! Non l'hanno che i principi." 

lunedì 11 marzo 2013

Scrum in church (4) - The Plague

Ritorno ad un articolo molto interessante citato in questi miei precedenti post.
http://giovanedilungocorso.blogspot.it/2011/07/scrum-in-church-1-parte.html

 L'autrice è la Rev. Arline Sutherland, teologa unitariana e moglie di Jeff, uno dei "padri" di Scrum.
Di questo articolo mi aveva colpito particolarmente il giudizio:
"i modi in cui ci organizziamo, le strutture che creiamo per ordinare le nostre vite, e il nostro lavoro, rispecchiano la nostra più profonda visone teologica"

Questo giudizio mi è tornato in mente nella lettura del libro "The Rise of Christianity" di Rodney Stark. Un libro che esamina, con piglio sociologico, di come, a partire dalla loro idea di Dio, i cristiani dei primi secoli, organizzassero il loro modo di vivere, e questo modo di vivere, apparentemente più morigerato fosse "mediamente" più vantaggioso per l'esistenza in quel contesto.
Una cosa che mi ha colpito moltissimo - che non sapevo - è che la pestilenza diffusa ai tempi di Marco Aurelio causò un numero percentualmente altissimo di vittime, tra cui l'imperatore stesso, ed ebbe un ruolo molto importante nel declino dell'impero.
Ma l'epidemia aumentò la percentuale della popolazione cristiana sulla popolazione totale. Un miracolo dell'Onnipotente? Non del tutto: i modi in cui essi si organizzarono...  rispecchiavano la loro più profonda visone teologica.
1) Per i pagani crollava la certezza nel "funzionamento" dei riti. Invece i cristiani avevano la certezza che l'esistenza non si esauriva con la vita terrena.
2) Dio è amore. "Ciò che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l'avete fatto a me". 
Quindi .... nessuno aveva capito come funzionava la malattia, ma alcuni intuivano che era meglio stare alla larga dagli ammalati per evitare il contagio. I cristiani invece curavano gli ammalati. Quindi in teoria avrebbero dovuto avere una mortalità maggiore. In effetti molti sacrificarono la loro vita per curare i malati quando avrebbero potuto fuggire.
Ma la morte aveva due cause: il male stesso, ma molto di più gli "effetti collaterali" del male. Se guarivi dal morbo ti ritrovavi debole ed incapace di procurarti il cibo o rischiavi di avere un parente morto in casa, non avendo tu la forza di portarlo via e ti rimaneva lì accanto con le ovvie conseguenze; e avanti con simili immagini.
 Quindi la cura del malato diminuiva moltissimo la mortalità dovuta agli effetti collaterali. 
I cristiani erano pochi, non avevano una "oraganizzazione per curare i malati", ma ognuno curava i malati della sua "rete" di rapporti personali: parenti, amici, compagni di lavoro. La stessa rete con cui si diffondeva il cristianesimo.  Molti dei "curati" erano cristiani loro stessi o lo sarebbero presto diventati. Chi sopravviveva alla peste poi sviluppava anticorpi che gli permettevano di muoversi tra i malati senza problemi.

Anche oggi siamo prossimi ad una Peste Antonina. Non un'epidemia, forse, ma di certo un crollo di certezze sociali, politiche, economiche. Stiamo avvicinandosi ad una catastrofe. Occorre quindi, per non rischiare di faticare inutilemnte, domandarsi qual è la "più profonda visione teologica" che le nostre azioni poi finiranno per rispecchiare.



Chi ha letto questo mio blog, probabilmente si è fatto di me l'idea di un tipo "religioso". Invece prometto un prossimo post totalmente in controtendenza...

mercoledì 30 maggio 2012

Lettera pubblicata il 18 Maggio.


Il 18 Aprile scorso è stata pubblicata su Avvenire una mia lettera in risposta ad un'altra pubblicata da un lettore, che mi aveva lasciato piuttosto perplesso.
Ho chiesto al giornale se potevo pubblicarla sul mio blog, ma non ho avuto risposta. Siccome "chi tace acconsente" la copio. Se poi dal giornale si lamentassero la leverò.


Egregio direttore,
scrivo, con un po' di ritardo, stimolato dalla lettera del signor Luigi nella rubrica scripta manent di venerdì scorso.
Non per polemizzare, ma mi pare che vi siano invece sostanziali affinità tra il lavoro nella PA e nel settore privato.
Innanizitutto il lavoro è risposta ad un bisogno, sia diretto (es. medico che cura) sia indiretto (es. amministrazione dell'ospedale). In caso contrario non ha ragione d'essere.
Non ci possono essere “tutt'altri criteri” per il lavoro dei privati rispetto a quello della PA.
La PA stessa deve spesso rispondere al bisogno di privati, e spesso le Aziende private rispondono  ai bisogni della PA.
Non condivido l'idea che la legalità e la trasparenza siano peculiari della PA. E' finito il tempo della “Milano da bere” e trasparenza e legalità sono sempre più patrimonio delle aziende (che vogliono durare). Sempre più metodologie di Project management rendono “trasparenti” le fasi dei progetti, tendono a coinvolgere gli interessati al progetto (stakeholders), si attendono a precise normative, indipendentemente se i progetti sono eseguiti per la PA o clienti privati.

Per quanto riguarda eventuali disoccupati, noi privati non abbiamo le garanzie dei dipendenti pubblici. Non capisco perchè per un eventuale licenziato PA sarebbe particolarmente dura: è dura per tutti (lo lasci dire ad un licenziato a 55 anni!). Ma questo è dovuto a pregiudizi:
- dei “recruiter” che invece di considerare le differenze culturali un motivo di ricchezza e resilienza per l'azienda, partono con un immagine astratta di impiegato ideale (ancora spesso legata agli anni '80)
 - dei manager, che psicologicamente si sentono a disagio con “inferiori” laureati più anziani.

Ma tornando alla PA, la domanda che mi pongo è: visto che costa, che  “licenziare” genererebbe problemi che non piacciono a nessuno, perchè non la facciamo “rendere”?
Perchè un popolo di artigiani geniali, diventa un popolo di “fannulloni”?
La PA, come purtroppo molte aziende, è strutturata in gerarchie e mansionari, il vecchio modello “comando-controllo”. Modelli che con la pretesa di prevedere ed organizzare tutto, rendono il lavoro individualista, noioso e frustrante (“non c'è cosa più amara dell'alba di un giorno in cui nulla accadrà” diceva il  poeta Pavese)
Ora sarebbe interessante che qualche PA volesse implementare per qualche funzione, un modello mediato dai vari kanban, Scrum, Lean... etc, dimostrandosi in questo più “avanti” di molte aziende private.
La motivazione è una cosa più profonda e personale delle “tecniche” adottate, ma è come per i monasteri: la regola non può sostituire la fede del singolo, ma aiuta a fare sì che si manifesti e si alimenti.
Distinti saluti

A proposito di pubblicazioni, non ho segnato su questo post che è stata pubblicata sulla rivista "il Project Manager" della Franco Angeli,  la mia recensione di Management 3.0
Quella non posso pubblicarla qui, ma almeno ci metto il link

sabato 25 febbraio 2012

Personale & Politico (continua)

Non ho molto tempo in questo periodo e non avevo voglia di analizzare le cause dei miei problemi aziendali, ma devo continuare un post interrotto   (continua)
... Davanti a questa incapacità a gestire i progetti, da parte dalle persone incaricate in azieda a farlo, invece limitarmi a mugugnare, mi venne voglia di studiare ed approfondire le tematiche di Project Management. Da qui la mia passione per il mondo "agile". Inutile dire che in azienda questo non interessò, a parte concedermi un paio d'ore per una presentazione di Scrum.
Siccome ovviamente i progetti andavano male, la soluzione aziendale fu "Basta progetti", solo consulenza. Ma anche le consulenze necessitano un rischio, almeno secondo me, perchè occorre approfondire tematiche e/o tecnologie, certificarsi ove possibile, e proporsi sul mercato come esperto di certi settori. Occorre quindi investire e rischiare sulle tematiche su cui ci si vuole buttare. Non si può essere tuttologhi dilettanti allo sbaraglio. Un rischio che un imprenditore deve affrontare.
La soluzione azindale invece fu: si va in giro, si chiede al (poteziale) cliente che cosa serve, si va su monster a vedere i CV, si assume dall'esterno. In particolare, certi lavori ... in cui va benissimo un neolaureato che costa poco.. una persona con più di 50 anni è difficile da presentare in consulenza...
Non essendo dirigente, non è stato immediato licenziarmi, ma nonostante il famoso articolo 18 che secondo la supestizione costringe l'italia alla fame, ci sono riusciti lo stesso. Ma prima di farlo ho trascorso qualche mese di inattività... giornate orribili: andavo al lavoro pensando a cosa avrei fatto nelle 8 ore. E di cose da fare ne avrei avute, ad esempio avrei potuto studiare per certificarmi in quello che l'azienda scommetteva.... ma non volevano scommettere su nulla se non sulla "riduzione dei costi".
In un momento in cui avevo bisogno di "gratificarmi" mi sono certifiacato ISIPM (a mie spese e prendendo ferie). E quando lo dissi in azienda "ma tu saresti in grado si spezzare i compiti ed assegnarli alle varie risorse?" (Io veramente riterreri più importante e più difficile e sui cui vorrei cimentarmi questo:  formare un team collaborativo) "Ma tu saresti in grado di prendere una presona e motivarla quando si trova in difficoltà o cazziarla quando serve??" Inutile dire che alle pacche sulle spalle non ci credo io stesso, ricordo sempre Gaber che canta "Vedrai che guarirai"... per me la motivazione è fatta di due frasi "Mi fido di te" e "non sei da solo". Frasi che devono essere solo il commento esplicito di un modo di comportarsi. Invece la "cazziata del capo" ha il seguente effetto. Il capo parla magari correttamente dal suo punto di vista, diverso da quello del dipendente, il quale tra se dice "ma che scemo, non vede che..." e si radica ancor più nelle sue posizioni.
Ma a certi quarantenni che credono ancora in un rampantismo anni 80, ormai residuato bellico, che dire?!?
Inutile parlare poi del fan della PNL, del meccanicismo di certi personaggi (l'azienda ha deciso, l'azienda è disponibile a, l'azienda non può permettersi di...)
Mi spiace per certe persone, in fondo brava gente, che potevano tenersi i soldi accumulati negli anni d'oro e goderseli invece di mettere su un'azienda che non sanno gestire. E sopratto mi spiace che non abbiano saputo a farsi aiutare dalle persone giuste. Paradossalmente persone serie e sobrie sono stati affascinati da imbonitori reduci della milano da bere....

Finto di raccontare come si è arrivati alla crisi con l'azienda che mi ha licenziato. Ora racconterò di una difficoltà nel trovare un lavoro, anche questa "personale e politica" perchè secondo me sta lì un grosso limite dell'imprenditoria nel settore ITC

domenica 12 febbraio 2012

Personale & Politico

Da quasi due mesi avevo accennato ad un problema personale, ma non avevo voglia di scriverne. Ora che per certi versi è "tamponato", ne parlerei, perchè è apparentemente un problema mio, ma analogo a quello di moltissime persone: ha quindi anche un significato politico.
Nel giro di due settimane mi sono trovato senza lavoro, perchè la ditta di cui ero dipendente mi ha licenziato. Mi sarei "consolato" sapendo che avrei avuto la pensione "a breve". Invece in quegli stessi giorni, il governo De La Rua, che ha sostituito Menem, con il decreto serva Italia ha tolto le pensioni di anzianità, per le quali la mia generazione aveva pagato il 33% dei contributi previdenziali (in europa mai nessuno aveva messo tanto!). Situazione veramente orribile, che mescola un gran senso di ingiustizia subita per il licenziamento, ingiustizia subìta per gli esosi contributi previdenziali "fumati", insieme alla paura per il futuro.
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Questo tema apre molti argomenti.
1) Su "media" si parla tanto dell' art.18, della mancanza di flessibilità in uscita... ma come??? L'azienda da cui dipendevo (che non cito per non fare pubblicità) aveva ben più di 15 dipendenti e sono riusciti a farmi fuori lo stesso. E' vero che la cosa è costata non poco, ma una bazzeccola rispetto a quanto è costato loro non aver saputo valorizzarmi e valorizzare molti colleghi. Quindi ecco la prima superstizione:  in Italia non c'è flessibilità in uscita.
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2) La ditta che mi ha licenziato. Ero stato assunto nel 2005. Lavoravo presso un cliente per conto di una grande multinazionale. Ma quel cliente non era nel "core businnes" della multinazionale che, invece di continuare ad espandersi anche nei confronti di clienti "anomali", decise di perderli. Per continuare a lavorare mi feci assumere da una ditta suggerita dal cliente, che è appunto al ditta da cui sono stato recentemente licenziato. Fui assunto portando in dote più di 3 anni uomo di lavoro: situazione ottimale per loro no? Invece no. Lo capii più tardi leggendo Management 3.0. Jurgen Appelo spiega che nel processo di assunzione si ha lo stesso effetto della moltiplicazione delle cellule con il RNA etc... cioè un'azienda tende ad assumere "con lo stampino". Il diverso sarebbe una ricchezza per l'azienda, se ben ineserito, ma il recruiter tende ad assumere sempre lo stesso tipo umano. Io non ero quel tipo. Mi avevano assunto per non rinunciare ad un affare nel breve, ma non piacevo.

Aneddoto che seppi dopo. Avevo faticato non poco per fare stare il mio CV in due pagine. D'altra parte nel 2005 a chi poteva interessare che nel 1983/84 avevo lavorato con il PDP11 .... invece fuorono offesi di un CV simile. Dicevano "30 anni di lavoro dovevano essere di almeno 6 pagine.... un CV così corto voleva dire che in fondo non avevo intenzione di lavorare con loro..." Ah Leonardo Sciascia! che ne "il giorno della civetta" si scusa se il libro è troppo lungo, ma dice di non aver avuto il tempo per farlo più breve... io invece il tempo per limare e non stufare l'avevo trovato....

Così, quando finì il lavoro presso quel cliente divenni un problema, sebbene avessi dimostrato una notevole versatilità (Mi ero anche preso un certificazione CLAD, ovviamente studiano extra orario e non pagato: una sciocchezzuola in fondo, ma prima non sapevo nemmeno cosa fosse LabView). Ma la cosa che mi sconvolse di più fu il loro modo di affrontare i progetti.
1) Posizione giansenista: come se quello che conta fosse la "fatica" e non il "valore aggiunto" per il cliente. Mi spiego: quando vado dal macellaio, non me ne frega nulla sapere quanto ha faticato Beppe a tagliare il quarto di bovino o se l'ha fatto cantanticchiando, mi interessa solo sapere se la carne è buona. Analogamente, sarà pur vero che senza fatica non si ottiene nulla, ma si può fare tutta la fatica che si vuole, lavorare 25ore al giorno... ma se non fai cosa "serve" al cliente hai specato tempo. Invece per quei "primi della classe" era importante "dare evidenza di essere bravi" .
2) Posizione positivista-meccanicista.Una cosa a me sempre più ovvia che in ogni progetto IT si affronta l'ignoto: ignote le tecnologie perchè anche usando sempre le stesse (mai capitato) tra un progetto e l'altro sono sempre di almeno la versione successiva; ignote o per lo meno instabili le richieste del... cliente, ovvero le necessità reali che si scoprono strada facendo; ignote le "componenti" che fanno gli altri. Invece di gestire questo ignoto, incaponirsi in pianificazioni di dettaglio come se si dovesse "asfaltare la via Emilia".
3) posizione taylorista al limite del ridocolo. Il ridicolo è che mentre leggendo qualsiasi manuale di Project managemet pratico, le risorse si chiamanto Sarah, Laura, David, Joe, Steve .... in xxxxx si arrivava a nomine le persone per "codice". Ma sul taylorismo torno dopo.
4) Posizione ... che rimando all'articolo di Massimo Beltotto uscito sul numero 8 della rivista "Il Project Manager" al paragrafo "l'ansia del project manager" .
NO, Non si può lavorare cosi!!! allora nelle notti insonni, invece di vegliare al lume del rancore, preparai gli esami.... non ancora, mi appassionai alle metodologie agili  (XP, Scrum...) che rispondevano ai problemi che emergevano in azienda.
 (continua)

mercoledì 7 dicembre 2011

Agili senza saperlo 7 - Giovanni Semeria

Non sapevo nemmeno chi fosse, questo padre Semeria. Per me era solo il "titolare" di una delle vie principali di Monterosso al Mare. Ho messo qui un link su una sua biografia.
Casualmente ho letto una recensione ad una  raccolta di suoi scritti.
Copio le sue citazioni.

"Una squadra di undici calciatori provetti, ma incapaci di cooperazione, ognuno dei quali gioca per conto suo, sarà sconfitta da una squadra di collegiali ciascuno dei quali, conosciute a fondo le qualità ed i difetti dei compagni, se ne vale sul campo da gioco.
"Colui che più si mette in mostra è raramente, tanto nel foot-ball che altrove, un fattore di importanza reale...

Visto che pare che il padre Semeria fosse un tifoso del Genoa  ... Forza Grifoni!

martedì 4 ottobre 2011

Scrum in Churh (3 parte )

Ora mi addentro in un terreno quanto mai difficile. Partendo dall' affermazione citata  in questo post, vale a dire

"i modi in cui ci organizziamo, le strutture che creiamo per ordinare le nostre vite, e il nostro lavoro, rispecchiano la nostra più profonda visone teologica" mi domando, che visione teologica sottendono le strutture organizzative qui in Italia?
So che è un discorso difficile. Io a differenza di molti miei connazionali della mia generazione o poco più vecchi, non ho avuto una infanzia giovinezza tutta "oratorio pallone servir messa" da cui poi emanciparsi tenendo alcuni buoni principi. Sebbene di famiglia cattolica, da ragazzino non frequentai oratori; il cattolicesimo fu sostanzialmente una scoperta dai diciannove anni in su. Ho gia censurato un post in cui esprimevo il mio giudizio su una certa "formazione" cattolica, e ora vado con i piedi di piombo.
Vi è subito una risposta facile. L'Italia è una nazione cattolica, la chiesa cattolica ha una struttura gerarchica, quindi le strutture organizzative che ne conseguono sono di tipo piramidale. Risposta facile da elzeviro, ma doppiamente falsa.
1) In realtà il cattolicesimo è molto più complesso. Per dirla con un immagine di Management 3.0. ha due punti di vista: carisma ed istituzione. Non mi addentro per evitare di scrivere eresie, ma ai tempi di Pio IX,  c'era il carisma di don Bosco approvato ma non "programmato" dalla gerarchia; nel quattrocento, ai tempi in cui i papi erano ad Avignone... la chiesa in Italia era trascinata da una signorina anoressica, manco suora, solo "mantellata", che poi sarà proclamata dottore della chiesa (Caterina); idem nel '500 una grande avventura religiosa cominciò da un ex militare in convalescenza (Gesuiti); oggi è S. Francesco, anch'egli un laico ma con una grande influenza nella chiesa.... Insomma l'istituzione da il benestare, ma quello che la muove è il carisma. 
2) Ma l'italia è una nazione cattolica? Dipende. Sicuramente nell'oraganizzazione del lavoro nell'età industriale il cattolicesimo ha detto molto poco. Non sto a dire che la rivoluzione industriale è stata fatta da non-cattolici, (in Piemonte Leumann, Abegg), ma per motivi storici che non sto ad indagare, i cattolici hanno giocato di rimessa. Il gia citato, grandissimo, don Bosco faceva in modo che i suoi ragazzi avessero un mestiere, firmava lui stesso i contratti (individuali) con i datori di lavoro e vedeva che venissero rispettati, ma aveva ben altro da fare che vedere come fosse l'organizzazione dentro l'opificio. 
Il modello industriale è stato copiato come un fatto ineluttabile. Ci si è ricordati di essere italiani (e quindi forse anche cattolici) in tutte quelle attività "intorno" all'azienda (solidarietà, giustizia, ridistribuzione del profitti) ma mai questo ha intaccato "dentro" l'azienda. In Giappone per esempio non è stato così.
La peculiarità italiana si è manifestata nelle attività artigianali, ma nelle grandi strutture non è emerso, che io sappia nulla di "alternativo".
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Quanto ho detto (che se qualcuno riesce a smentirmi, ben venga) ha due aggiunte.
Mi si obietterà che non si può ricavare dal Vangelo una metodologia di gestione aziendale... verissimo, ma la frase di partenza era "i modi in cui ci organizziamo, le strutture che creiamo per ordinare le nostre vite, e il nostro lavoro, rispecchiano la nostra più profonda visone teologica" quindi la "visione teologica" rispecchiata è uno sdoppiamento di personalità, una visone dualistica per cui esistono argomenti dell'esistenza su cui non c'è nulla da dire.
Ma è mai esistito un approccio "cattolico" all'organizzazione del lavoro collettivo? Come ho già detto, il vangelo non è un manuale delle giovani marmotte, ma quell' insieme di desideri-indizi-riflessioni che ti fa trovare il messaggio cristiano affascinante per la tua vita, in qualche modo ti fa anche desiderare che questa assuma certe "forme" e te le suggerisce. Quindi, per rispondere all'ultima domanda, si! Sto leggendo un libro di Massimo Folador, sull'organizzazionde del lavoro e la regola di S. Benedetto. (Dopo aver letto Management 3.0 lo trovo un po' prolisso e pesante, ma è interessante)

mercoledì 21 settembre 2011

Agili senza saperlo 6 - Mia sorella

La prima (ed unica ahimè!) volta che ho visto delle Burndown chart è stato in un contesto che aveva nulla a che fare con lo sviluppo del software o  con Scrum. L'ho visto usare da mia sorella che allora era studentessa di Lettere - Filologia moderna. Calcolava "in qualche modo" l'entità del lavoro, sapeva il calendario degli esami e giornlmente si faceva su un foglio una linea di tendenza per rispondersi alla domanda: se vado avanti con questo ritmo ce la faccio per la data dell'esame? E se no, quanto dovrei studiare in più?
Ovviamente... valutare la mole del lavoro per certi esami di Lettere moderne è abbastanza facile: es. devi aver letto - dico per esempio 3 romanzi di Calvino, 2 di Pavese e 3 di ... Vattelapesca... e fai la somma delle pagine dei testi.. Ovviamente la preparazione di un esame è un lavoro individuale, non ha nulla a che vedere con i team Scrum... Ovviamente l'applicare una regola non basta per avere un "approccio" agile. Non so se mia sorella leggesse l'agile manifesto sarebbe d'accordo. Ma è intessante notare come questo strumento che le permetteva di organizzarsi meglio, le era venuto quasi "istintivo" mentre nelle aziende tanti ing. non sanno che fare stime astratte e "avanzamento lavori" a posteriori.

lunedì 12 settembre 2011

Scrum in Churh (2 parte )

Ritorno al commento di quell'articolo di cui consiglio la lettura.


Alcune note:
1) La completa adattabilità di Scrum. Nato nel contesto dello sviluppo del software, viene adattato in contesti molto diversi. L'autrice sottolinea che viene "personalizzato" anche nel lessico, quando dice che parole come "product owner" non sono molto gradite in ambito religioso.

2) Diventa evidente l'interdipendenza. Pur avendo competenze e compiti diversi, non ci si rimane chini sul "proprio compito" ma è evidente una meta comune.

3) Una cosa che non viene esplicitamente detta, ma è evidente: Scrum è un antidoto alle "conventicole". Mi spiego. In qualsiasi organizzazione è ovvio, normale e naturale che alcuni elementi sentano affinità, sensibilità o comunque intensità di relazioni tra loro più che con altri. E' impossibile pensare che in qualsiasi gruppo non si formino dei sotto-gruppi. Il rischio è che questi sottogruppi "partano per la tangente", "si isolino", "facciano e disfino" o altre frasi fatte che rendono bene l'idea. Scrum è uno strumento per permettere che  queste "relazioni forti" continuino a contribuire al progetto comune, anzi possano essere un arricchimento per tutti.

4) In un "lavoro di gruppo" ispirato a idealità forti, come può essere la partecipazione ad un'attività ecclesiale, la motivazione è sicuramente un fattore personale e precedente all'attività in se. Però è utile avere un metodo che permetta a questa idealità di emergere ed esprimersi. Una regola non potrà mai sostituire l'ideale (vedi questo mio post). Ma è anche vero che l'ideale vuole un metodo per esprimersi.
Altrimenti l'ideale diventa un'ideologia alienante come, tanto per fare un esempio ormai diventato politically correct: "Noi abbiamo dedicato il primo volo nello spazio al XXII Congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica sono sicuro che sotto la guida del Partito Leninista ognuno di voi è pronto a fare ogni cosa per la grandezza e la prosperità della nostra amata madrepatria, la gloria del nostro paese, del nostro popolo. Lunga vita alla nostra terra socialista! Lunga vita al nostro grande e forte popolo sovietico!"  (Y. Gagarin)  mentre nel quotidiano "in stracarichi tranvai/accalcandoci insieme,dimenandoci insieme,insieme barcolliamo. Uguali ci rende una uguale stanchezza." (E.A.Evtusenko)

giovedì 28 luglio 2011

Scrum in Church (1 parte)

niente di blasfemo!!! 
Nessuna mischia in chiesa! E' un articolo scaricato da http://scrum.jeffsutherland.com/2009/06/scrum-in-church.html molto interessante, che penso che commenterò in diversi post.
E' scritto dalla moglie di Jeff Sutherland, uno degli autori di Scrum che descrive l'applicazione del metodo, anzi del "framework" del marito, alle attività delle parrocchie della chiesa Unitariana (penso siano gli eredi di quel povero Michele Serveto che per sfuggire dall'inquisizione spagnola è finito letteralmente arrostito dai calvinisti!

Gli argomenti che apre questo breve testo sono molti. Comincio con uno che non concludo.

Ad un certo punto, citando penso un suo maestro, la signora Sutherland dice
"La teologia viene spesso definita come un discorso su Dio, ma il modo con cui noi umani ci organizziamo, riflette la nostra teologia. Siamo incoraggiati a trovare più metafore per esprimere una varietà di concetti inerenti Dio come realtà e mistero, Padre e Madre - ognuna delle quali è inadeguata. Ci viene insegnato a diventare consapevoli di come costruiamo la nostra visione del mondo e ad aprire gli occhi ad altri modi di interpretare la realtà."  Poi ribadisce "i modi in cui ci organizziamo, le strutture che creiamo per ordinare le nostre vite, e il nostro lavoro, rispecchiano la nostra più profonda visone teologica".

Già su queste frasi avrei da scrivere la mia autobiografia.  
Ricordo benissimo una delle mie prime lezioni di Catechismo alle elementari. Una illustrazione rappresentava un uomo pensoso con un mantello ed un bambino con che faceva una buca per terra. L'uomo era S.Agostino che  meditava l'essenza di Dio  Uno e Trino. Il bambino  disse che voleva svuotare il mare di tutta l'acqua e metterla nella sua buca. Ad Agostino che gli faceva notare l'impossibilità dalla cosa, il bambino (un angelo?) disse che anche lui non poteva contere nella sua mente finita tutta la complessità della conoscenza di Dio. 
Con questa consapevolezza, Agostino non smise pensare l'"incontenibile" anzi il suo lavoro-pensiero divenne un pilastro della cultura umana.

La mente mi è andata anche al libro che lessi da ragazzo "La seduzione dello Spirito" di H. Cox e che mi rese "ineludibile" il problema religioso.

E' tardi. Mi fermo per ora, con una domada aperta. 
Non importa ora quale "risposta" o meglio quale "via" viene seguita in questa avventura umana. Per quel che ora voglio dire, non importa se si segue la via proposta dalla Chiesa Cattolica, dalla Chiesa Ortodossa, dal protestantesimo del XVI secolo o successivo, o dall'ebraismo o dall'islam  o anche da un agnosticismo "ponderato e ragionato" come fu per esempio quello di Norberto Bobbio. 
Ma se il tema viene saltato, di che cosa sono il riflesso i modi in cui ci organizziamo, le strutture che creiamo per ordinare le nostre vite, e il nostro lavoro ?

WIP: penso che questo post, a cui ne seguiranno almeno altri due, avrà correzioni nei prossimi giorni.

ISPM: dimenticavo di segnare nel blog che l'esame ISPM è andato bene.

mercoledì 1 giugno 2011

Agili senza saperlo 4 - The housemartins

Questa volta il mio post è decisamente faceto.

Gli Housemartins sono un gruppo vocale di cui l'unica canzone che abbia mai sentito si intitola Caravan of love e risale agli anni 80. Non so null'altro di loro:  che facce avessero, cosa abbiano fatto dopo l'evidente scioglimento del gruppo e tutto sommato non mi interessa. Se mi interessasse potrei sempre cercarlo su wikipedia.
Quella canzone mi piaceva moltissimo per la musica e mi piaceva molto la loro esecuzione, totalmente vocale: solista e coro, senza strumenti.
Che c'entra questo con l'approccio agile:
In XP si parla di StandUp meeting, le riunioni fatte in piedi per evitare che si prolunghino. Anche il Daily Meeting di Scrum è bene farlo - oltre che puntuali, sempre alla stessa ora e allo stesso posto -  pure in piedi.

Orbene: contate nella canzone quante volte si ripete "Stand up!" e con una vivacità che verrebbe proprio da prenderla come inno di una azienda che vuole essere agile.
Inoltre c'è il verso "Every body take a stand" ognuno prenda posizione. Questo ricorda la tecnica di poker planning, suggerita da Scrum.

(PS riuscirò mai nella mia vita professionale imbattermi in un azienda dove questo approccio venga preso in considerazione?)
 

domenica 1 maggio 2011

Check List, Lesson learned










 Siccome in questo post avrei potuto offendere il 60% dei cittadini italiani, anche se con ragione, per la prima parte, ho fatto intervenire la


Come insegnano le tecniche di project management è molto importante interrogarsi su come si sta procedendo, ma questo può ridursi - e l'esame di coscienza si riduceva spesso così - ad una check list di cosa da fare o evitare. E siccome siamo più avvocati che scienziati, soprattutto nell'intimo di noi stessi...
Nei molti testi di project management letti, tra cui Ken Schwaber Agile Project Management with Scrum (Microsoft Professional)  ed il manuale per la certificazione ISIPM, si parla di lesson learned.
Nella mia ricerca metafisica/esistenziale (che orrore di temine, ma lasciamolo) ho avuto la fortuna (Grazia) di aver incontrato un'esperienza cattolica con un altro metodo. "Come la realtà ti interroga? Cosa hai imparato da quello che hai vissuto? Come verifichi che la fede .... su quello che stai vivendo?"
Insomma, non una chek list, ma cercare nelle circostanze della vita una lesson learned.
Poi la lesson learned spesso non la utilizzo l'iterazione successiva... be' qui siamo un po' troppo nel personale