Visualizzazione post con etichetta Ai tempi.... Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ai tempi.... Mostra tutti i post

venerdì 16 gennaio 2026

COBOL, James Joyce, David Graeber e il "maròcc"

 Facendo pulizia ho trovato un listato ancora fatto dalle famose stampanti a 132 colonne di cui se ne parla anche in questo mio libro di memorie informatiche


Ho notato che era un listato COBOL e si è scatenato in me uno stream of consciousness degno di James Joyce. Evito di riportarlo perchè non ho sicuramente la tecnica narrativa del grande letterato, ma soprattutto perchè non voglio evocare uno tra i periodi più tristi della mia vita. A parte la "bruttezza" della programmazione in questo linguaggio, in quel periodo era come se si fossero chiusi  tutti gli spiragli che si erano aperti nel 1979 e la mia vita si prospettava come un tunnel cieco. Ma chiudo lo stream of consciousness perchè i pensieri evocati sono veramente brutti.

Poi, osservando bene il listato, nel riquadro rosso vedo la scritta PDP-11, computer mitico, in cui io non ho praticamente mai programmato in COBOL ( il computer del triste periodo era l' HP3000)

 Poi ho letto bene il nome del programma (riquadro viola) e ho letto Yatzee. Ritornato in mente lo scenario !! Quel programma non era mio e non so perchè il suo autore mi avesse "regalato" il sorgente, forse perchè leggendolo, mi rendessi conto di quanto lui era bravo. Ricordo il contesto operativo in cui sono stato. Sono finito a "lavorare" lì (più avanti si capirà perchè lavorare è tra apici) due volte nel mio percorso lavorativo, a distanza di circa 10 anni. In entrambi i casi l'impressione è stata pessima! Esattamente il contrario di come dovrebbe essere un luogo di sviluppo software. Dov'era? non importa, come dico nel mio commento sui Promessi Sposi per manager, <Comunque sia, ormai non è un problema: al posto di quell'azienda, oggi ci sono signorili alloggi residenziali.>

Qui David Graeber avrebbe avuto molto materiale per il suo testo  Bullshit Jobs . Quel signore che mi ha dato quel listato faceva del "maròcc". Mai saputo se nell'usare quel nome i vecchi operai piemontesi avessero qualche riferimento con il Marocco. Non so perchè nel gergo si usasse quel termine per indicare un fatto ben preciso: quando un operaio specializzato, un tecnico, usa degli strumenti dell'azienda per delle attività proprie. 
Esempio tipico: un torinitore si porta un suo particolare da lavorare sul tornio della ditta. Solitamente i "padroni" se il tecnico era un barbìs e non esagerava, e i lavoretti erano personali non conocorrenziali, chiudeva un occhio. Se invece faceva concorrenza, esagerava o c'erano altre conflittualità in corso, allora l'accusa di "fé 'd maròcc" diventava l'occasione per fare causa di licenziamento. Ebbene, quel tale, annoiato di non poter fare muovere le meningi, si era fatto quel programma in COBOL che simulava il gioco con il lancio di cinque dadi. Ovviamente tutto finiva lì, non lo "vendeva" perchè il PDP-11 non era certo un PC o smartphone su cui girano videogiochi. "Scarica l'app" non si usava ancora! 

 

domenica 11 gennaio 2026

Mia ultima lettura - Veramente divertente!


 Dopo qualche lettura impegnativa ho preso in mano un libro che ho trovato veramente comico, anche se di una comicità un po' macabra che va spiegata. 

Si tratta di "Avventure postume di personaggi illustri" di Alajmo e Carapezza. Sono vari racconti sulle vicissitudini delle spoglie mortali di personaggi illustri. Io sapevo della triste fine del corpo mortale del povero Tommaso d'Aquino, ma la sua storia non è citata, forse perchè nel medioevo essere smembrato da venditori di reliquie, era una storia banale. Tra i racconti citati conoscevo quello di Papa Formoso, il cui cadavere venne disseppellito, processato e "condannato" ad essere gettato nel Tevere. Non sapevo però come sarebbe andata a finire e l'ho letto nel libro.

Se il periodo di papa Formoso è un periodo fresco di invasioni barbariche, calato nel più buio medioevo, colpiscono i casi che avvengono in piena cultura scientista, positivista (Bentham, Mazzini...) e addirittura Lenin.

 L'elemento che emerge è quanto siamo fragili e quanto siamo desiderosi di qualcosa in più. Le situazioni surreali che emergono sono anche segno di questo paradosso esistenziale che vorrebbe essere risolto, usando una metafora americana - che ha molti riferimenti in campo tecnico scientifico (bootstrap)  - nel "reggersi ai tiranti dei propri stivali"

Un racconto che mi è davvero piaciuto molto è quello sulle spoglie di Pirandello, perchè immaginavo degli amici siciliani, sia nella scena del'aereo, sia nel cercare di convincere il vescovo (che siciliano non era...) Non anticipo altro....


venerdì 28 novembre 2025

Autopsia

Erano anni  che non suonavo più su una tastiera "orizzontale" e soprattutto sensibile al tocco (l'espressione con la fisarmonica si dà con il mantice!). Ho provato questa mattina ed ho trovato un po' di difficoltà per cui questa registrazione non è venuta un  granchè. Ma quel brano viene ancora peggio con la fisarmonica seppur suonato correttamente. 
Il brano è il tema di una canzone (ovviamente cantata solo quando ero solo, come moltissime altre che facevo) che avevo composto più di 40 anni fa. Avevo conosciuto una ragazza bellissima intelligentissima ed anche "brava". Ma avevo intuito che "tra noi non ci sarebbe stata storia" e la cosa mi aveva riempito di tristezza. Il testo che ricordo diceva 
Ti è andata male, ancora una volta 
e tu ti domandi "perchè?"
 Fallito è l'incontro della tua libertà
 con quella imponderabile sua.
 E vai a cercare le cause e le ragioni,
 ti fai un processo che è già un'autopsia!
 E dentro te,
 senti che tu sei triste,
 perchè lei sembrava quella giusta,
 e che ragionasse un po'.
 E alla voglia di amarla devi dire NO! 
alla tenerezza che sentivi nascere in te, 
devi dire NO!"
 
Altri versi non me li ricordo, forse non li avevo neanche conclusi, anche perchè ho conosciuto altre ragazze, tra cui quella che poi sarebbe diventata mia moglie.
 
Torno su questo testo. A parte "che ragionasse un po' " è quasi comico perchè era un genietto (non sto dire i dettagli perchè se mai qualcuno leggesse questo post potrebbe identificarla).
Quello che mi sconvolge adesso è la frase "alla voglia di amarla devi dire NO". Ok al concetto di "amarla" in quel contesto lì va benissimo, ognuno per la sua strada allentando i legami. Ma nella vita ci sono tantissimi casi di persone la cui libertà li porta ad "andare per rane". Il bene che vuoi va perduto? Eppure ... anche la nostra imponderabile libertà non sempre incontra la libertà di Dio con cui ci ha creati, e Dio alla voglia di amarci non dice NO.


 

sabato 2 agosto 2025

Una Fiat che fu


Ho terminato di leggere un libro avuto in prestito. Oltre quattrocento pagine di lettura molto scorrevole ed interessante, almeno per me per diversi motivi: sono torinese e l'autore, Giancarlo Michellone, era stato l'amministratore delegato del Centro Ricerche Fiat anche nel periodo in cui ho lavorato, purtroppo come esterno e non come dipendente.

Si tratta di una specie di diario che va dal 1966 al 1970 con qualche nota sul prima per inquadrare il contesto, e sul dopo per farci sapere “come andrà a finire”. Le tematiche oltre alle vicende personali – matrimonio e nascita dei figli – che l'autore cita con molta riservatezza, sono il suo lavoro in FIAT e le vicende del suo paese, Cambiano, nella seconda cintura di Torino, di cui, sebbene con riluttanza è stato anche sindaco.

Negli anni sessanta nella cintura di Torino c'è stato un grande incremento della popolazione, dovuto alla crescita industriale. Una conseguenza è stata una grande speculazione edilizia che scaricava i costi dell'urbanizzazione (fognature, acquedotto, illuminazione stradale, scuole elementari...) sulle amministrazioni locali. Sparso un po' in tutto il testo si trovano le battaglie sostenute dalla giunta comunale per mantenere a Cambiano una “crescita sostenibile”, scontrandosi anche contro pressioni di certi portatori di interessi che superavano i limiti della legalità.

Il mondo FIAT che descrive è un isola felice, per certi versi simile al Centro Ricerche FIAT, ben lontana dalla produzione, dalla famigerata “catena di montaggio”. Si trattava del settore “Esperienze” (in cui lavorava anche mio suocero). In quel periodo l'autore si occupava dell'antiskid, un sistema che si prefiggeva di ottimizzare le frenate, soprattutto su terreni gelati, bagnati o comunque non bene aderenti e magari con aderenze diverse sulle ruote. Tematica interessante perché è probabilmente stata la prima applicazione dell'elettronica e della meccanica insieme. Inoltre ha implicato un'organizzazione del lavoro dove i portatori di competenze diverse collaboravano in team multidisiplinari e questo scardinava un po' la suddivisione burocratica dell'azienda.

Non sottolineo altro ma lascio al lettore il piacere di addentrarsi in questa storia.

Parallelamente alla gestazione dell'antiskid, troviamo il racconto delle turbolenze sociali di quegli anni. Anche qui non mi dilungo e passo a considerazioni più personali.

Era la prima applicazione dell'elettronica a bordo veicolo, evidentemente, perché non erano state previste interferenze dei campi magnetici sui dispositivi. Per fortuna degli sviluppatori, non potendo più provare il sistema sui prototipi al Sestriere come avevano fatto alcune volte, decisero di provare nella collina torinese, nella piazza vicino al Faro della Vittoria, non distante dai numerosi ripetitori, allora penso della RAI.  Lì il comportamento del sistema diventava misteriosamente “assurdo”. La spiegazione del fenomeno - i campi magnetici dei ripetitori "disturbano" le componenti elettroniche di bordo - viene in mente ed apre una nuova sfida da affrontare. Quante volte, in occasioni ovviamente diverse, è capitato anche a me di dire: “È andata bene che questo caso non previsto è venuto fuori nei test e non dopo il rilascio del sistema!”

Quello che non capisco è che verso la fine del libro si racconta di un antiskid della concorrenza, montato su un mezzo "di serie" in funzione, che ha un grave problema causato proprio da interferenze simili. Possibile che la protezione dalle interferenze non fosse diventata una caratteristica necessaria per l'omologazione?

Ho apprezzato molto anche la ricchezza linguistica. Sono molte le frasi in piemontese riportate, ma, seppur in misura minore, c'era anche il veneto di Zottarel, l'inglese, qualcosa in francese e nache una frase multilingue di un greco.

Giancarlo Michellone era l'amministratore delegato al CRF, ma non ho mai avuto contatti diretti con lui (a parte l'omaggio di un trolley fatto anche a me come componente di un team che aveva lavorato sulla funzione di “evasione ostacolo”)

Conosco il figlio Gianluca di cui il testo cita la nascita ed i pianti notturni.

Ho conosciuto invece l'ing. Mario Palazzetti, che progettava le prime schede elettroniche a bordo veicolo. Quando lo conobbi era un vecchio signore ormai “consulente” del Centro Ricerche. Non collaboravo direttamente con lui, ma mi è capitato di andare a pranzo insieme in mensa ed era un conversatore interessante.

Sono stato anche al brindisi di inizio pensione di Ezio Lendaro.

Ovviamente Zottarel, il collaudatore spericolato, non l'ho conosciuto, ma guarda caso, anche il driver con cui ho fatto molti test e acquisizione dati era un ex-paracadutista. Non nella Folgore, ma negli Alpini Paracadutisti. Evidentemente per fare quel lavoro occorre una certa forma mentis.

Ultimo ricordo. Nel libro si cita un certo ing. Ravizza che nel 1970 aveva quarant'anni. Mio padre, negli ultimi giorni della sua vita, ogni tanto si immaginava di essere in situazioni evidentemente accadute in passato e parlava anche dell'ing. Ravizza. Ora in Torino, di Ravizza, ingegneri nati intorno agli anni '30 non penso che ce ne fossero molti. Chissà se era lui ?

domenica 1 giugno 2025

Il Crollo di Babele – Antiqua et nova


 In un lasso piuttosto lungo, perché in questo periodo non ho avuto molto tempo, ho letto, quasi in contemporanea due testi: entrambi trattano di “tecnologie digitali”, sebbene con obiettivi diversi.

Antiqua et nova è un documento del magistero della Chiesa, che pone in evidenza le opportunità ed i rischi a cui l'umanità sta andando incontro.

Il Crollo di Babele è un saggio di padre Paolo Benanti, e il tema di fondo potrebbe essere “dalle grandi opportunità di comunicazione che internet sembrava promettere, si è passati alle fakenews che inquinano la comunicazione, al controllo sulla privacy ed altri potenziali guai che l'autore fa intravedere”. Per presentare risposte, ripercorre la storia dalle origini ai giorni nostri.

Anche se in calce a “Antiqua et nova” c'è la firma di Papa Francesco, preceduta da quella di quattro illustri prelati, qualcosa mi dice che lo zampino di padre Benanti ci sia anche in questo testo.

Io che sono molto vecchio ricordo che quand'ero giovane (anni 70 e 80) c'era un numero di morti per incidenti stradali incredibile. Nel 1972 si superò la quota diecimila, ma quasi sempre si superavano gli ottomila l'anno. Oggi, pur senza riduzioni del traffico e pur essendoci ancora troppi morti, da un po' di anni siamo sotto i quattromila. Obbligo di cinture, poggiatesta, specchietti retrovisori laterali e poi ABS, airbag, progettare le carrozzerie tenendo conto anche degli impatti, obbligo di fanali accesi in autostrada, limiti di velocità, test alcolemico, ... senza contare “line warning” ad altri ADAS. Non si è vietata l'auto, ma si è proceduto per un cammino diverso.

Penso che anche le tecnologie digitali debbano percorre un cammino simile.

Quei due testi li consiglio a chiunque, anche se privo di conoscenze tecnologiche, perchè scritti in modo molto piano. Per chi avesse una base informatica “Il Crollo di Babele” è una lettura ancor più interessante! Per chi avesse una visione più umanistico-filosofica, magari potrebbe ampliare il suo spettro (su nessun manuale di filosofia mi pare si citi Bogdanov, che invece nei fatti...)

Da mettere nello stesso scaffale della libreria in cui ci sono “Contro lo smartphone” e “ Nè intelligente né artificiale” ovviamente per capire, non per demonizzare nè cascare nel tranello di un progressismo acritico e irrazionale.

Una postilla. “Antiqua et nova” è un documento del Magistero della Chiesa, ma fino al punto 115 (in tutto sono 117 punti) potrebbe essere condiviso da qualsiasi credente o agnostico (non ateo perchè come diceva don Bonardello e mi pare anche Vattimo, per credere positivamente nella inesistenza di Dio ci vuole un gran fideismo, nè idolatra, perchè questi adorano le opere delle mani dell'uomo!). Al punto 113 afferma  

Oggi, la vasta estensione della conoscenza è accessibile in modi che avrebbero riempito di meraviglia le generazioni passate; per impedire, tuttavia, che i progressi della scienza rimangano umanamente e spiritualmente sterili, si deve andare oltre la mera accumulazione di dati e adoperarsi per raggiungere una vera sapienza

Ma la via per raggiungere una vera sapienza? Al 115 In un mondo segnato dall’IA, abbiamo bisogno della grazia dello Spirito Santo, il quale «permette di vedere le cose con gli occhi di Dio, di comprendere i nessi, le situazioni, gli avvenimenti e di scoprirne il senso 

mettendomi nei panni di tanti agnostici intelligenti e con una certa onestà intellettuale mi domando cosa possa essere per loro la graiza dello Spirito Santo. Mi è venuta in mente un verso di una canzone di Finardi 

E tu lo chiami Dio
Io non do mai nomi
A cose più grandi di me




 

lunedì 10 febbraio 2025

Sic Transit Gloria Computātōriōrum – 3 puntata

 Il ritorno del terminale

Tanti anni fa c'erano computer molto grossi. Quelli che venivano chiamati “mini” quali il PDP11 e HP1000 avevano le dimensioni di un frigorifero. Gli altri, detti anche Mainframe (tipo gli IBM 370) erano molto più ingombranti ...


A questi computer erano solitamente collegati una o più stampanti, delle unità disco (ricordo che per portare 10 mega nel 1984 ho usato la borsa che adoperavo abitualmente per andare in piscina) a volte una unità a nastro, una telescrivente che fungeva il più delle volte da consolle del sistema e dei cosiddetti “terminali” cioè video a raggi catodici con 24 righe e 80 colonne (ma si poteva anche settare a 132, però la lettura non era un granché) ed una tastiera alfanumerica. Tipico il VT100. L'interazione con il computer avveniva attraverso questi terminali.

Dalla la metà degli anni 80 ho incontrato i terminal server vale a dire dei computer a cui erano collegati molti terminali sparsi per l'azienda e a loro volta collegati in “local area network” con diversi mini elaboratori, per lo più VAX11 della Digital. Andavi al terminale e ti collegavi, tramite il terminal server con il computer a cui dovevi connetterti.

Ricordo il piacere dei primi personal computer: avere tutto qui! Sviluppare, installare, configurare… Poi pian pianino i PC si sono connessi sempre più in rete, ma questa è un'altra puntata.

Ora vanno di moda gli smartphone su cui gli utenti si “attaccano” a computer sparsi per ogni dove nel mondo. Quando scarichi l'app nella maggior parte dei casi scarichi il layout delle parti fisse, e quando l'attivi avviene lo scambio dei dati variabili... ma davvero?? Oppure gira qualcosa a tua insaputa?

Boh? Comunque questo allontanarsi dalla “vera” CPU mi ha fatto ritornare indietro di anni. Lo smartphone è un device, come la stampante o appunto il terminale. A volte mi viene proprio da chiamarlo “il terminale

mercoledì 1 gennaio 2025

Canzoni che mi hanno "colpito" (per vari motivi) - Hit Parade

 Come ho già scritto qui, è impossibile fare un hit-parade delle canzoni più belle, ma si possono fare classifiche “a tema”

Ci sono state nella mia vita delle canzoni che sono state per me molto significative. Ne tento un elenco sebbene mi accorga che gli episodi recenti sono più fitti di quelli lontani

Sono Bugiarda Di questa canzone ne ho già scritto qui. Ho meditato a lungo sul paradosso del mentitore e questo fatto forse ha fatto nascere in me una certa facilità a risolvere problemi di logica astratta per cui da ragazzino (e non solo) molti mi consideravanoun genio-deficiente, una specie di  Rain Man. Ma soprattutto, in seguito, mi ha fatto capire che un conto è la posizione teorica (“l'amore quello vero non esiste più”) e un conto è la realtà dei fatti (“all'improvviso arrivi tu”)

 Uno sguardo verso il cielo Anche di questa canzone ne ho scritto qui e mi pare basti

Sunshine on my shoulders E' stata la prima volte in vita mia che ho sentito una canzone in inglese ed ho capito tutto quello che diceva!!! Per le altre sentite fino ad allora mi sfuggiva sempre qualcosa, cercavo i testi e traducevo le parole con il vocabolario. Di questa ho capito tutto subito. Sensazione bellissma!

Light flight - Mi colpiva molto ma non sapevo spiegare perché. Recentemente ho cercato su internet se ci fosse lo spartito ed ho capito "il perchè" !

Fel Shara - se  Light flight mi colpiva per la musica, questo per il testo!



Si - Un testo in cui mi sono impersonato molto. Tralascio i dettagli molto personali. Nel repertorio di Isabelle GeffroyZAZ o Isa come si fa chiamare ora - secondo me l'erede del sommo Charles Aznavour - mi sono impersonato anche in Je Veux e mi piace molto la musica di Eblouie Par La Nuit

Mira hacia tu alrededor - Canzone che mi ha accompagnato in un periodo difficile (uno dei tanti!) e a cui dedico un capitolo nella mia rilettura dei "Promessi Sposi" ed in particolare nell'atteggiamento del card. Borromeo nel confronti dell'Innominato e di don Abbondio. Ma non voglio spoilerare i miei Promessi Sposi.

Senti l'estate che torna - Canticchiata quasi in continuazione negli ultimi mesi del 2018 ovvero quando stavo per iniziare il mio primo anno da pensionato. Cose lasciate al passato senza rimpianto senza rancore sarei stato capace?

Si jamais j'oublie - Sempre ZAZ. La musica della mia sveglia quotidiana! Ho bisogno appena sveglio di chiedere che qualcuno mi ricordi chi sono!

 

 

 

domenica 22 dicembre 2024

Hit parade – Le canzoni che mi evocano mia moglie

 


Noi ci siamo sposati circa cinque anni “in ritardo” rispetto alla media dei matrimoni di quelli della nostra generazione che era sotto 30 anni, per cui gli invitati da parte nostra avevano tutti pargoletti in età da scuola materna, qualcuno anche da elementare, più due Andrea in arrivo. I festeggiamenti hanno dovuto tenere conto di questa situazione positiva. Ma anche i festeggiamenti dei matrimoni dei coetanei a cui avevo partecipato negli anni precedenti, erano abbastanza sobri, seppur piacevoli. Brindisi, qualcosa da mangiarci insieme perché l'alcool non desse alla testa, saluti agli amici e parenti, salamelecchi agli invitati dei genitori e soprattutto occhio se tra le invitate, che solitamente per i matrimoni si conciano al meglio, ci fosse qualcuna particolarmente carina. Al matrimonio di Mariarosa e Giovanni, infatti...

Se capitava qualche matrimonio con invitati particolarmente amanti del canto, qualche canzone insieme, se amanti del ballo qualche giro di danza (capitato raramente) o a volte qualche mini show preparato da amici degli sposi che ne fossero capaci. Tutto con una certa leggerezza, sobrietà e con l'impressione di non seguire nessuno schema rituale predefinito. Invece notato che i matrimoni attuali sono molto più “ritualizzati” e appesantiti nella parte “laica” s'intende.

 In uno di questi matrimoni con riti più “strong” ho sentito nel “gioco del quiz” fare allo sposo la domanda:

Di' un brano musicale che ti fa venire in mente “lei” e cantalo 

1) Io avrei risposto con Cantus firmus to Counterpoint perché avrei saputo intonarlo, mentre altri che seguono nell'elenco, sono un po' più difficilini.

Nel lontano - penso - 1974 mi coinvolsi in una recita di cui il vulcanico e geniale donBerna era regista e anima, tratta da “Assassinio nella cattedrale” di T. S. Eliot. Io ero uno dei diaconi al seguito di Thomas Becket e mai avrei immaginato che tra le donne del popolo c'era quella che sarebbe stata dopo sedici anni mia moglie. Quello fu il nostro primo incontro anche se sostanzialmente ci ignorammo. Come musiche di sottofondo per staccare tra un quadro e l'altro, furono scelti dei momenti solo musicali dai dischi “England” e “Fantasia Lindum” degli Amazing blondel e la caduta del sipario era accompagnata appunto da Cantus firmus to Counterpoint.

 2) Nel 1984 rimasi in America per lavoro quasi tutto il mese di agosto e poi da fine ottobre ai primi dicembre. I momenti di tempo libero dal lavoro non erano sempre piacevoli. Al mio solito disagio esistenziale, si aggiungevano crisi di solitudine che non mi rendevano neanche piacevole “andare in giro” Una sera in cui ero particolarmente giù, accesi la radio e sentii “Nobody loves me like you do” e la mia tristezza aumentò. Eppure … prima di partire una mia amica (la gia citata Mariarosa) mi aveva detto se in America fossi riuscito a trovare una copia dell'antologia di Spoon River ovviamente in inglese, per una sua amica... e mentre ascoltavo depresso e solo quella canzone impacchettavo il libro comprato poco prima per l'amica dell'amica, cioè la mia futura moglie!

3) Nel 1989 prima gita insieme alla fidanzata che sarebbe diventata mia moglie. Meta “Cinque Terre” che allora non erano ancora colpite dall'overtourism. Tramonto sulla piazzetta in riva al mare di Vernazza. Momento bellissimo. Sulla piazzetta c'erano dei ragazzi un un piano elettrico, flauto ed altri strumenti. Ricordo che hanno eseguito anche brani per flauto e clavicembalo di Bach. Un insieme di cose stupende: “lei”, Vernazza, tramonto e sottofondo musicale stupendo!

4) Intorno ai primi anni duemila, quell'anfiteatro difronte al Liceo Cottini succursale era utilizzato parecchio per esibizioni pubbliche. Ora non più. L'ultima volta che ho sentito qualcosa, putroppo lei non si sentiva in forma ed è stata a casa. Suonava un gruppo che invitata al balfolk. Noi non conoscevamo ancora questo genere, ma ero sentito triste per la sua assenza. Tra le varie cose il gruppo ha suonato una musica tipo questa


(non so assolutamente né il titolo né l'autore ma è rimasta come la musica che mi ricorda la sua assenza

5) Ci siamo iscritti ad un corso di balfolk. Tra tutti i balli, alcuni per me difficili, altri meno, il più divertente e facile è la “pieternelle” che mi sembra proprio indicato per una coppia di vecchi sul punto di essere rimbambiti! Molto divertente e piacevole pensare di potersi accompaganre nell'ultimo tratto del cammin di nostra vita!

 

 

 

sabato 23 novembre 2024

Carosello

 

In questo post avevo detto "che non credevo molto nel consumismo"

Non occorre pensare che io abbia un livello etico superiore, o fossi stato un seguace di Serge Latouche o cose simili. Semplicemente io da piccolo guardavo Carosello.

Qui ritorno su un punto ribadito molte volte (anche qui!) che pare che né i politici che si lamentano dell'astensionismo, né certi esperti di tecniche di comunicazione, né alcuni - ma non tutti - gli artisti l'abbiano capito. Vale a dire che il messaggio che loro inviano non viene letto con i codici interpretativi che loro usano per crearlo; questo magari i più esperti lo sanno e immaginano anche i codici interpretativi dei riceventi. Ma "lanciato il messaggio nell'etere" ci possono essere dei riceventi con altri codici che lo interpretano in modo imprevisto da chi lo emette.

Per me Carosello è stato così.

A quei tempi c'era solo la RAI e le trasmissioni televisive erano “ordinate”. Mi spiego:

Quando nel 1984 andai per la prima volta negli USA notai che le loro trasmissioni erano “disordinate”: piene di interruzioni pubblicitarie, ma non solo, interruzioni anche per annunciare la trasmissione che sarebbe andata in onda dopo quella in corso... anni dopo le TV italiane si adeguarono. Invece, quando ero piccolo, i telegiornali erano telegiornali, gli spettacoli erano spettacoli e la pubblicità era contenuta in trasmissioni apposite.

Carosello era la migliore di queste. C'erano mi pare cinque o sei spezzoni, uno per prodotto ed ogni spezzone doveva avere un certo numero di secondi, non ricordo quanti ma intorno al minuto, senza citare il prodotto; ne sguivano altri, ma meno, dedicati a reclamizzarlo.

Molto spesso, questi momenti senza citare il prodotto erano cartoni animati creati ad hoc – celebre i coni

antropomorfi della Lavazza – o siparietti con attori famosi: ricordo Cesare Polacco che risolveva in pochi secondi enigmi polizieschi, Aldo Fabrizi che litigava con se stesso travestito da donna ecc... e ricordo poi un'animazione con oche vive (davvero??) che reclamizzavano una cera per pavimenti...

Immagino ora che l'intento dei pubblicitari fosse quello di rendere “riconoscibile” e famigliare il prodotto.

Su di me, che non compravo ancora ma imparavo a conoscere il mondo con la sua semantica, aveva un altro effetto: interpretavo il messaggio pubblicitario come carico di un'ironia che il filmino precedente suggeriva .

il “prodotto” sarà anche una cosa bella e utile, però non è una cosa seria, è solo uno gioco, non una cosa importante, da impegnarsi più di tanto... esageruma nen!

Probabilmente i guru della pubblicità hanno tolto questa trasmissione per rendere più serio e desiderabile il mondo dei consumi, messaggio già veicolato attraverso altri spettacoli (esempio i film in cui si vedeva l'american way of life come modo “normale” di vivere e chi non lo fa è “ancora in ritardo”). Questo probabilmente ha avuto effetto sulla generazione precedete e sui miei coetanei che non hanno avuto la "cura" dell'ironia di Carosello come ho avuto io.


mercoledì 11 settembre 2024

Canzone triste, beati loro !

 

Domenica scorsa sono stato alla festa del PD perché speravo di incontrare Fausto Amodei. Non pensavo che alla sua età (90) partecipasse ancora ad incontri pubblici. Infatti lui non ha potuto presenziare per motivi di salute, ma Carlo Pestelli ha interpretato molte canzoni legate alla storia di Cantacronache.

Su un punto ho avuto un rigurgito. La “canzone triste” con testo di Italo Calvino e musica di Sergio Liberovici

Una coppia appena sposata faticava a trovare momenti di convivenza e intimità a causa dei turni di lavoro che li occupavano con orari diversi. 

Bello che i borghesi illuminati si commuovessero per le difficoltà anche affettive delle classi subalterne!

Però la situazione mia e di mia moglie nella primavera del 1991 (sposati nel settembre del 1990) era peggiore di quella di quei due personaggi 

“Soltanto un bacio in fretta posso darti / bere un caffè tenendoti per mano.” dice la canzone. Noi nemmeno quello.  Io avevo un lavoro che mi faceva stare in trasferta tutta la settimana. Arrivavo a Torino il venerdì sera e ripartivo il lunedì mattina. Sabato lei lavorava dalle 8 alle 12. Non che la mia trasferta fosse dettata da voglia di carriera, o che mi dessero qualche “benefit” per il disagio. Mi pagavano giusto vitto e albergo, ma non la telefonata a casa (non esistevano i telefonini nel 1991). Non avevo alternative.

Nel 1980, per motivi che non sto a rievocare, ero finito nel cosiddetto “terziario avanzato”. Un modo di lavorare completamente diverso da quello della fabbrica/ufficio tradizionale, ed in questo nuovo contesto potevano sorgere, e sorgevano, forme di sfruttamento molto più sottili, sempre peggiorate nel corso del decennio della "Milano da bere".

Ma né il sindacato né la sinistra tradizionale si accorgevano di quello. Loro vivevano orientati ad un “operaio” tradizionale nella grande fabbrica o all'impiegato nella pubblica amministrazione. Non si accorgevano che da allora in poi i nuovi posti di lavoro sarebbero sempre stati più simili a quelli della “software house”?

Per questo se da un lato la destra propone schifezze inaccettabili, arroganza, volgarità, difesa dell'illegalità (es. condoni) e privilegi, insomma non è un interolocutore da prendere in considerazione, non è che la sinistra sia il punto di riferimento per la difesa dei tuoi diritti, per sperare in un domani migliore ecc... Loro contavano le "tessere" che erano sempre meno e si lamentavano che i giovani erano disimpegnati. Ma che ti tesseravi a fare se i tuoi problemi non venivano presi in considerazione? e il ciclo si chiudeva.

Un dettaglio: la canzone dice anche “Lei s'alzava all'alba/prendeva il tram,” e “Mattina e sera i tram degli operai...” Beati loro che per raggiungere da casa il posto di lavoro avevano il servizio del trasporto pubblico locale. Noi spesso dovevamo usare la nostra auto, non più uno strumento di benessere o simbolo di avanzamento sociale com'era per i nostri genitori (poco più che coetanei di Fausto Amodei) ma un costo in più, un fattore di rischio e di stress!!

martedì 6 febbraio 2024

You are old Father William

 

Nel 1979 all'Università avevo seguito il corso di Elaborazione dell'Informazione Non-Numerica, tenuto da compianto prof. Piero Torasso. Quello per lui era il primo anno che teneva un corso universitario. Corso interessantissimo: concetti teorici, metodi, algoritmi ed altri fondamenti di quello che oggi va nel calderone dell'Intelligenza Artificiale. Tesi di laurea sul tema del riconoscimento del parlato. Peccato che, ora di cercare lavoro “il mercato” chiedeva “Ma sai programmare in COBOL?” e altre amenità simili. Oggi tutti parlano e sparlano di Intelligenza Artificiale e io sono vecchio. 

Quando ero giovane consideravo la bicicletta come un mezzo razionale di spostamento per medi percorsi urbani. Più economico e veloce che attendere il tram, più economico e spesso più veloce dell'auto. Ovviamente bel tempo e percorsi diurni. Ero molto criticato per questo. La bicicletta era per molti un oggetto da caricare in auto per giri fuori città. Un altro problema era la cattiva educazioni degli automobilisti. Oggi a Torino stanno facendo ciclopiste. Spesso sono malfatte, ma tant'è! La bici è considerata un mezzo di trasporto per tragitti urbani. Io però sono vecchio!

 Una volta (primi anni 90) in tram incontrai il prof. Leonardo Lesmo, anche lui un giovane docente quando io ero studente e anche lui prematuramente scomparso. Lo salutai; non si ricordava di me, infatti non sono mai stato suo allievo. Chiacchierammo un po' ed il tema cadde su quanti dati si producevano nei processi aziendali, soprattutto se legati al monitoraggio degli impianti e flusso dei prodotti, oppure nei sistemi di controllo ferroviario e venivano letteralmente “buttati” mentre magari potevano essere utilizzati come analisi per la manutenzione preventiva delle singole componenti... oggi i dati sono il nuovo petrolio, e io sono vecchio.

 In una prima fase del lavoro ero scapolo e più che accumualre soldi in un periodo dell'inflazione a due cifre, mi interessava sia lavorare su temi “interessanti”, sia avere del tempo per me. Poi gli inizi del matrimonio non furono “lisci” e ci tenevo avere del tempo per gestire anche problemi famigliari. Cioè volevo fare il più possibile nelle 8 ore (ci stava tutto ed avanzava!) e non diluire il tempo in straordinari non pagati. Facevo anche trasferte che mi pesavano molto. Oggi sento parlare sui social dell'esigenza di bilanciare il lavoro con la famiglia e la vita extra-lavorativa, settimane di quattro giorni, smart-working e simili cose che avrei apprezzato molto. Però oggi io sono vecchio e in pensione

Nel notare un notevole spreco dell'impegno del tempo e della cultura di chi lavorava, soprattutto in un contesto (ne ho scritto qui), mi sono imbattuto nell' agile manifesto, mi sono certificato a mie spese ScrumMaster , ho vinto una copia e recensito Management 3.0 , ma non ho avuto nessuna opportunità di lavoro, finchè non sono andato in pensione. In pensione perchè  io sono vecchio .

Ma c'è di più. Nel lontano 1975 quando la falsa invalida ed il tangentista raccomandato da un massone mi avevano impedito sia di studiare quello che mi interessava, sia di fare un'esperienza a cui avrei tenuto molto, ovviamente ho pensato al suicidio. Quella volta l'idea l'ho superata grazie agli incontri con due “sorelle maggiori simboliche” e anche altri loro amici... ma soprattutto mi sono messo a leggere da Roberto Vacca al rapportoMeadows cioè coloro che sostenevano che “andando avanti così, saremmo finiti male”. Non ero io a dover morire, era questo mondo di merda che sarebbe morto! Oggi è sotto gli occhi di tutti che quelle previsioni “catastrofiste” di allora sono reali: se non proprio così come le prevedevano, forse peggio, anche se il sistema massmediatico le nega o le ridicolizza in un insulso politically correct. Mi sento vicino ai giovani con eco-ansie. Mi considero l'antesignano dei Gretini. Mi sento giovane!

 

sabato 1 luglio 2023

Quello che mi resta (di 10 Euro)

 

Ribadisco che il lavoro povero sia un problema grave. É positivo che ci siano forze politiche se ne rendano conto e vogliano ovviare alla situazione. Come ho già scritto qui, ho forti perplessità che la soluzione sia quella di “agire sugli output” e non sulla catena di cause.

Ora però vorrei aggiungere un elemento. Il problema non è tanto quanto “incasso” ma cosa posso fare con quello che incasso.

È ben diverso se, avendo necessità di una radiografia, posso ottenerla pagando solo il ticket al SSN oppure, per evitare attese improponibili devo “andare privatamente” con prezzi più cari!

Se ho bambini piccoli, quanto mi costa gestire la loro sorveglianza/cura in mia assenza?

Quanto mi costa “raggiungere fisicamente” il luogo di lavoro? Ricordo che nel 1999 si parlava di Mobility Management. Che se ne è fatto?

Quanto mi costa abitare in luoghi comodi al lavoro?

Su quest'ultimo tema vorrei citare un fatto personale: disoccupato cinquantanovenne, troppo giovane per la pensione e troppo vecchio per i recruiter, trovai un posto interessante ma a più di 500km da dove vivevo. Se fossi stato un ragazzo che voleva andar via di casa, sarebbe stato ottimo! Ma sposato con una moglie con un lavoro a presso Torino e casa a Torino, avrei dovuto pagarmi una ulteriore residenza in quella città: lo stipendio propostomi non diventava più competitivo.

Sempre su questo tema cito un fatto che mi ha lasciato perplesso sull'intelligenza delle persone. L'imprenditore di un notissimo locale di Venezia si lamentava su un noto giornale italiano, di non trovare personale ed incolpava il “reddito di cittadinanza”. A parte il buon senso che per lavorare in un locale simile occorre almeno una buona conoscenza dell'inglese ed altri skill, non certo da percettori RdC. A parte altre sciocchezze non fermate da chi intervistava, lo sanno anche i cani che Venezia è un “case study” di città spopolata di residenti per “colpa” del turismo, di AirBnb e anche nei dintorni non è facile trovare casa! A Torino esiste un piccolo quartiere detto “Villaggio Leumann” fatto costruire dall'imprenditore Napoleone Leumann per coloro che lavoravano nella sua azienda. Girando poi per la città, si trovano alcuni palazzi che la toponomastica popolare chiama “case Fiat”. Se questo signore cercava dipendenti magari poteva, consorziandosi con altri imprenditori, cercare luoghi abitativi.


Comunque bene combattere il lavoro povero, ma occorre

  1. Capire e agire sulle cause del lavoro povero.

  2. È povero se il contesto lo rende povero.

     

    sigla

lunedì 19 giugno 2023

Anche lo Yoga non è più quello di una volta

 

Ho lasciato perdere, con molto dispiacere, un corso di yoga che mi ha veramente deluso.

Avevo iniziato a praticare yoga, se ben ricordo, nel 1979 e allora mia aveva entusiasmato. Poi avevo smesso e ripreso ad intervalli di anni. L'ultimo impatto è stato assolutamente sgradevole.

Innanzitutto lo yoga mi aveva colpito per la sua essenzialità, bastava un piccolo spazio ed essere vestiti comodi: ora ci sono i mattoncini, le cinghie... boh? Andaiamo con ordine.

Avevo iniziato yoga presso l'associazione Italo-indiana. I corsi erano tenuti da indiani. Per me voleva dire scoprire un altro mondo e un altro modo di guardare alla realtà. Un modo fuori dagli schemi meccanicistici dell'occidente. Soprattutto era un modo diverso di guardare a quella macchina inefficiente che era il mio corpo: non sufficientemente alta, non sufficientemente veloce, non sufficientemente forte... con lo yoga il mio corpo non era più una macchina ma è parte di me! Una scoperta fantastica! Già da ragazzino, non so per quale motivo, ero stato visitato dal dott. Marcel Hutter. Non che i genitori mi avessero portato volutamente da lui, forse sostituiva qualcuno o rilasciava qualche certificato, infatti non lo vidi più. Il dottore mi disse di non dar troppo peso a quanto dicono di me i genitori, sulla mia inadeguatezza ai loro schemi, di fregarmene. Fu un' illuminazione, la caduta di un peso! Ma fu solo la pars destruens. Lo yoga mi aveva aiutato ad accettarmi, a ringraziare Dio di avermi creato: così. Tutto sommato belloccio.

Non voluti casi della vita, mi hanno costretto a smettere.  Ho poi ripreso lo Yoga molti anni dopo, ma dopo un po' di anni ho smesso perché l'insegnate era troppo attratto dalle varie correnti new age. Era molto bravo come insegnante di yoga, ma guadagnava di più con corsi di rei-ki e altre ciarlatanerie. Nei primi tempi i suoi momenti di yoga erano veramente belli, ma poi scivolava sempre più in digressioni da “rubrica della psicologa” del settimanale di ricette culinarie.

Nella scuola dove insegnava mia moglie si tenevano corsi di Yoga per insegnanti stressati, ma aperti anche ai famigliari. Mi aggregai. Ebbi un'impressione buona, ma il covid pose fine al breve periodo.

Recentemente nuovo corso da un'altra parte e grande delusione. Yoga dei mattoncini. Yoga performante. Ma quello che maggiormente mi lascia perplesso nel nuovo yoga è che mira all'esatto contrario:

Che io sappia Yoga ha la stessa etimologia sanscrita dell'italiano (l'attuale latino) “giogo” cioè unione. Invece nell'ultimo corso veniva proposto di rimanere concentrati su proprio respiro di non pensare a cosa dovrò fare dopo ecc... cioè “staccarmi”. Invece anche i miei pensieri, le mie preoccupazioni, la mia rabbia e la mia contentezza il mio affetto sono tutto parte di me. Non voglio perdere nulla, ma come nel primo yoga, quello degli indiani, valorizzare tutto. E poi perchè staccare? Così l'io-macchina recupererà energie per migliori performance: Blah!

 

 

 

 

mercoledì 1 marzo 2023

Fatui Rancori - Caterina Caselli, antidoto dell'Amaro Cora

 Anni fa avevo iniziato a scrivere una specie di autobiografia, ma strutturara in modo da citare direttamente o indirettamente la musica cosiddetta "leggera" che ha accompaganto la mia infanzia e la mia giovinezza. Ho lasciato perdere, ma alcuni passi li rendo pubblici in questo blog

Caterina Caselli, antidoto dell'Amaro Cora.

Oggi ci preoccupiamo che le immagini di violenza e sesso trasmesse dai media impressionino e turbino i bambini. Giusta preoccupazione. Nei primi anni 60 quel che la TV trasmetteva era passato al vaglio di una fitta rete di censure e autocensure. Eppure ci fu un Carosello che mi causò quasi un trauma infantile: la pubblicità dell'Amaro Cora. La scenetta era interpretata da un'attrice che doveva essere piuttosto avvenente, ma completamente oca. Io che della "donna" in astratto non avevo già una idea molto positiva, forse perché andavo a scuola dalle suore ...omissis... ero sconvolto, terrorizzato all'idea di poter sposare, attratto dalla bellezza, una donna così stupida. Ma il terrore del rapporto con la donna in qualche modo metteva in crisi il ruolo di maschio, ulteriormente penalizzato dalla mia incapacità di giocare e addirittura di capire il calcio, allora il gioco maschile per eccellenza omissis...

Fu sempre il sistema dai media, radio e TV, a lanciare alla mia psiche un'ancora di salvezza... "All'improvviso arrivi tu!" Non posso affermare che a 11 anni fossi innamorato di Caterina Caselli, perché le sensazioni degli 11 anni erano diversissime da quelli che avrei provato qualche anno dopo. Caterina Caselli rappresentava un modello positivo di donna. Bella, ma non una donna fatale, non un donna che attrae ed irretisce. Caterina cantando aveva lo sguardo lungo, non puntava dritto come volesse interpellarti. Mi piaceva la sua voce, la sua carica di vita. Anche Rita Pavone non era una vamp ed era piena di energia, ma aveva l'atteggiamento della classica ragazza più grande rompiscatole che se c'è un gioco cretino lo propone sempre "Su! Su facciamolo tutti insieme! IO sono quella che dice "L'orologio di Milano fa Tic-tac! ...Ah tu ti stavi muovendo!!..."

Caterina Caselli invece era perfetta. Se avessi avuto una sorella maggiore avrei voluto che fosse stata lei.

La sua canzone per me più significativa: "Sono bugiarda". Mi esaltavano quegli accordi di Hammond. Il titolo e poi il testo aprirono la mia mente. Non sapevo ancora cosa fosse un paradosso, ne il paradosso del mentitore in particolare e la riformulazione di questo stesso fatta da Buridano, mai sentito parlare dei Koan dei monaci zen, meno che mai del Terorema di Goedel ed altre piacevolezze, semplicemente la frase "Io sono bugiarda" diede un energico colpo di manovella alle sinapsi che il mio cervello adibiva alla logica.

Il testo: in seguito approfondii questo tema con una canzone strutturalmente analoga anche se più colta, poetica e circostanziata "Il testamento di Tito" di De Andrè.

Posso avere tutte le teorie che voglio, fin che sono astratte. Ma quando "all'improvviso arrivi tu", davanti ad una presenza concreta le teorie vanno a farsi.... La legge, articolo per articolo si può smontare, dimostrare che è ingiusta o inadeguata, solo davanti a "Quel Nazareno”, “quell'uomo che muore/madre ho imparato l'amore”

domenica 15 gennaio 2023

Spiriti sulla neve - mia ultima lettura

 

Non riuscendo a metterlo su Goodread.com recensisco qui la mia ultima lettura


Ho sentito la presentazione del libro e istintivamente ho pensato “Questo libro sarebbe piaciuto a Zia Luciana!”

La zia era stata per circa trent'anni impiegata presso il comune di Torino e per molto tempo segretaria di Guido Secreto, quando questi ricoprì le funzioni di vice-sindaco e di sindaco. La zia amava leggere romanzi, la storia, il Piemonte, gli “archivi” e conosceva bene come il fattore umano interveniva nei rapporti politici.

Il libro è un romanzo storico. Una storia romanzata, con molti personaggi veramente esistiti e richiami ad episodi reali. Vi sono brani – lettere - prese da documenti dell'Archivio Storico Torinese e riferiti in nota, ove copiati, ove riassunti.

La prima parte ci presenta il Forte diFenestrelle, usato allora sia come carcere sia come postazione di artiglieria: descrive il modo di vivere dei soldati e dei vari tipi di prigionieri.

Ci ricorda anche un dettaglio che la narrazione risorgimentale non tiene conto, ignorando la complessità di quei cinquant'anni di storia: cioè che la “vecchia” generazione dei risorgimentali qui in Piemonte era composta da molti ufficiali del Regno di Sardegna che erano di “scuola” napoleonica. La classe politica della restaurazione non poteva fare a meno di loro, un ufficiale di artiglieria non si forma in due giorni, ma neppure si fidava ciecamente. Gli ufficiali da un lato vivevano faticosamente il cambio del “regime”, tra loro erano sospettosi del “passato” dei colleghi e di esser loro stessi sospettati. Uno di questi è il colonnello Gaspare De Andreis, il protagonista, comandante del Forte.


Nella seconda parte incalza il racconto del “giallo” che ovviamente non dico, ma il lettore può facilmente immaginare.

Personalmente sono rimasto dispiaciuto per un'ombra molto negativa su Brofferio, personaggio che mi stava simpatico avendo sentito le sue canzoni “Me ritorn” “Metestament”. Ognuno ha i suoi lati oscuri.

Di striscio, cita positivamente Giulia di Barolo, guarda caso anche lei di scuola napoleonica, ma fa fare una brutta figura ai “preti”. Abituato ai “santi sociali” sono rimasto un po' di stucco, ma guardando le date, nel 1832 don Cottolengo era agli inizi della sua opera, don Cafasso non era ancora prete,don Bosco un ragazzo, Faa di Bruno e Murialdo bambini... e questi stessi “santi sociali” non ebbero vita facile nella chiesa torinese.

Più di una volta De Andreis dice di non aver tradito gli ideali di gioventù, ma che gli ideali non vanno perseguiti con gesti rivoluzioni eclatanti e inconcludenti o peggio, causa solo di morti inutili; piuttosto vanno realizzati in azioni concrete che lui intraprende ed io non sto a raccontare.

Penso che molti si siano dedicati alla politica ispirati da idee di grandi cambiamenti e poi si trovano a doversi occupare di temi apparentemente banali – soprattutto nella politica locale – ma sono proprio questi temi che toccano la quotidianità e la qualità della vita di tanti cittadini.

Ne posso dedurre che uno dei due autori si sia rispecchiato in De Andreis!

 

giovedì 1 settembre 2022

Clavais poterbbe diventare una fisarmonica? (2 parte)

 Continuo quanto iniziato qui

La fisarmonica non mi piaceva e non mi piace. 

Non sopporto il repertorio da balera.

 Non mi piace il modo di suonare di molti fisarmonicisti che per sembrare bravi si dilettano in "virtuosimi" come passaggi rapidissimi e saturano i brani di acciacature e glissati. 

Non mi piace, o almeno non mi esalta, nemmeno la fisarmonica nel Jazz, con buona pace di Richard Galliano e Gianni Coscia.

Internet mi ha aiutato molto a rifare un repertorio. Non un repertorio "da fisarmonica." ma.... ad un prossimo eventuale post.

Il fatto di suonare "senza pubblico" l'ho parzialmente risolto andando a suonare nei giardini pubblici, ovviamente senza fare "cappello" ! Mi sono esibito due volte a, proprio a Clavais nelle rassegne di fisarmonicisti fatte in anni successivi a quello che mi ha dato l'idea di riprovarci. Vorrei però trovare altre occasioni.

Del tutto assente, per ora, il suonare con altri: mi piacerebbe molto perchè: mi permetterebbe di imparare e perchè alcuni brani sarebbero meglio se suonati con più strumenti. Altri brani che mi piacerebbe suonare sono impossibili con uno strumento solo.

Tentativo fallito di "cantare suonando" sebbene abbia composto 3 canzoni (La tradizionale sagra del chewing gum - Oltre i dehor - Piciu) , recuperato con la mente 2 di quando ero giovane (Frammenti di panna montata - I maiali mi osservano)  e "contaminato" altre 3 (I temp a cambio torna - Cor nen, va pian - Dop ël bom)

Con tutto ciò il cammino per non "buttare" la tecnica imparata da piccolo e lo strumento, svincolandomi dalla "sfiga" pianificata dai genitori, sta procedendo. 

E' possibile qualcosa di analogo anche per la casa a Clavais, involontariamente ereditata al 50% ?

Quest'estate, pur controvoglia come accade da un po' di anni, ci sono andato, e come già era per mia nonna, l'unico motivo che mi faceva tollerare quel posto, era l'opportunità di invitare amici e parenti (Di parenti lei ne aveva tanti, io molto meno, di amici siamo in pareggio) Ebbene, un amico ospite, apprezzando la bellezza dei luoghi nonostante il mio scarso affetto per gli stessi, mi ha consigliato di "riappropriarmi" di questo luogo/casa, nonostante le vicende per cui me ne sbarazzerei appena possibile (infatti le mie sorelle non ci vanno mai, sarà un caso?) 

Ho pensato, be' un po' come per la fisarmonica. 

Ma ci sono alcune differenza

continua

 

 

 

sabato 23 luglio 2022

Nè intelligente nè Artificilale

Alcune considerazioni sulla mia penultima lettura.


Premessa: sono stato allievo del prof. Piero Torasso nel primo anno in cui tenne un corso all'università, con argomenti che rientrerebbero nei temi dell' AI. Il titolo del corso era Elaborazione dell'Informazione non Numerica- Sostenni l'esame nella prima sessione: 28/30

Uno punti focali della mia tesi di laurea (1979) era la “correzione” data dalla vicinanza semantica in un sistema di riconoscimento del parlato.

 (esempio cretino ma chiarificatore: se il sistema capiva nettamente che una parola finiva con “ali” ma non identificava bene l'inizio... dubbio tra maiali e cordiali... se fosse seguita la parola “saluti” la interpretava come “cordiali”)

Ovviamente i dati di input erano “fittizi” i tempi di elaborazione da ere geologiche, ma le basi teoriche affascinanti.

 Pur detestando la “tecnologia” ero affascinato dall'interdisciplinarità di questi argomenti. Peccato che il mercato nel 1980 cercasse “programmatori” e “sistemisti” al limite “analisti” e queste tematiche furono per me un miraggio!

Torniamo al testo. L'immagine della AI che ne esce è negativa. Io, mi ritrovo di più nella posizione di Padre Paolo Benanti, che cerca di evidenziarne gli aspetti controversi e ne propone usi etici. L'autrice sostanzialmente considera inutile questa posizione. Comunque il testo vale la pena di essere letto.

Restituisce all'informatica il suo aspetto “Hard” molto spesso ignorato. Parla dell'infrastruttura, con la sua componente “mineraria” ed inquinate. Fa bene a sottolinearlo. Per chi come me ha dovuto usare la borsa che usava per la piscina, per metterci un “device” da 10 mega, per chi è rimasto commosso la prima volta che è riuscito a correggere un sorgente su un computer in Emilia, stando a Torino e lanciarne la compilazione link... è facile immaginare cosa ci sia dietro. Ma per chi si è avvicinato come utente negli ultimi anni, che 50 mega di foto li ha già messi da tempo nello stato su Whasapp, che ascolta filmini dallo smartphone... è bene che se ne renda conto.

Il punto problema è: anche altre infrastrutture hanno un impatto molto pesante. Da quasi tutta Torino si vedono le sagome di enormi ripetitori televisivi. Pensiamo all'infrastruttura stradale, che secondo Ivan Illich ha voluto dire un esborso enorme per gli stati affinché i costruttori d'auto potessero prosperare. Ho già scritto cosa penso delle Alte velocità ferroviarie. Nulla ha un impatto zero. La domanda giusta sarebbe come usare le cose con criterio. E' meglio recarsi ogni mattina per almeno mezz'ora e per lo più nella stessa fascia oraria, così da creare picchi, entrare in azienda, connettere il laptop ad una rete e lavorare lì, interrotti da qualche telefonata per poi creare un altro ingorgo stradale ogni sera per il ritorno, oppure connettersi alla rete, con ovvi accorgimenti per la sicurezza, da casa?  Certe notizie transeunti, è meglio leggerle on-line o su carta (trasportata su camion) ?

Il testo ci insegna a tenere conto che anche le “autostrade elettroniche” non sono a impatto zero, ma non dice che in certi casi sono ad impatto forse minore dell'alternativa per ottenere la stessa funzionalità.

Anche su altri temi è molto interessante ma in questa sede non li affronto. Forse in un altro post. Mi piace il fatto che ricordi lo sfruttamento di chi lavora. Non solo dei poveretti che estraggono cobalto in Congo, ma anche tra gli stessi “tecnici” del mondo informatico, ci sono molti sfruttati. Me ne sono reso conto a mie spese sin dagli anni 80, quando queste “novità” permettevano di aggirare i “lacci e lacciuoli” che avevano permesso ai lavoratori delle condizioni più eque.


La cosa più inquietante è il capitolo finale. Secondo le “grandi menti dell'IA” aveva ragione il rapporto Meadows degli anni 70 (che insieme al fascino di una supplente di lettere ha evitato la mia prima idea di suicidio, ma questa è un'altra storia) Restano due soluzioni: o la decrescita felice o “salvare il pianeta” facendone un parco per i ricchi e meta dei vacanze per la middle upper class, perchè si lavorerà (inquinerà, scaverà ecc...) sulla Luna, Marte e giganteschi satelliti artificiali. Ovviamente la prima idea non può essere tollerata dal mito positivista dell'espansione continua, quindi resta un'ipotesi che sembra da romanzo distopico, ma è nella testa di pazzi che hanno patrimoni individuali superiori al PIL di molti stati

domenica 22 maggio 2022

N.O.T.A.V - la caduta di Fetonte

 Come annunciato nei post precedenti, ho rinuciato alla stesura di un mio e-book. Ma il brano che descrive il mito di Fetonte, in modo non proprio ortodosso, voglio riportarlo

Fate luogo” 

Fate luogo voi, la diritta è mia”

Co’ vostri pari, è sempre mia !”

Uffa, qui intorno ci sono tante meravigliose valli dove puoi comprarti unamucca e lì decrescere felicemente. Ma lascia vivere noi !

Tu, dici mucca per alludere alle mie origini? Ebbene sì, caro Fetonte, mia madre fu tramutata in giovenca dall'irata gelosia della dea Hera, poiché della bellezza di mia madre si era invaghito Zeus, padre degli dei e mio padre! Io, Epafo, sono figlio di Zeus. Io, gentil per schiatta torno e tu sei un vile meccanico!

Fetonte rimase ferito dalle parole di Epafo. Pianse in grembo alla madre Climene “Madre, rivelami la mia ascendenza, non celarmi il nome di mio padre!” Grande fu la gioia quando la figlia dell'Oceano, sua madre, gli rese noto cha anch'egli aveva origine divina da parte di paterna. Climene gli narrò che era stato concepito da Helios dio del sole, non dal re Merope, suo padre solamente adottivo.

Allietato dalla notizia di non essere un semplice figlio di re, vile meccanico, ma di avere ben più nobile origine, Fetonte andò alla dimora paterna, ove Helios lo accolse festosamente. Oh improvvida divinità solare, Helios! 

 Helios, perché rovinasti la gioia di aver ritrovato un figlio, con la folle proposta di fargli un regalo? Avresti dovuto fargli un dono che tu, nella tua esperienza, potevi pensare adatto a lui, non certo lasciare al figliolo la possibilità di scegliere: Fetonte scelse male. 

Boia fauss! con tutto quello che avresti potuto chiedermi, proprio questo ti è saltato in mente di voler avere in dono? Puoi ancora cambiare idea! Ti consiglio di scegliere qualcos'altro?”

No, padre Helios. Non pensavi mica che io ti avrei chiesto di regalarmi una mucca o una pecora per andare in una vallata del Piemonte a decrescere felicemente?”

Ma non ti piacerebbe una 500 Abarth, sai di quelle con il cofano che non si chiude e rimane bloccato giù da due ganci di gomma e che fa un rumore inconfondibile. Oppure ti prendo una 124 Coupè. Con quella si carica... sai quante ninfe...

No, voglio proprio qualcosa che sia farina del mio sacco...

Ma quello che chiedi è assurdo. Pensa: anche Zeus, che insomma, per certe cose è proprio un barbìs, anche Zeus non riesce a guidarlo. Solo io sono l'unico che sa farlo e tutte le volte sono sette camicie, neh, sudo sette camicie tutte le volte che guido il carro del Sole. Come puoi tu, così inesperto pensare di guidare quei quattro cavalli focosi e anarchici in un percorso così difficile e pieno di insidie?”

Ma non ci fu verso di convincere Fetonte. Egli era dotato di leadership assertiva, focalizzato sul raggiungimento dei risultati, orientato al problem solving, con la sua capacità decisionale raggiunse l'obiettivo pianificato: condurre il carro solare in autonomia.

I cavalli si accorsero che la mano che reggeva le briglie aveva un tocco diverso.

E' cambiato lo staff manageriale” disse Flegone il più sindacalizzato dei quattro

... sarà cambiato anche l'asset proprietario?” insinuò Eoò, un altro cavallo.

Basta solo che non ci facciano cambiare percorso... abbiamo sempre fatto così, neh!”

A l'è sempre fasse parej!” nitrirono in coro tutti i cavalli.

No!” disse Fetonte “la vision attuale del management si concentra su un main focus: 'innovazione', che si configura come un 'how-to' per il conseguimento di un target ancor più ambizioso e sfidante. La nostra misssion è: la riduzione dei costi”

I cavalli sbuffando rassegnati presero a correre per le vie nuove che l'improvvido Fetonte imponeva loro. Oh Costellazione del Cigno che ti meravigliasti a vedere il carro solare compiere un giro insulso! E tu, Costellazione dello Scorpione, finalmente potesti realizzare il tuo gramo sogno di dare un colpo al carro con la tua malefica coda! Voi Gemelli che nel timore di quello che vedevate vi stringeste ancor di più nel fraterno abbraccio! E la Terra? La Terra, dove prima si udivano voci e splendevano i colori e in questa pianura, fin dove si perde, crescevano gli alberi e tutto era verde; dove cadeva la pioggia, segnavano i soli il ritmo dell' uomo e delle stagioni, al passare del carro la polvere rossa si alzava lontano e il sole brillava di luce non vera, e tutto d'intorno non c'era nessuno: solo il tetro contorno di torri di fumo. La Terra implorò aiuto: per l'orazione della Terra devota fu Giove arcanamente giusto.

Il padre degli dei, che non aveva mai osato condurre il carro, scagliò un fulmine e Fetonte cadde nel fiume Eridano presso la sua foce; i cavalli, ormai liberi, come un self-organized ScrumTeam, si rimisero nel percorso abituale che conclusero quasi normalmente. Quasi, perché il carro colpito dal fulmine prese oltre al suo guidatore anche una ruota. Helios rimediò il guasto già per il giro del giorno venturo, ma la ruota che fine aveva fatto?

La ruota aveva continuato a girare, ovviamente. Girando aveva percorso a ritroso l'Eridano dalla foce verso la sorgente. Verso la sorgente, non fino alla sorgente. Girando aveva lanciato i raggi della sua luce a mezzogiorno del fiume. La luce era fermata dei rilievi orografici che incontrava: non oltrepassò né il Monte di Gabicce, in realtà una piccola collinetta, né qualsiasi altro rilievo della catena appenninica. Quello che pioveva dalla ruota del carro solare non era semplice luce, ma “Gnosis Recepita Ab Antiqua Luce” (G.r.a.a.l.) Fecondò quelle terre tra gli Appennini e l'Eridano e rese i popoli emiliano-romagnoli superiori a qualsiasi altro popolo della terra: superiori nel genio musicale e poetico, nell'industriosità, nella cucina, nell'intelligenza e financo, ma soprattutto, superiori nel sesso.