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lunedì 11 marzo 2013

Scrum in church (4) - The Plague

Ritorno ad un articolo molto interessante citato in questi miei precedenti post.
http://giovanedilungocorso.blogspot.it/2011/07/scrum-in-church-1-parte.html

 L'autrice è la Rev. Arline Sutherland, teologa unitariana e moglie di Jeff, uno dei "padri" di Scrum.
Di questo articolo mi aveva colpito particolarmente il giudizio:
"i modi in cui ci organizziamo, le strutture che creiamo per ordinare le nostre vite, e il nostro lavoro, rispecchiano la nostra più profonda visone teologica"

Questo giudizio mi è tornato in mente nella lettura del libro "The Rise of Christianity" di Rodney Stark. Un libro che esamina, con piglio sociologico, di come, a partire dalla loro idea di Dio, i cristiani dei primi secoli, organizzassero il loro modo di vivere, e questo modo di vivere, apparentemente più morigerato fosse "mediamente" più vantaggioso per l'esistenza in quel contesto.
Una cosa che mi ha colpito moltissimo - che non sapevo - è che la pestilenza diffusa ai tempi di Marco Aurelio causò un numero percentualmente altissimo di vittime, tra cui l'imperatore stesso, ed ebbe un ruolo molto importante nel declino dell'impero.
Ma l'epidemia aumentò la percentuale della popolazione cristiana sulla popolazione totale. Un miracolo dell'Onnipotente? Non del tutto: i modi in cui essi si organizzarono...  rispecchiavano la loro più profonda visone teologica.
1) Per i pagani crollava la certezza nel "funzionamento" dei riti. Invece i cristiani avevano la certezza che l'esistenza non si esauriva con la vita terrena.
2) Dio è amore. "Ciò che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l'avete fatto a me". 
Quindi .... nessuno aveva capito come funzionava la malattia, ma alcuni intuivano che era meglio stare alla larga dagli ammalati per evitare il contagio. I cristiani invece curavano gli ammalati. Quindi in teoria avrebbero dovuto avere una mortalità maggiore. In effetti molti sacrificarono la loro vita per curare i malati quando avrebbero potuto fuggire.
Ma la morte aveva due cause: il male stesso, ma molto di più gli "effetti collaterali" del male. Se guarivi dal morbo ti ritrovavi debole ed incapace di procurarti il cibo o rischiavi di avere un parente morto in casa, non avendo tu la forza di portarlo via e ti rimaneva lì accanto con le ovvie conseguenze; e avanti con simili immagini.
 Quindi la cura del malato diminuiva moltissimo la mortalità dovuta agli effetti collaterali. 
I cristiani erano pochi, non avevano una "oraganizzazione per curare i malati", ma ognuno curava i malati della sua "rete" di rapporti personali: parenti, amici, compagni di lavoro. La stessa rete con cui si diffondeva il cristianesimo.  Molti dei "curati" erano cristiani loro stessi o lo sarebbero presto diventati. Chi sopravviveva alla peste poi sviluppava anticorpi che gli permettevano di muoversi tra i malati senza problemi.

Anche oggi siamo prossimi ad una Peste Antonina. Non un'epidemia, forse, ma di certo un crollo di certezze sociali, politiche, economiche. Stiamo avvicinandosi ad una catastrofe. Occorre quindi, per non rischiare di faticare inutilemnte, domandarsi qual è la "più profonda visione teologica" che le nostre azioni poi finiranno per rispecchiare.



Chi ha letto questo mio blog, probabilmente si è fatto di me l'idea di un tipo "religioso". Invece prometto un prossimo post totalmente in controtendenza...

martedì 4 ottobre 2011

Scrum in Churh (3 parte )

Ora mi addentro in un terreno quanto mai difficile. Partendo dall' affermazione citata  in questo post, vale a dire

"i modi in cui ci organizziamo, le strutture che creiamo per ordinare le nostre vite, e il nostro lavoro, rispecchiano la nostra più profonda visone teologica" mi domando, che visione teologica sottendono le strutture organizzative qui in Italia?
So che è un discorso difficile. Io a differenza di molti miei connazionali della mia generazione o poco più vecchi, non ho avuto una infanzia giovinezza tutta "oratorio pallone servir messa" da cui poi emanciparsi tenendo alcuni buoni principi. Sebbene di famiglia cattolica, da ragazzino non frequentai oratori; il cattolicesimo fu sostanzialmente una scoperta dai diciannove anni in su. Ho gia censurato un post in cui esprimevo il mio giudizio su una certa "formazione" cattolica, e ora vado con i piedi di piombo.
Vi è subito una risposta facile. L'Italia è una nazione cattolica, la chiesa cattolica ha una struttura gerarchica, quindi le strutture organizzative che ne conseguono sono di tipo piramidale. Risposta facile da elzeviro, ma doppiamente falsa.
1) In realtà il cattolicesimo è molto più complesso. Per dirla con un immagine di Management 3.0. ha due punti di vista: carisma ed istituzione. Non mi addentro per evitare di scrivere eresie, ma ai tempi di Pio IX,  c'era il carisma di don Bosco approvato ma non "programmato" dalla gerarchia; nel quattrocento, ai tempi in cui i papi erano ad Avignone... la chiesa in Italia era trascinata da una signorina anoressica, manco suora, solo "mantellata", che poi sarà proclamata dottore della chiesa (Caterina); idem nel '500 una grande avventura religiosa cominciò da un ex militare in convalescenza (Gesuiti); oggi è S. Francesco, anch'egli un laico ma con una grande influenza nella chiesa.... Insomma l'istituzione da il benestare, ma quello che la muove è il carisma. 
2) Ma l'italia è una nazione cattolica? Dipende. Sicuramente nell'oraganizzazione del lavoro nell'età industriale il cattolicesimo ha detto molto poco. Non sto a dire che la rivoluzione industriale è stata fatta da non-cattolici, (in Piemonte Leumann, Abegg), ma per motivi storici che non sto ad indagare, i cattolici hanno giocato di rimessa. Il gia citato, grandissimo, don Bosco faceva in modo che i suoi ragazzi avessero un mestiere, firmava lui stesso i contratti (individuali) con i datori di lavoro e vedeva che venissero rispettati, ma aveva ben altro da fare che vedere come fosse l'organizzazione dentro l'opificio. 
Il modello industriale è stato copiato come un fatto ineluttabile. Ci si è ricordati di essere italiani (e quindi forse anche cattolici) in tutte quelle attività "intorno" all'azienda (solidarietà, giustizia, ridistribuzione del profitti) ma mai questo ha intaccato "dentro" l'azienda. In Giappone per esempio non è stato così.
La peculiarità italiana si è manifestata nelle attività artigianali, ma nelle grandi strutture non è emerso, che io sappia nulla di "alternativo".
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Quanto ho detto (che se qualcuno riesce a smentirmi, ben venga) ha due aggiunte.
Mi si obietterà che non si può ricavare dal Vangelo una metodologia di gestione aziendale... verissimo, ma la frase di partenza era "i modi in cui ci organizziamo, le strutture che creiamo per ordinare le nostre vite, e il nostro lavoro, rispecchiano la nostra più profonda visone teologica" quindi la "visione teologica" rispecchiata è uno sdoppiamento di personalità, una visone dualistica per cui esistono argomenti dell'esistenza su cui non c'è nulla da dire.
Ma è mai esistito un approccio "cattolico" all'organizzazione del lavoro collettivo? Come ho già detto, il vangelo non è un manuale delle giovani marmotte, ma quell' insieme di desideri-indizi-riflessioni che ti fa trovare il messaggio cristiano affascinante per la tua vita, in qualche modo ti fa anche desiderare che questa assuma certe "forme" e te le suggerisce. Quindi, per rispondere all'ultima domanda, si! Sto leggendo un libro di Massimo Folador, sull'organizzazionde del lavoro e la regola di S. Benedetto. (Dopo aver letto Management 3.0 lo trovo un po' prolisso e pesante, ma è interessante)

lunedì 12 settembre 2011

Scrum in Churh (2 parte )

Ritorno al commento di quell'articolo di cui consiglio la lettura.


Alcune note:
1) La completa adattabilità di Scrum. Nato nel contesto dello sviluppo del software, viene adattato in contesti molto diversi. L'autrice sottolinea che viene "personalizzato" anche nel lessico, quando dice che parole come "product owner" non sono molto gradite in ambito religioso.

2) Diventa evidente l'interdipendenza. Pur avendo competenze e compiti diversi, non ci si rimane chini sul "proprio compito" ma è evidente una meta comune.

3) Una cosa che non viene esplicitamente detta, ma è evidente: Scrum è un antidoto alle "conventicole". Mi spiego. In qualsiasi organizzazione è ovvio, normale e naturale che alcuni elementi sentano affinità, sensibilità o comunque intensità di relazioni tra loro più che con altri. E' impossibile pensare che in qualsiasi gruppo non si formino dei sotto-gruppi. Il rischio è che questi sottogruppi "partano per la tangente", "si isolino", "facciano e disfino" o altre frasi fatte che rendono bene l'idea. Scrum è uno strumento per permettere che  queste "relazioni forti" continuino a contribuire al progetto comune, anzi possano essere un arricchimento per tutti.

4) In un "lavoro di gruppo" ispirato a idealità forti, come può essere la partecipazione ad un'attività ecclesiale, la motivazione è sicuramente un fattore personale e precedente all'attività in se. Però è utile avere un metodo che permetta a questa idealità di emergere ed esprimersi. Una regola non potrà mai sostituire l'ideale (vedi questo mio post). Ma è anche vero che l'ideale vuole un metodo per esprimersi.
Altrimenti l'ideale diventa un'ideologia alienante come, tanto per fare un esempio ormai diventato politically correct: "Noi abbiamo dedicato il primo volo nello spazio al XXII Congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica sono sicuro che sotto la guida del Partito Leninista ognuno di voi è pronto a fare ogni cosa per la grandezza e la prosperità della nostra amata madrepatria, la gloria del nostro paese, del nostro popolo. Lunga vita alla nostra terra socialista! Lunga vita al nostro grande e forte popolo sovietico!"  (Y. Gagarin)  mentre nel quotidiano "in stracarichi tranvai/accalcandoci insieme,dimenandoci insieme,insieme barcolliamo. Uguali ci rende una uguale stanchezza." (E.A.Evtusenko)

giovedì 28 luglio 2011

Scrum in Church (1 parte)

niente di blasfemo!!! 
Nessuna mischia in chiesa! E' un articolo scaricato da http://scrum.jeffsutherland.com/2009/06/scrum-in-church.html molto interessante, che penso che commenterò in diversi post.
E' scritto dalla moglie di Jeff Sutherland, uno degli autori di Scrum che descrive l'applicazione del metodo, anzi del "framework" del marito, alle attività delle parrocchie della chiesa Unitariana (penso siano gli eredi di quel povero Michele Serveto che per sfuggire dall'inquisizione spagnola è finito letteralmente arrostito dai calvinisti!

Gli argomenti che apre questo breve testo sono molti. Comincio con uno che non concludo.

Ad un certo punto, citando penso un suo maestro, la signora Sutherland dice
"La teologia viene spesso definita come un discorso su Dio, ma il modo con cui noi umani ci organizziamo, riflette la nostra teologia. Siamo incoraggiati a trovare più metafore per esprimere una varietà di concetti inerenti Dio come realtà e mistero, Padre e Madre - ognuna delle quali è inadeguata. Ci viene insegnato a diventare consapevoli di come costruiamo la nostra visione del mondo e ad aprire gli occhi ad altri modi di interpretare la realtà."  Poi ribadisce "i modi in cui ci organizziamo, le strutture che creiamo per ordinare le nostre vite, e il nostro lavoro, rispecchiano la nostra più profonda visone teologica".

Già su queste frasi avrei da scrivere la mia autobiografia.  
Ricordo benissimo una delle mie prime lezioni di Catechismo alle elementari. Una illustrazione rappresentava un uomo pensoso con un mantello ed un bambino con che faceva una buca per terra. L'uomo era S.Agostino che  meditava l'essenza di Dio  Uno e Trino. Il bambino  disse che voleva svuotare il mare di tutta l'acqua e metterla nella sua buca. Ad Agostino che gli faceva notare l'impossibilità dalla cosa, il bambino (un angelo?) disse che anche lui non poteva contere nella sua mente finita tutta la complessità della conoscenza di Dio. 
Con questa consapevolezza, Agostino non smise pensare l'"incontenibile" anzi il suo lavoro-pensiero divenne un pilastro della cultura umana.

La mente mi è andata anche al libro che lessi da ragazzo "La seduzione dello Spirito" di H. Cox e che mi rese "ineludibile" il problema religioso.

E' tardi. Mi fermo per ora, con una domada aperta. 
Non importa ora quale "risposta" o meglio quale "via" viene seguita in questa avventura umana. Per quel che ora voglio dire, non importa se si segue la via proposta dalla Chiesa Cattolica, dalla Chiesa Ortodossa, dal protestantesimo del XVI secolo o successivo, o dall'ebraismo o dall'islam  o anche da un agnosticismo "ponderato e ragionato" come fu per esempio quello di Norberto Bobbio. 
Ma se il tema viene saltato, di che cosa sono il riflesso i modi in cui ci organizziamo, le strutture che creiamo per ordinare le nostre vite, e il nostro lavoro ?

WIP: penso che questo post, a cui ne seguiranno almeno altri due, avrà correzioni nei prossimi giorni.

ISPM: dimenticavo di segnare nel blog che l'esame ISPM è andato bene.