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domenica 1 giugno 2025

Il Crollo di Babele – Antiqua et nova


 In un lasso piuttosto lungo, perché in questo periodo non ho avuto molto tempo, ho letto, quasi in contemporanea due testi: entrambi trattano di “tecnologie digitali”, sebbene con obiettivi diversi.

Antiqua et nova è un documento del magistero della Chiesa, che pone in evidenza le opportunità ed i rischi a cui l'umanità sta andando incontro.

Il Crollo di Babele è un saggio di padre Paolo Benanti, e il tema di fondo potrebbe essere “dalle grandi opportunità di comunicazione che internet sembrava promettere, si è passati alle fakenews che inquinano la comunicazione, al controllo sulla privacy ed altri potenziali guai che l'autore fa intravedere”. Per presentare risposte, ripercorre la storia dalle origini ai giorni nostri.

Anche se in calce a “Antiqua et nova” c'è la firma di Papa Francesco, preceduta da quella di quattro illustri prelati, qualcosa mi dice che lo zampino di padre Benanti ci sia anche in questo testo.

Io che sono molto vecchio ricordo che quand'ero giovane (anni 70 e 80) c'era un numero di morti per incidenti stradali incredibile. Nel 1972 si superò la quota diecimila, ma quasi sempre si superavano gli ottomila l'anno. Oggi, pur senza riduzioni del traffico e pur essendoci ancora troppi morti, da un po' di anni siamo sotto i quattromila. Obbligo di cinture, poggiatesta, specchietti retrovisori laterali e poi ABS, airbag, progettare le carrozzerie tenendo conto anche degli impatti, obbligo di fanali accesi in autostrada, limiti di velocità, test alcolemico, ... senza contare “line warning” ad altri ADAS. Non si è vietata l'auto, ma si è proceduto per un cammino diverso.

Penso che anche le tecnologie digitali debbano percorre un cammino simile.

Quei due testi li consiglio a chiunque, anche se privo di conoscenze tecnologiche, perchè scritti in modo molto piano. Per chi avesse una base informatica “Il Crollo di Babele” è una lettura ancor più interessante! Per chi avesse una visione più umanistico-filosofica, magari potrebbe ampliare il suo spettro (su nessun manuale di filosofia mi pare si citi Bogdanov, che invece nei fatti...)

Da mettere nello stesso scaffale della libreria in cui ci sono “Contro lo smartphone” e “ Nè intelligente né artificiale” ovviamente per capire, non per demonizzare nè cascare nel tranello di un progressismo acritico e irrazionale.

Una postilla. “Antiqua et nova” è un documento del Magistero della Chiesa, ma fino al punto 115 (in tutto sono 117 punti) potrebbe essere condiviso da qualsiasi credente o agnostico (non ateo perchè come diceva don Bonardello e mi pare anche Vattimo, per credere positivamente nella inesistenza di Dio ci vuole un gran fideismo, nè idolatra, perchè questi adorano le opere delle mani dell'uomo!). Al punto 113 afferma  

Oggi, la vasta estensione della conoscenza è accessibile in modi che avrebbero riempito di meraviglia le generazioni passate; per impedire, tuttavia, che i progressi della scienza rimangano umanamente e spiritualmente sterili, si deve andare oltre la mera accumulazione di dati e adoperarsi per raggiungere una vera sapienza

Ma la via per raggiungere una vera sapienza? Al 115 In un mondo segnato dall’IA, abbiamo bisogno della grazia dello Spirito Santo, il quale «permette di vedere le cose con gli occhi di Dio, di comprendere i nessi, le situazioni, gli avvenimenti e di scoprirne il senso 

mettendomi nei panni di tanti agnostici intelligenti e con una certa onestà intellettuale mi domando cosa possa essere per loro la graiza dello Spirito Santo. Mi è venuta in mente un verso di una canzone di Finardi 

E tu lo chiami Dio
Io non do mai nomi
A cose più grandi di me




 

lunedì 3 gennaio 2022

Facendo pulizia... ho ritrovato

 Facendo pulizia tra le vecchie mail ho trovato un testo che avevo inviato ad un giornalista che allora collaborava con Mario Calabresi affinchè glielo facesse gentilmente pervenire. Di Calabresi avevo sentito un intervento ad una conferenza che in quel momento mi aveva profondamente offeso. roppNon sto a dettagliare il contesto. La conferenza risale al dicembre 2011 quando la ditta per cui lavoravo (Teoresi) aveva deciso di licenziarmi perchè "troppo vecchio". Quando invia quella letter a avevo trovato un'altra occupazione, non molto remunerativa, ma molto più innovativa di quello che faceva Teoresi. Non sto ad aggiungere spiegazioni, ma copio tale e quale con una piccola variazione ad una frase 

Egregio Direttore,

La sera dell'incontro sulla crisi io ero particolarmente teso perché nel pomeriggio avevo la certezza che da lì a pochi giorni, nonostante l'articolo 18, sarei stato licenziato. Per una certa igiene mentale non volevo rinvangare il passato, macerandomi sulle responsabilità altrui nelle mie attuali difficoltà, ma cercavo di guardare il futuro.

Invece il suo intervento quasi mi ha costretto a rinvangare passato e colpe altrui. Il suo giudizio è che non abbiamo conosciuto la fame. La mia storia è in senso completamente contrario.

Era il 1975, ero un ragazzo impacciato ma abbastanza sveglio e pieno di idee. Era l'anno dell'esame di maturità. Per il futuro ero attratto da psicologia, (il funzionamento della mente umana!), ma anche da giurisprudenza, affascinato dall'idea di fare rispettare la legge in quel periodo particolarmente duro.

I miei genitori si opposero durissimamente. Secondo loro dovevo dedicarmi all'informatica, così avrei trovato facilmente lavoro. Io obiettavo che sarei stato disposto ad una vita anche sobria pur di fare delle cose che mi avessero interessato “Tu non hai provato la fame!” era il loro refrain.

Così per evitare una fantomatica fame che avrei affrontato volentieri per realizzare il mio “sogno”, dovetti per forza studiare informatica. Purtroppo ce la feci, a causa anche dei docenti. Erano personaggi abbastanza, oggi diremmo “destrutturati”: geni strampalati di cui era bello vedere la passione per quello che spiegavano ed in oltre avevano un look West-Coast che li rendevano ben lontani dalla seriosità accademica o peggio, degli ingegneri! (almeno la maggior parte di loro).

Taglio alcuni particolari, ma quando Lei parlava della gioia del taxista pakistano per la laurea della figlia io pensavo alla gioia dei miei genitori per la mia laurea (il primo laureato della stirpe!) ma pensavo che quella ragazza avesse la tristezza che avevo io quel giorno, pensando a tutte le altre attività più interessanti nella vita possibili a cui si era dovuto rinunciare per quella laurea.

L’impatto con il lavoro fu duro, ma mi permise di stare un po' di tempo negli USA (lontano da casa!) e in URSS (professionalmente ne avrei fatto a meno, ma ho da un punto di vista “culturale” è stato molto interessante).

Ma dal 1994 in poi il settore soprattutto qui in Piemonte è in grave perenne crisi, (taglio l'analisi) così per evitare una ipotetica fame, mi trovo “nelle ristrettezze” e senza aver potuto perseguire i miei sogni.

Quindi il mio primo punto è: bisogna saper non temere troppo la fame, e sopratutto rischiare quando si è ancora giovani.

Secondo, per valutare lo sbaglio dei miei genitori: la logica lineare funziona solo nel breve. Se tiro un elastico e si allunga di 5 cm. Se raddoppio la forza verifico che si allunga di 10cm. Ma se la moltiplico per 1000 non si allunga di 5000cm, ma si spezza. Non possiamo ragionare sempre per induzione dall'esperienza, o meglio l'esperienza va costruita tenendo conto di tutte le cause di un fenomeno. Quello che va bene oggi, non è detto che lo sarà domani.

Ma oggi (che un piccolo lavoro comunque l'ho trovato) qual è il mio “sogno”? Ritorno ad un altro punto controverso del suo intervento: la ragazza ligure-nord'africana [una ragazza studiosissima premiata per il suo profitto]. A quella ragazza avrei chiesto: chi sono i tuoi amici? Perché è vero, se una persona è sensibile, più matura della media della sua età, può anche trovarsi a disagio con dei truzzi, ma deve assolutamente saper interagire anche con loro, magari scoprendo che qualcuno proprio tanto “truzzo” non lo è, se non sotto una scorza apparente.

Un istituto internazionale (Standish Group) monitorizza lo stato dei progetti software e da anni solo il 35% circa vanno a buon fine. Raramente la causa è dovuta ad incompetenza tecnica, più spesso è dovuta a motivi relazionali: specifiche di progetto mal formulate, “il cliente cambia idea”, attriti tra clienti e fornitori....

Inoltre la cose che mi ha sempre fatto più soffrire in questi anni di lavoro è l'esistenza del management. Vale a dire: nel cantiere edile il manovale svolge un lavoro tutto sommato semplice, il muratore più complicato, il capomastro deve avere più esperienza e poi il geometra, fino all'architetto. Nell'informatica no: il lavoro anche più a contatto con la “materia” richiede competenze alte, e la gerarchia non ha senso, il livello culturale è alto in tutte le funzioni; sebbene molte aziende informatiche abbiano implementato un modello ad albero dove ai vertici si accede per motivi di look anni 80, amicizie... raramente per competenza. Ma soprattutto le competenze sono “a rapida dissoluzione”, ed è necessario il team per compensare “l'inevitabile ignoranza”.

Nel settore informatico estero questi temi sono sentiti, nel 2001 alcuni “guru” dell'organizzazione si sono riuniti ed hanno elaborato l' “agilemanifesto”a cui si rifanno varie metodologie di lavoro.

Ritorno dunque a quello che è da un lato il mio sogno e da un altro un approccio (non l'unico per carità, non esiste la panacea !) che permetterebbe all'Italia di affrontare meglio la situazione difficile: imparare a lavorare insieme.

Chissà perché in Italia ci sono ottime piccole aziende, artigiani geniali, ma non ci sono più grandi aziende dagli anni 70 (quando il modello piramidale funzionava ancora)? Una delle cause è l'incapacità di collaborare insieme. Ora mi piacerebbe molto diffondere queste metodologie agili, nate nello sviluppo dell'informatica, soprattutto al di fuori del mondo del software. Non ho la giovane età per “rischiare” ma tengo gli occhi bene aperti.

Distinti Saluti

lunedì 30 luglio 2018

Fake News e il mango di don Bonardello

In questo periodo si parla molto di fake news.
Dal mio punto di vista il problema non è nella notiazia falsa in se, ma è nella capacità delle persone a filtrare, interpretare e gestire le notizie.

Ero bambino. Ricordo che gli adulti leggevano il quotidiano  più diffuso a Torino (La Stampa) e lo chiamavano La Busiarda. Questo indipendentemete dall'ideolgia di riferimento. Evidentemente filtravano ed interpretavano.

Ero poco più che bambino. La mia lettura preferita fu "Il Barone di Munchausen" di Raspe, ovviamente nell'edizione "per ragazzi". Ovviamente non credevo che sparando ad un cervo con dei noccioli di cigliegia, le corna avrebbero prodotto foglie e frutti... e non credevo in nessuna altra delle sue improbabili avventure, ma appunto leggevo queste cose in un contesto in cui era chiaro che si trattava di fantasia, anche se l'io narrante intercalava ricordando che quello che raccontava erano cose che a lui erano veramente accadute.

Primo anno di liceo scientifico. Il nostro prof di religione (che era anche un prof di scienze) don Marco Bonardello, nella prima o in una delle prime lezioni, per parlare della ragionevolezza della fede, disse: "Sapete cos'è un mango?" era il 1970, non c'era la globalizzazione attuale. Quasi nessuno lo sapeva.
"Il mango è un frutto tropicale, buonissimo ma facilmente deperibile, per questo non viene importato (ribadisco 1970!) Ecco se uno di voi mi dicesse "Ieri ho mangiato un mango" non gli crederei, ma se sapessi che ha una sorella maggiore che fa la hostess o comunque qualcuno di prossimo a lui che lavora in una compagnia aerea che fa voli internazionali, potrei pensare che non sta raccontando una frottola. Il giudizio di verità dipende dagli indizi che uno ha riguardo al testimone...." e da qui passò alla ragionevolezza della fede cristiana legandola alla testimonianza della Chiesa
In effetti il  Fact checking dell'aereopago di Atene, classificò la "buona notizia" (Evangelo) come una fake news. Sono stati gli indizi che hanno dato i testimoni nel corso degli anni, a renderla credibile.
Ma siamo capaci di cogliere gli indizi?

sabato 19 novembre 2016

Renzi Sbaglia / Il progresso è finito.

I dati dei sondaggi, per quanto possano essere credibili vedono una gran parte dell'elettorato tra gli indecisi: lo credo bene, non c'è stato un dibattito sul tema della riforma nella nazione, ma sul pro-contro a governo, europa, migranti e simili.
Un dato interessante (per quanto possa essere vero) dice che sopra i 65 anni gli elettori sono più favorevoli al SI mentre scendendo con l'età la situazione cambia.
Un'interpretazione dice che gli over65 ( e direi anche 70) sono più orientati a guardare le TV ed essendo la RAI strumento del governo e Mediaset variamente intrallazzata, difendono le ragioni del governo quindi del SI.
Le altre fasce di età si rivolgono ad internet e si rivolgono per alimentare i propri pregiudizi. Chi è per una posizione segue quello che la conferma oppure va sulla posizione opposta (raramente) ma solo per attaccare.

Interpretazione interessante, ma io ne avrei un'altra. Renzi, senza entrare nel merito della riforma, sostiene che quello è il cambiamento. Ma il fatto che il cambiamento, il nuovo, sia un valore in sè, è un concetto tipico della generazione nata prima degli anni '40. 
Per convincersene basta guardare le pubblicità della fine anni 50 ed anni 60, il cui target erano gli over20 di allora: qualsiasi prodotto doveva essere una novità, rappresentare un cambiamento, realizzato con i più moderni mezzi tecnologici, "uhe cavernicoli non siamo più all'età della pietra!" e via discorrendo. E quella generazione lì ha accettato positivamente cambiamenti che nel lungo periodo si sono dimostrati insostenibili (problema ecologico innanzitutto, ma anche nel tessuto sociale e demografico).
Se analizziamo la pubblicità degli anni '90 vediamo un ripetersi di "mulino bianco", sapori di una volta, ...secondo la tradizione, ricordi quand'eri bambina?.... e se qualche cambiamento tecnologico veniva sottolineato era per un risparmio energetico, per un rispetto dell'ambiente etc.... Quindi col tempo, il cambiamento non è più un valore in sè, ma lo diventa in un contesto molto più articolato.
Potrebbe essere questa anche una spiegazione del divario relativo all'età.

Forse sarebbe stato meglio non insistere sul cambiamento ma scendere nei dettagli della riforma....

per approfondire...

mercoledì 22 gennaio 2014

User Experience

Come ho scritto nell'articolo (ma la parte a cui mi riferisco si scarica a pagamento!) il lavoro di sviluppo del software ha dei sottoprodotti che potrebbero fruttuosamente essere utilizzati in altri contesti.
Uno di questi è la "User experience
E come seguendo i consigli di vari guru, farò uno "Story telling" invece di una descrizione astratta.

1) Ufficio Postale. Quando ero ragazzo su ogni sportello leggevo cartelli scritti a pennarello ed incollati con il nastro adesivo "PACCHI" "RACCOMANDATE" "ContiCorrenti" etc. Uno sapeva dove andare. Ora invece ci sono bei cartelli preconfezionati con "Prodotti Postali" "BancoPosta". Ma un vaglia, cos'è? Prodotto postale, certo mica un prodotto del caseificio! Ma è anche un prodotto che può assimilarsi ad un prodotto bancario, poichè faccio correre soldi... Chiedo ai presenti in coda.
Nelle poche volte che mi capita di andare alla posta ho quasi sempre trovato qualcuno che chiede qual è la coda corretta per .... Da cui se ne evince:
1.a) che i "Big Thinker" delle Poste sono assolutamente avulsi da ogni feed-back dell'utente, pensano astrattamente, fregandose dell' UX 
1.b) gli sportellisti sentono simili domande quotidianamente e umanamente parlando faticano a trattenersi dal mettere un bel cartello a pennarello con lo scotch "Vaglia" "PACCHI" e via discorrendo!  Invece mettono i cartelli che "ricevono da Roma". Torna l'agile manifesto, il principio di sussidiarietà, stoos e via discorrendo. Inoltre lo stipendio di un "Big Thinker" è piuttosto alto direi, quindi: tagli migliorando il servizio e motivando di più il personale che lo gestisce direttamente!

2) GTT (Trasporti Torinesi) Ero sulla linea 5 direzione Nord->Sud . Ricordo che il 5 ferma in largo Orbassano, fa molte fermate in Corso Orbassano di Torino, ferma in Strada Orbassano di Beinasco e poi finisce la sua corsa nel Comune di Orbassano.
Era sera ed il bus su cui viaggiavo era di quelli belli moderni con la vocina che annuncia la prossima fermata. Cosa abbastanza comune, bisogna ammettelo, la vocina era sincronizzata perfettamente con il percorso. Ad un certo punto,eravamo in corso Rosselli, la vocina annunciò "Prossima fermata: Orbassano Nord" vidi una coppia trasalire, perchè Orbassano è appunto la fine della corsa "Ma non l'abbiamo vista Mirafiori!!!" Due battute e si capì l'equivoco. I signori GTT sanno che "Orbassano Nord" vuol dire "Largo Orbassano Nord", ma si sono posti il problema di cosa pensano gli utenti se non sono pratici del posto? Ma se partono dal presupposto che tanto la stragrande maggioranza degli utenti è pratica del posto, cosa hanno messo la "vocina" a fare, se non a farli divertire quelle rare volte che non è sincronizzata?

3)  GTT (Trasporti Torinesi) Dovevo farmi rinnovare l'abbonamanto e sono andato in via Fiocchetto. Vidi cartelli con la scritta "Titoli di Viaggio" e pensai che l'abbonamento lo fosse (a cosa serve se non a viaggiare?) Invece poco prima vidi un piccolo capanello (2 o 3) persone ferme davanti ad un altro sportello e chiesi se erano in attesa di farsi rinnovare l'abbonamento. Alla risposta "Sì" capii che l'ufficio era quello, ma un cartello costava tanto? 
3.2) Peggio, uscendo vidi quell'assurda immagine accanto e per fotografarla mi spostai in una posizione migliore. Fui redarguito da un tizio, evidentemente GTT ma il cafone non si qualificò e non avevo  tempo/voglia di litigare, che "Ma non sa che non si può andare lì? " "No, non lo so?" "Ma non ha visto  il cartello?" "No, non c'era nessun cartello". Me lo fece vedere. Dai tempi di Napoleone, in tutte le nazioni da lui conquistate, i cartelli relativi ad un percorso sono o direttamente davanti o alla destra del camminamento, quel cartello invece era invisibile da chi volesse  fare il percorso che avevo fatto io, mentre creava un grosso dubbio perchè significava (secondo la logica ergonomica successiva alla battaglia di Marengo) che era vietato salire l'unica scala che permetteva di uscire dal portone di via Fiocchetto. Qui non è solo mancanza di UX, ma proprio di buon senso. 

domenica 28 aprile 2013

Zavorre: Internet.

Sembra paradossale, io stesso che tengo un blog, che tramite internet sono riuscito a fare moltissime cose... consideri internet una zavorra. In effetti in certi casi lo è.
In questo post ne esamino uno, quello che mi tocca più da vicino.
Piccola storia per focalizzare il problema. Lavoravo in una grande multinazionale dell'ITC, ma seguivo un cliente estraneo al core business dell'azienda. Più volte avevo chiesto di poter lavorare su progetti che fossero invece legati alla cultura aziendale, avevo ricevuto sempre promesse positive, quando se ne fosse presentata l'occasione. Ma siccome portavo soldi in azienda, mi hanno sempre tenuto presso quel cliente, finchè un bel giorno il top-mamagement decide di eliminare tutti coloro che non fossero legati al "core" aziendale.
Così continuai a lavorare per quel cliente con un'altra azienda (quella con cui ho avuto problemi piuttosto gravi).
I colleghi dipendenti dell'azienda cliente erano contenti del cambiamento, perchè finchè ero della multinazionale, dicevano, portavo solo il mio Know-how personale, invece come dipendente di una piccola azienda più tarata sulle attività di questo cliente, avrei portato il know-how dell'azienda stessa.
Ma ahimè scoprii qual era questo know-how! Motori di ricerca.
Ognuno lavorava come se fosse in un cubicolo sul su "pezzo".
[ a questo proposito ricodo che quando presi la certificazione ISIPM la "padrona" mi disse "ma tu ti sentiresti in grado di dividere un progetto in parti ed assegnare i compiti alle persone.... pensai: ma forse sarebbe meglio che ci fosse una visione condivisa - product backlog, cartellone del kanban, chiamalo come vuoi... e far collaborare le perone su questo! ]
Il cubicolante, quando non sapeva qualcosa che faceva? andava a cercare la risposta su internet.
Ora che con internet si possano scoprire fornitori di quello che ti serve in tutto il mondo, tool open source, articoli interessantissimi è stra-vero. Ma lavorando come l'aziendaccia si ottiene:
1) Know-how aziendale = 0. La soluzione trovata da te non divenda partimonio comune.
2) In molti "problemi" la formulazione verbale porta ad una chiarificazione del problema stesso. Per approfondire vedere questo sito. L'immisione di alcune parole chiave relative al problema nella finestrella search non porta a te stesso una visione più chiara del problema che hai davanti. La descrizione orale al collega ti aiuta e vederci meglio e le sue immediate obiezioni ti aiutano a guardalo da diversi punti di vista.

lunedì 9 aprile 2012

L'Italia sprofonderà: il mito della cicala.

Disclaimer: non condivido affatto la visione di Benedetto Croce ed epigoni sulle due culture: la cultura umanistica  e la cultura tecnica. Personalmente amo la scienza, che non è la tecnica: è ricerca della verità. E' adaequatio rei et intellectum, permette alla cultura umanistica di non essere stantia ripetizione di flatus vocis e permette alla tecnica di non scadere nella ripetizione di pratiche che diventano magia o superstizione, come descrive Asimov in un racconto dove erano rimasti i tecnici senza gli scienziati.

Premesso questo, da che mondo e mondo la classe politca viene scelta tra gli "umanisti" perchè capaci di comprendere gli scenari ed immaginarsene nuovi, perchè detentori di una visione filosofica del mondo o anche semplicemente perchè capaci di comunicare. Il fatto di affidarsi ai tecnici per il "salvataggio" dell'Italia mi sembra uno dei tanti sintomi di follia verso cui stiamo andando incontro.
Sono assolutamente favorevole a valorizzare il lavoro delle persone anziane, la mia storia lo dimostra ed ho già fatto un post a questo proposito. Ma ritengo che la "coraggiosa" riforma delle pensioni sia una porcata per vari motivi e qui ed ora cito quello "umanistico"- il mito della cicala.
No, non la favoletta della formica e la cicala, a cui i simpatico Gianni Rodari rispondeva di preferice la cicala/ che il suo canto non vende: regala! - non apro questo ampio dibattito!
Si tratta del tempo degli dei falsi e bugiardi. La ninfa Eos si innamorò di Titone, un mortale. Siccome voleva superare questo piccolo problema, chiese a Zeus il dono dell'immortalià per l'amato. Zeus concesse tale dono, ma la svampita ninfa Eos non si accorse che insieme al dono dell'immortalità avrebbe dovuto anche chiedere il dono dell'eterna giovinezza. Cosa successe? che il povero Titone non moriva mai, ma invecchiava sempre, in modo terribile... in un modo dove un settantenne era vecchio ed un ottuagenario una rarità, chissà come si immaginavano un vecchio di duecento trecento mille anni!!! Una versione del mito dice che Titone fu poi tramutato in cicala. 
I nostri tecnici probabilmente avranno letto da qualche parte che l'età media della vita aumenta, ma forse non sanno che i vecchi non hanno le stesse condizioni fisiche e quidni gli stessi ritmi dei giovani. Parlano di "lavori usuranti" ma chi fa più lo scaricatore di porto? La vista e l'udito calano, e l'artrosi viene anche ad impiegati ed insegnanti (tanto per esemplificare, seppur superficialmente)
 Quanto costerà questa loro astrazione? Be' il fatto che si parli di cicale, per altri versi il simbolo dello sperpero dei beni, è sintomatico dell'impossibilità che avremo di sollavarci.

mercoledì 7 dicembre 2011

Agili senza saperlo 7 - Giovanni Semeria

Non sapevo nemmeno chi fosse, questo padre Semeria. Per me era solo il "titolare" di una delle vie principali di Monterosso al Mare. Ho messo qui un link su una sua biografia.
Casualmente ho letto una recensione ad una  raccolta di suoi scritti.
Copio le sue citazioni.

"Una squadra di undici calciatori provetti, ma incapaci di cooperazione, ognuno dei quali gioca per conto suo, sarà sconfitta da una squadra di collegiali ciascuno dei quali, conosciute a fondo le qualità ed i difetti dei compagni, se ne vale sul campo da gioco.
"Colui che più si mette in mostra è raramente, tanto nel foot-ball che altrove, un fattore di importanza reale...

Visto che pare che il padre Semeria fosse un tifoso del Genoa  ... Forza Grifoni!

giovedì 13 ottobre 2011

IKEA, no grazie! (peccato, però...)

Strano, ma vero. Io sono un estimatore di IKEA, ho comprato molti articoli IKEA. Ammiro la filosofia "lean", non sul modo di produrre che ingoro, ma contenuta nei prodotti stessi.
Nella mitologia politically correct sulle multinazionali, McDonals' è "nobbuono" e IKEA è "buono".
Il mio disappunto con IKEA non è nemmeno legato alla pubblicità che rappresenta un coppia gay. (Dalle mie citazioni di don Milani e di don Giussani, si può evincere che io sono cattolico osservante, ma proprio perchè stimo quei due personaggi, non ritengo sensato perdersi in "battaglie di retroguardia"!)
Il mio disappunto con IKEA non è legato nemmeno alla polemica sulla nuova sede, la cui autorizzazione recentemente è stata negata dalla Provincia di Torino.
Il mio disappunto con IKEA non è legato nemmeno ad un prodotto che non mi ha soddisfatto, anzi è per un prodotto di cui possiedo un esemplare, e ne vorrei comprarne un altro : uno scaffale BENNO.
Ma, soprattutto da quando la IKEA non è più presso il centro commerciale "Le GRU", andare fisicamente mi porta via troppo tempo, almeno tre ore. E' molto difficile trovare tre ore libere consecutive.
Sarei disposto disposto a pagare un servizio di acquisto on-line (fornito da molti altri venditori) fino a 30 euro.
Invece IKEA, sì, ti porta a casa la roba, ma devi andare tu fisicamente nel magazzino a chiederla, proprio quello che volevo evitare.

E qui inizia il "bello". Volevo segnalare a IKEA questo problema, per convicerli ad attivare il servizio. (Lo so, non basta la mia e-mail, ma se questa fosse stata la 500esima della settimana...) Invece non è possibile fare segnalzioni.  All'IKEA - negozio fisico - c'è una "cassetta-dei-suggerimenti", ma nel negozio fisico, appunto!
Ero giunto al punto di voler connettermi al signor Ingvar Kamprad su linkedin per poter comunicare!
Non capisco questa volontà evidente di IKEA "se non vieni fisicamente, non puoi neanche parlarci". Avranno fatto i loro conti, avranno la loro "politica di qualità"... va a sapere. Ma sta di fatto che io sono fuori dal loro target di mercato e starò, purtroppo, senza BENNO.

PS: Tornando al discorso della "provincia di Torino" che ha negato l'autorizzazione, se fossi stato Saitta avrei fatto anch'io così, per "pararmi il culo". Finchè vieti va sempre bene, ma se autorizzi  potrai avere rogne, in futuro. Ma a parte questa "distorsione italica", è proprio importante andare fisicamente "in loco" per avere un prodotto standard, a catalogo?

Ho scritto questo post sperando che qualche responsabile IKEA lo legga.

mercoledì 8 dicembre 2010

Verba volant Scripta manent Res mutant.

We know that the most efficient and effective method of conveying critical information is face to face conversation. In some agile books or web pages, we can read that a written report may be just useful for who writes it, to be able to say “I've done my job” or “I've told that!” after. But a written report may be misunderstood, “slow” in the flow of the info...

Some authors  (http://justwriteclick.com/2007/08/01/making-the-documentation-cruft-calculation-more-user-friendly/) talk about the CRUFT index of a text. By those discussions we can understand that a text could be NOT-read by who should read it, or misunderstood or not trusted.

That is in our world of software developers. And in the diplomacy?

The wikileaks affair shows that or the reports don't hold critical information or diplomacy ins't agile.
Does diplomacy need any agile coachers?

(mi scuso con i meie eventuali lettori del post precedente, se ho interrotto il discorso e penso che non lo riprenderò nemmeno nel prossimo)