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domenica 15 giugno 2025

Hello Dolly!



Ammetto che Dolly Parton non è stata mai in vetta nella classifica delle mie cantanti preferite, anzi non sapevo nemmeno della sua esistenza fino all'agosto del 1984, al mio primo viaggio in America, nella provincia, quando imperversava in varie radio e tv non a pagamento o comunque comprese nel prezzo dell'albergo. Neanche come “bellezza femminile” rispecchiava i miei gusti. Ma grazie Mike Cohn ho scoperto una cosa molto interessante non so se grazie alla sua intelligenza (e mi scuso per averla considerata un'oca!) o all'intelligenza dei project manager della sua fondazione filantropica Dollywood. Comunque scegliere dei buoni collaboratori è già una gran cosa!

Per ovviare gli abbandoni scolastici in una certa contea, la fondazione ha promesso 500 dollari ai ragazzi se fossero verificate entrambe queste due condizioni:

  1. devi finire il ciclo di studi

  2. scegli un coetaneo, e scommetti che anche lui finirà il ciclo di studi.

Il tasso di abbandono è sceso drasticamente.

Questo è molto bello perché così non solo uno è stimolato individualmente, ma “traina” anche un'altra persona ed ha molte probabilità di essere trainato a sua volta. Un atteggiamento molto costruttivo che supera totalmente tutto il clima di competizione individuale che l'azienda tradizionale metteva tra i dipendenti. Siamo in una rete sulla stessa barca!

A questo punto sentiamo una versione di una canzone di Neil Young cantata delle tre signore del “country” tra cui la nostra Dolly Parton. Canzone bellissima, voci notevoli, ma come signore anziano se devo inchinarmi alla bellezza femminile di una signora anziana, lo faccio a Emmylou Harris!!!

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Fonte della notizia : dalla mail list di Mike Cohn di Mountain Goat Software

 


 

venerdì 2 maggio 2025

5 Maggio

 

Ringrazio #ChatGPT per avermi fornito “a gratis” queste due mie foto di Napoleone. Su questo tema (foto fake) ne parlerò in un prossimo post.

Invece ora parlo della mia identificazione con Napoleone. Ma come? Credersi Napoleone è un luogo comune, quasi una  frusta macchietta da sketch da avanspettacolo, per rappresentare uno che è impazzito.

Specifico meglio. Io mi riconosco in Napoleone in alcuni versi della poesia 5 maggio.

 Ei si nomò: due secoli,
l’un contro l’altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe' silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor

 In effetti ho visto due secoli l'un contro l'altro armato in almeno due circostanze. 

1) Innanzitutto nel rapporto di lavoro. Sebbene non fossi per nulla un nerd, siccome la falsa invalida e il tangentista raccomandato da un massone (per essere generosi nei loro confronti!) avevano sentito dire che gli informatici trovano facilmente lavoro, nella loro insaziabile avidità, per avere “il mio contributo in casa”, mi avevano bloccato le possibilità di altri percorsi più vicini alle mie attitudini e alle mie aspirazioni ed ero finito in una software-house, scoprendo così, negli anni '80, una precarietà di condizioni che nè la precedente generazione nè altri miei coetanei avevano conosciuto e che invece è la prassi per la maggior parte dei giovani attuali. Ovviamente ho capito che i sindacati non stavano cogliendo il cambiamento.


2) Nel modo di lavorare. Intorno al 2010 scoprii l'Agile, e mi accorsi dei limiti della “torinesità” lavorativa, cioè un mondo in cui il paradigma era la catena di montaggio. Dopo aver lavorato per anni in un settore R&D in cui di fatto tendevamo a muoverci secondo alcuni principi agili, mi trovai in un contetesto qualcuno voleva imporre la catena di montaggio e il "comando-controllo" anche allo sviluppo del software. Ovviamente nel piccolo mio contesto aziendale vinse il vecchio secolo, nel mondo dell'informatica per tutto il decennio successivo non si parlava altro che di Agile.

I secoli non si volsero a me sommessi, ma io dentro di me un giudizio su di loro lo avevo.

Come sul capo al naufrago
l’onda s’avvolve e pesa,
[...]
tal su quell’alma il cumulo
delle memorie scese! 

In effetti a volte i ricordi emergono non sollecitati, e mi fanno stare male.

[...]narrar sé stesso imprese,
e sull’eterne pagine
cadde la stanca man! 

Questo invece mi capitò verso il 60 anni quando dovetti scrivere dei CV. Sappiamo che il CV descrive per il 5% te stesso e per il 95% l'azienda in cui hai prestato la tua opera. Veramente spesso mi cadeva la stanca man a pensare quanto poco,e a volte anche male, la cattiva organizzazione aziendale aveva fatto fare ai dipendenti, sprecando tempo ed energie!

[…] ma valida
 venne una man dal cielo
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;

In questi versi manzoniani é spiegato un po' troppo superficialmente quanto è accaduto nella mia vita, ma spiegnano che, in ultima analisi la mia gratitudine superi il mio rancore!

 

 

 

 

 

 

 


 

mercoledì 6 novembre 2024

Voglia di lavorare

 Ho notato che da un po' di tempo su linkedin, ricorre, a volte con la giusta ironia, a volte con protervia ignoranza (ma evito di seguire costoro) la frase

“I giovani non hanno voglia di lavorare”

Come “giovane di lungo corso” mi sento interpellato a dire la mia. Due premesse:

  1. essendo finito, mio malgrado, in quello che allora si chiamava “terziario avanzato” ho lavorato in contesti più flessibili, cioè meno tutelati, di quelli cha avevano molti della mia generazione.

  2. la frase me la sono sentita ripetere tante volte da quelli della vecchia generazione. Questa generazione erano bambini sotto il fascismo. Il fascismo per farne forti combattenti ha creato per loro la O.N.M.I. (opera nazionale maternità e infanzia) la G.I.L. (gioventù italiana del littorio) con conseguenti visite mediche, olio di fegato di merluzzo, bagni elioterapici, educazione fisica, ma al momento di essere utilizzabili per ampliare e direndere l'impero, il regime fascista era (fortunatamente!) finito. Costoro hanno fatto la ricostruzione, cioè catastrofi ecologiche e debiti a nostro carico. (ne scrivo qualcosa qui).


Chi di questi ci rimproverava, aveva lui stesso voglia di lavorare? Se sì, chissà perché allora molte categorie sono andate legalmente in pensione con 19 anni 6 mesi ed un giorno? Altri, illegalmente, si sono fatti dare false pensioni di invalidità. Illegalità allora tollerata. Ma anche nei casi "migliori", bastavano 35 anni di contributi oppure 60 anni di età per i maschi o 55 per le femmine per avere la pensione.

Questi vecchi, e anche certi miei coetanei, avano voglia di lavorare? Sì, ma analizziamola questa voglia. Avevano quelle che Kenneth Wayne Thomas nel suo testo chiama “motivazioni estrinseche”. Più lavoro più opportunità di oggetti che in qualche modo sottolineavano uno status: auto più importanti, vestiti più eleganti (soprattutto per la madama) cartoline spedite da luoghi di vacanze e diapositive di viaggi ecc... Oppure, come spiega Manzoni nei “Promessi Sposi” che io riprendo in questa ri-lettura ad uso manageriale, quando la Monaca di Monza si trova ormai in convento contro la sua volontà

Qualche consolazione le pareva talvolta di trovar nel comandare, […]  nel sentirsi chiamar la signora; ma quali consolazioni!

In questo caso avremo una pianificazione di carriera a tanti micro scalini di piramide, perchè la sensazione di salirla diventasse la motivazione.

Io

  • che non credevo molto nel consumismo
  • che vedevo nello sviluppo del software un lavoro non produttivo se gerarchizzato (questo ben prima dell'agilemanifesto e tutto quello che in questi vent'anni si è detto) e non produttivo se si superavano le otto ore giornaliere da un lato e se queste ore erano troppo interrotte e distratte dall'altro...

 passavo per uno che non aveva voglia di lavorare.

E se invece avessi avuto bisogno di motivazioni intrinseche? (oltre alle giuste tutele?)


martedì 6 febbraio 2024

You are old Father William

 

Nel 1979 all'Università avevo seguito il corso di Elaborazione dell'Informazione Non-Numerica, tenuto da compianto prof. Piero Torasso. Quello per lui era il primo anno che teneva un corso universitario. Corso interessantissimo: concetti teorici, metodi, algoritmi ed altri fondamenti di quello che oggi va nel calderone dell'Intelligenza Artificiale. Tesi di laurea sul tema del riconoscimento del parlato. Peccato che, ora di cercare lavoro “il mercato” chiedeva “Ma sai programmare in COBOL?” e altre amenità simili. Oggi tutti parlano e sparlano di Intelligenza Artificiale e io sono vecchio. 

Quando ero giovane consideravo la bicicletta come un mezzo razionale di spostamento per medi percorsi urbani. Più economico e veloce che attendere il tram, più economico e spesso più veloce dell'auto. Ovviamente bel tempo e percorsi diurni. Ero molto criticato per questo. La bicicletta era per molti un oggetto da caricare in auto per giri fuori città. Un altro problema era la cattiva educazioni degli automobilisti. Oggi a Torino stanno facendo ciclopiste. Spesso sono malfatte, ma tant'è! La bici è considerata un mezzo di trasporto per tragitti urbani. Io però sono vecchio!

 Una volta (primi anni 90) in tram incontrai il prof. Leonardo Lesmo, anche lui un giovane docente quando io ero studente e anche lui prematuramente scomparso. Lo salutai; non si ricordava di me, infatti non sono mai stato suo allievo. Chiacchierammo un po' ed il tema cadde su quanti dati si producevano nei processi aziendali, soprattutto se legati al monitoraggio degli impianti e flusso dei prodotti, oppure nei sistemi di controllo ferroviario e venivano letteralmente “buttati” mentre magari potevano essere utilizzati come analisi per la manutenzione preventiva delle singole componenti... oggi i dati sono il nuovo petrolio, e io sono vecchio.

 In una prima fase del lavoro ero scapolo e più che accumualre soldi in un periodo dell'inflazione a due cifre, mi interessava sia lavorare su temi “interessanti”, sia avere del tempo per me. Poi gli inizi del matrimonio non furono “lisci” e ci tenevo avere del tempo per gestire anche problemi famigliari. Cioè volevo fare il più possibile nelle 8 ore (ci stava tutto ed avanzava!) e non diluire il tempo in straordinari non pagati. Facevo anche trasferte che mi pesavano molto. Oggi sento parlare sui social dell'esigenza di bilanciare il lavoro con la famiglia e la vita extra-lavorativa, settimane di quattro giorni, smart-working e simili cose che avrei apprezzato molto. Però oggi io sono vecchio e in pensione

Nel notare un notevole spreco dell'impegno del tempo e della cultura di chi lavorava, soprattutto in un contesto (ne ho scritto qui), mi sono imbattuto nell' agile manifesto, mi sono certificato a mie spese ScrumMaster , ho vinto una copia e recensito Management 3.0 , ma non ho avuto nessuna opportunità di lavoro, finchè non sono andato in pensione. In pensione perchè  io sono vecchio .

Ma c'è di più. Nel lontano 1975 quando la falsa invalida ed il tangentista raccomandato da un massone mi avevano impedito sia di studiare quello che mi interessava, sia di fare un'esperienza a cui avrei tenuto molto, ovviamente ho pensato al suicidio. Quella volta l'idea l'ho superata grazie agli incontri con due “sorelle maggiori simboliche” e anche altri loro amici... ma soprattutto mi sono messo a leggere da Roberto Vacca al rapportoMeadows cioè coloro che sostenevano che “andando avanti così, saremmo finiti male”. Non ero io a dover morire, era questo mondo di merda che sarebbe morto! Oggi è sotto gli occhi di tutti che quelle previsioni “catastrofiste” di allora sono reali: se non proprio così come le prevedevano, forse peggio, anche se il sistema massmediatico le nega o le ridicolizza in un insulso politically correct. Mi sento vicino ai giovani con eco-ansie. Mi considero l'antesignano dei Gretini. Mi sento giovane!

 

lunedì 3 gennaio 2022

Facendo pulizia... ho ritrovato

 Facendo pulizia tra le vecchie mail ho trovato un testo che avevo inviato ad un giornalista che allora collaborava con Mario Calabresi affinchè glielo facesse gentilmente pervenire. Di Calabresi avevo sentito un intervento ad una conferenza che in quel momento mi aveva profondamente offeso. roppNon sto a dettagliare il contesto. La conferenza risale al dicembre 2011 quando la ditta per cui lavoravo (Teoresi) aveva deciso di licenziarmi perchè "troppo vecchio". Quando invia quella letter a avevo trovato un'altra occupazione, non molto remunerativa, ma molto più innovativa di quello che faceva Teoresi. Non sto ad aggiungere spiegazioni, ma copio tale e quale con una piccola variazione ad una frase 

Egregio Direttore,

La sera dell'incontro sulla crisi io ero particolarmente teso perché nel pomeriggio avevo la certezza che da lì a pochi giorni, nonostante l'articolo 18, sarei stato licenziato. Per una certa igiene mentale non volevo rinvangare il passato, macerandomi sulle responsabilità altrui nelle mie attuali difficoltà, ma cercavo di guardare il futuro.

Invece il suo intervento quasi mi ha costretto a rinvangare passato e colpe altrui. Il suo giudizio è che non abbiamo conosciuto la fame. La mia storia è in senso completamente contrario.

Era il 1975, ero un ragazzo impacciato ma abbastanza sveglio e pieno di idee. Era l'anno dell'esame di maturità. Per il futuro ero attratto da psicologia, (il funzionamento della mente umana!), ma anche da giurisprudenza, affascinato dall'idea di fare rispettare la legge in quel periodo particolarmente duro.

I miei genitori si opposero durissimamente. Secondo loro dovevo dedicarmi all'informatica, così avrei trovato facilmente lavoro. Io obiettavo che sarei stato disposto ad una vita anche sobria pur di fare delle cose che mi avessero interessato “Tu non hai provato la fame!” era il loro refrain.

Così per evitare una fantomatica fame che avrei affrontato volentieri per realizzare il mio “sogno”, dovetti per forza studiare informatica. Purtroppo ce la feci, a causa anche dei docenti. Erano personaggi abbastanza, oggi diremmo “destrutturati”: geni strampalati di cui era bello vedere la passione per quello che spiegavano ed in oltre avevano un look West-Coast che li rendevano ben lontani dalla seriosità accademica o peggio, degli ingegneri! (almeno la maggior parte di loro).

Taglio alcuni particolari, ma quando Lei parlava della gioia del taxista pakistano per la laurea della figlia io pensavo alla gioia dei miei genitori per la mia laurea (il primo laureato della stirpe!) ma pensavo che quella ragazza avesse la tristezza che avevo io quel giorno, pensando a tutte le altre attività più interessanti nella vita possibili a cui si era dovuto rinunciare per quella laurea.

L’impatto con il lavoro fu duro, ma mi permise di stare un po' di tempo negli USA (lontano da casa!) e in URSS (professionalmente ne avrei fatto a meno, ma ho da un punto di vista “culturale” è stato molto interessante).

Ma dal 1994 in poi il settore soprattutto qui in Piemonte è in grave perenne crisi, (taglio l'analisi) così per evitare una ipotetica fame, mi trovo “nelle ristrettezze” e senza aver potuto perseguire i miei sogni.

Quindi il mio primo punto è: bisogna saper non temere troppo la fame, e sopratutto rischiare quando si è ancora giovani.

Secondo, per valutare lo sbaglio dei miei genitori: la logica lineare funziona solo nel breve. Se tiro un elastico e si allunga di 5 cm. Se raddoppio la forza verifico che si allunga di 10cm. Ma se la moltiplico per 1000 non si allunga di 5000cm, ma si spezza. Non possiamo ragionare sempre per induzione dall'esperienza, o meglio l'esperienza va costruita tenendo conto di tutte le cause di un fenomeno. Quello che va bene oggi, non è detto che lo sarà domani.

Ma oggi (che un piccolo lavoro comunque l'ho trovato) qual è il mio “sogno”? Ritorno ad un altro punto controverso del suo intervento: la ragazza ligure-nord'africana [una ragazza studiosissima premiata per il suo profitto]. A quella ragazza avrei chiesto: chi sono i tuoi amici? Perché è vero, se una persona è sensibile, più matura della media della sua età, può anche trovarsi a disagio con dei truzzi, ma deve assolutamente saper interagire anche con loro, magari scoprendo che qualcuno proprio tanto “truzzo” non lo è, se non sotto una scorza apparente.

Un istituto internazionale (Standish Group) monitorizza lo stato dei progetti software e da anni solo il 35% circa vanno a buon fine. Raramente la causa è dovuta ad incompetenza tecnica, più spesso è dovuta a motivi relazionali: specifiche di progetto mal formulate, “il cliente cambia idea”, attriti tra clienti e fornitori....

Inoltre la cose che mi ha sempre fatto più soffrire in questi anni di lavoro è l'esistenza del management. Vale a dire: nel cantiere edile il manovale svolge un lavoro tutto sommato semplice, il muratore più complicato, il capomastro deve avere più esperienza e poi il geometra, fino all'architetto. Nell'informatica no: il lavoro anche più a contatto con la “materia” richiede competenze alte, e la gerarchia non ha senso, il livello culturale è alto in tutte le funzioni; sebbene molte aziende informatiche abbiano implementato un modello ad albero dove ai vertici si accede per motivi di look anni 80, amicizie... raramente per competenza. Ma soprattutto le competenze sono “a rapida dissoluzione”, ed è necessario il team per compensare “l'inevitabile ignoranza”.

Nel settore informatico estero questi temi sono sentiti, nel 2001 alcuni “guru” dell'organizzazione si sono riuniti ed hanno elaborato l' “agilemanifesto”a cui si rifanno varie metodologie di lavoro.

Ritorno dunque a quello che è da un lato il mio sogno e da un altro un approccio (non l'unico per carità, non esiste la panacea !) che permetterebbe all'Italia di affrontare meglio la situazione difficile: imparare a lavorare insieme.

Chissà perché in Italia ci sono ottime piccole aziende, artigiani geniali, ma non ci sono più grandi aziende dagli anni 70 (quando il modello piramidale funzionava ancora)? Una delle cause è l'incapacità di collaborare insieme. Ora mi piacerebbe molto diffondere queste metodologie agili, nate nello sviluppo dell'informatica, soprattutto al di fuori del mondo del software. Non ho la giovane età per “rischiare” ma tengo gli occhi bene aperti.

Distinti Saluti

lunedì 27 settembre 2021

Metodo imposto dall'oggetto. Ma qual è l'oggetto?

 


Ho recentemente terminato la lettura del libro “Ho fatto di tutto per essere felice” di Marco Bardazzi. Racconta la storia di Eugenio “Enzo” Piccinini, un medico di cui è stata aperta la causa di beatificazione. Ma non è un’agiografia o un libro devozionale. Nel descrivere la vita di questo medico, Bardazzi dedica anche molte pagine a raccontare come Enzo fosse teso ad un miglioramento continuo nella sua professione, che lo portava ad un approccio che nel libro viene chiamato “metodo Enzo”.

In questo metodo troviamo: “imparare da chi ne sa di più” e “lavoro in team”. E’ molto interessante il racconto dei viaggi di Enzo in ospedali americani che reputava validi per imparare non solo tecniche mediche, ma anche organizzative, in primis la trasparenza con cui i medici si scambiavano le informazioni. Il lavoro in team non era un “ognuno è responsabile del suo pezzetto”  ma ognuno porta le sue competenze ed il suo punto di vista ad un impegno comune. Tralascio i dettagli e rimando ad una lettura del testo, che in molti passaggi mi ha ricordato molte cose imparate in Agile.

Anch’io - che faccio prima ad elencare i lavori che mi ispirano di meno dell’informatico di quelli che avrei preferito fare - costretto a fare questo mestiere, volevo farlo al meglio. Leggendo il libro, ho avuto un momento di quasi-invidia. Perché lui è riuscito seppur tra fatiche, a realizzare qualcosa di quello che aveva imparato, mentre io sono sempre stato bloccato nelle mie idee innovative che spesso sarebbero state anche vincenti? Una prima risposta è che forse lui era più tenace di me o che lui aveva la fortuna di essere in Emilia, una regione molto “aperta” mentre io vivo nella gretta Torino, che per certi versi è peggio del meridione perché ha gli stessi difetti (forse anche più!) ma pensa di essere nel giusto.

Verso la fine, parlando del suo modo di affrontare il lavoro cita la frase, nota a tutti quello che hanno affrontato il testo: “Il senso religioso” di don Giussani  

 “il metodo è imposto dall’oggetto”. E qui si è accesa una lampadina che ha snebbiato la mia quasi-invidia. Certo, ma allora il problema diventa  “Qual è l’oggetto?”

Qual era l’oggetto del medico Piccinini? Ovviamente la salute del paziente, intesa nel senso ampio di attanzione per la pesona malata: la guarigione quando possibile e quando non era possibile, un accompagnamento verso una fine dignitosatra (cioè non anticipata! ma sorretta dalla trasparenza, cure palliative e dalla vicinanza, quando è possibile anche verso i familiari) .

Qual era l’oggetto dell’informatico Roberto? Che il software funzionasse, cioè non avesse bug, stesse nei tempi di esecuzione… e fosse possibile mantenerlo (cioè codice leggibile). In seconda battuta, ma su questo il discorso sarebbe lungo, utile la risolvere le necessità del “cliente”.  Poi anche che io e coloro che avavamo partecipato al progetto, imparassimo. Anch’io cercavo un metodo che fosse adeguato a questo oggetto, e non capivo gli ostacoli che ho trovato, non sempre, ma in troppe situazioni.

Cosa mi era sfuggito? Qual era l’oggetto dei tanti “morti di fame” e “maschietti viziati” incontrati nel mio percorso lavorativo? Il loro ruolo personale all’interno della struttura aziendale, e il loro metodo (CYA Cover Your Ass) era proprio adeguato al loro oggetto.

A maggior ragione trovo illuminante (anche se non l’ho raccontato nel mio intervento al IAD 19) il commento dell’allora HR manager di Teoresi , alla mia presentazione di Agile Un approccio simile in azienda non può funzionare, tutt’al più nel volontariato.” Infatti l’oggetto del volontariato è il “risultato dell’azione fatta” nell’azienda gerarchica, la tua possibilità di scalare i gradini della gerarchia.

domenica 25 aprile 2021

Chi è il più [...censura..] ? CRO

 

Questa volta cito il personaggio riferendomi precisamente a lui, indicandolo esplicitamente secondo i suoi desiderata. Questo personaggio, oltre ad entrare nella pletora di coloro che avrebbero potuti essere interpretati da Franco Volpi, aveva (vedremo poi perchè “aveva”) diversi altri difetti in qualche modo correlati.

Mentre sui vari libri e siti in cui si imparano tecniche di project management, di programmazione, di marketing... gli esempi mettono personaggi che si chiamano Sarah, Joe (immancabili) e poi Dave, Jane, Jenny, Jerry, Tim, Tom e simili nomignoli, costui per rendere l'azienda “più seria” aveva inventato una siglatura, sua e dei colleghi, da mettere nei verbali di riunioni, firme nelle mail, gantt e via discorrendo. A lui era venuto CRO.

Ecco il primo difetto: il sogno dell'azienda come struttura burocratica perfetta, come un'orologio a cui basta dare un colpo di carica e poi tutti procedere senza intoppi – gli intoppi per chi lavorava li creava lui. Procedere non solo con “tutto sotto controllo”, ma anche con delle linee ben dettagliatamente definite sui passi successivi, in modo che l'attività realizzativa diventi quasi un dettaglio di secondaria importanza.

Probabilmente non aveva mai sentito l'acronimo VUCA e se anche l'avesse sentito non si rendeva conto che quello era il mondo in cui viveva un'azienda di sotftware.

Un altro difetto era il senso del sacrificio. Il valore di quello che si fa, per lui non era dato dalla soddisfazione del cliente, ma dalla percezione che aveva del proprio prodotto. Un elemento basilare di questa percezione era “la fatica costata a farlo”. Vero che per soddisfare il cliente ci va impegno, ma un impegno diverso e tutto sommato più creativo, quindi spesso pagante. Invece concentrando su di se il valore dell'impegno, discendava un ulteriore difetto: lo spreco della risorsa tempo: più tempo ci mettevi, se stavi a sera fino a tarda sera, al sabato e domenica, magari per fare quello che nel mondo Lean è chiamato MUDA, più eri meritevole. Lo spreco del tempo, non solo suo, ma anche quello altrui era anche una forma di mancanza di rispetto: per colleghi innanzi tutto, ma anche clienti e partner a cui faceva perdere tempo e si rendeva antipatico.

Cosa divertente. La fase di testing invece lui la vedeva in modo diametralmente opposto. Mentre i test (ovviamente tracciati) dovrebbero servire innanzitutto agli sviluppatori per sapere “come stiamo andando” per non accumulare problemi e così via, per lui la tracciabilità dei test doveva essere un modo per pararsi le spalle con in clienti “Noi i test li abbiamo fatti, da noi funziona, che cavolo state a dire?”

Altro difetto correlato: la determinazione. Secondo lui, se una cosa non da i risultati sperati, non è perchè hai sbagliato metodo, ma perchè non hai applicato il metodo con abbastanza determinazione! Per carità di patria non scendo in dattagli

Altro particolare: è vero, siamo a Torino, ma nei primi anni 2000, cioè quando l'azienda fordista stava esalando gli ultimi respiri e mentre gli informatici in altre parti del mondo scrivevano l'Agile Manifesto, CRO voleva “rendere più professionale” il lavoro degli informatici assimilandolo alla vecchia morente.

A sua discolpa. La colpa è sempre della società: invece di dargli tanta corda, avrebbero dovuto imporgli una cura di “Agile”. Ma 1) assomigliava a Franco Volpi e quindi era ascoltato 2) i vertici aziendali non avevano una cultura adeguata, al punto che quando io tentai una presentazione di Agile mi fu detto che un approccio simile può essere usato nel volontariato, non in azienda (la mia slide successiva faceva vedere i loghi delle piccole multinazionaline che avevano adottato Agile 😂)

A sua discolpa. Venivo da una decennale esperienza in R&D e lavorare con il personaggio fu da incubo. Nelle notti insonni, cercai su internet come si deve procedere per evitare da un lato il Cowboy-conding e da un altro un eccesso di burocrazia. Scoprii un mondo, proprio per “difendermi” da lui. Peccato che questa scoperta nel 2011 non interessasse a nessuno.

PS: perchè ho detto aveva? Perchè penso sia in pensione e come molti personaggi aziendali, abbia avuto come sogno profondo quello di comprarsi un orticello e zapparselo. Immagino e gli auguro di stare nel suo appezzamento e godere il sacrificio di spezzarsi la schiena .

domenica 30 luglio 2017

La GTT sbaglia / approccio globalmente sbagliato.

Sono un assiduo, nei limiti del possibile, frequentatore dei mezzi pubblici.
Mi piace molto quella foto del futuro papa Francesco, allora arcivescovo di Buenos Aires, seduto in metropolitana.
Orbene, pare che i mezzi pubblici abbiano grossi problemi di debito. Lo credo bene!!!!

Supponiamo che ad un commesso (non padrone) di una salumeria, un cliente chieda "Prosciutto marca XY" ed il commesso debba dire "Non ce l'abbiamo, ma le consiglio il prosciutto marca YX che... "  "ah no!" dice il cliente "o XY o niente" ed esca dal negozio. E supponiamo che la scena si ripeta con vari clienti, molte volte ogni giorno. I casi sono due 1) il commesso non dice nulla al titolare ed nel giro di poco perdono tutti i cliente 2) il commesso ne parla con il titolare, il titolare lo ascolta e magari decide di fornirsi anche della marca XY per non perdere i clienti.

Bene. La GTT non segue questa seconda strada.
Nei meiei viaggi sulla linea 10 (fino a pochi anni fa quotidiani, poi purtroppo rarefatti) ho sempre notato l'assurda situazione della fermata 32 (per me prima o poi ci scappa il morto - una soluzione al probelma) o del fatto che nell'attraversare largo Orbassano da nord verso sud, quando il semaforo per il 10 che si trova in corso duca degli Abruzzi diventa verde, il 10 spesso non riesce a muoversi perchè bloccato da un'auto ferma al rosso di corso Rosselli che sta sui binari ed obiettivamente non può andare ne avanti ne indietro. (due soluzioni al problema!)
Se lo notavo io che passavo una volta al giorno non penso che non lo notassero i tranvieri che ci passavano ben di più!
Allora siamo nella situazione 1) del salumiere.
Evidentemente non esiste una mentalità aziendale dove coloro che sono a contatto diretto con l'erogazione del servizio sono implicati per primi nel notare i margini di miglioramento, e quanto loro dicono non è considerato un mugugno, ma un imput per le decisioni organizzative;
finchè le decisioni sono prese da un management che magari viaggia pure in auto (speriamo non blu!) l'azienda non potrà che fare debiti e non c'è modo per venirne a capo.
L'unico modo è cambiare mentalità: che chi è a contatto con l'erogazione del servizio sia coinvolto nel miglioramento del processo in prima persona, ed il management parta dai suoi input, non da pensate a tavolino.
Toyotizzatevi!

 

venerdì 26 giugno 2015

Ignoranza socratica?

Era da molto che non scrivevo più nulla sul blog.
In effetti sono successe molte cose da commentare, ma non ho avuto il tempo per fare commenti che non fossero poco più che banali.
Mi sarebbe piaciuto commentare il fallimento di Renzi a proposito della dal lui detta "buona scuola" a partire dalla gestione degli Stakeholder Management  come è indicato nel PMBok 5° edizione.
Non ho avuto tempo.
In questo breve lasso di tempo vorrei fare alcune considerazioni sul cosiddetto motto socratico "so perchè so di non sapere". Io non so il greco ma mi fido della logica,e deduco che  la traduzione poteva aver senso se fosse stata "conosco perchè sono consapevole di non conoscere". Infatti la parola "sapere" ha lo stesso etimo di "sapore", cioè il sapere implica una "valutazione". Sapere è "conoscere il sapore" o "essere capaci di recepire il gusto di una cosa" ovviamente "gusto" e "sapore" vanno intese in senso figurato. Ma dai discorsi di Socrate invece sembra che la conoscenza sia la capacità di formalizzare la conoscenza che uno ha in modo effettuale, in modo dialettico-verbale.  Se "conosco come" fare una cosa lo dimostro con il fatto che "questa funziona". Perchè devo descriverla verbalmente? E' ovvio che facendo così, come un qualsiasi ripensamento sul proprio operare, possono emergere nuove idee, ma perchè è così importante la formalizzazione verbale?
In "Antifragile" si legge un pesante critica a questo atteggiamento Socratico.
L'agile manifesto parla di "working software over comprehensive documentation". Anche anti-socratico?
Per quanto riguarda il "sapore" invece, nessun cenno nella filosofia socratica.

domenica 25 maggio 2014

Sogni o progetti agili?

Da un po' di tempo a questa parte va di moda dire ai giovani "Seguite i vostri sogni".
Il clima culturale in cui questa metafora di diffonde ha un alone di positivo. Steve Jobs, Matteo Renzi, Mario Calabresi... insomma sembra una perla di saggezza.
Non dovrebbe spettare a me criticarla, poichè quelli che erano i miei sogni non li ho potuti seguire, anzi a volte ho attimi di depressione in cui penso che la mia vita sia sprecata a realizzare i sogni degli altri.
Eppure secondo me quest'invito ha dentro di se alcuni pericoli molto gravi.
Un primo rischio è che il sogno idealizza. La realtà delude. Questo non è solo vero in casi particolari, ma potrebbe essere un assioma. Innanzitutto pechè il desiderio umano è incolmabile, quindi qualsiasi obiettivo raggiunto non può bastare. Ma soprattutto la realtà è molto più complessa di quello che immaginiamo, quindi il "sogno" sarà comunque irrealizzabile.
Un secondo rischio è quello, sempre dovuto all'impatto con la realtà: è ben diverso quello che mi piace fare da quello che so fare in modo proficuo. E' interessante la storia del regista Pupi Avati. Era appassionato di musica, ma quando conobbe Lucio Dalla  capì che lui non sarebbe stato in grado di ottenere i risultati dell'amico. Mi pare che Pupi Avati abbia realizzato ottime cose facendo altro, invece se avesse seguito il "sogno" avrebbe fatto il musicante per sagre e matrimoni.
Allora cosa seguire? Direi i "proprii principi" o "valori" ma queste parole potrebbero essere ambigue. Mi piace usare il termine che usa don Giussani in vari contesti "le esigenze elementari" (esigenza di felicità, di verità, di giustizia, ...) e poi buttare la fedeltà a questi punti salienti, nel confronto con tutte le mutevoli situazioni della realtà.
Esempio cretino ma spero significativo. Per la mia esigenza di giustizia posso aderire ad un organizzazione sindacale. (progetto) Dopo le necessarie itarazioni verifico se quanto faccio nell'organizzazione risponde ancora alla mia esigenza di giustizia (progetto agile). Con l'attenzione che la realtà muta : gli item del project backlog mutano sempre di priorità ed altri item possono essere inserito: per esempio certe categori di lavoratori che erano considerate deboli 20 anni fa, oggi potrebbero  essere viste come categorie privilegiate.

mercoledì 22 gennaio 2014

User Experience

Come ho scritto nell'articolo (ma la parte a cui mi riferisco si scarica a pagamento!) il lavoro di sviluppo del software ha dei sottoprodotti che potrebbero fruttuosamente essere utilizzati in altri contesti.
Uno di questi è la "User experience
E come seguendo i consigli di vari guru, farò uno "Story telling" invece di una descrizione astratta.

1) Ufficio Postale. Quando ero ragazzo su ogni sportello leggevo cartelli scritti a pennarello ed incollati con il nastro adesivo "PACCHI" "RACCOMANDATE" "ContiCorrenti" etc. Uno sapeva dove andare. Ora invece ci sono bei cartelli preconfezionati con "Prodotti Postali" "BancoPosta". Ma un vaglia, cos'è? Prodotto postale, certo mica un prodotto del caseificio! Ma è anche un prodotto che può assimilarsi ad un prodotto bancario, poichè faccio correre soldi... Chiedo ai presenti in coda.
Nelle poche volte che mi capita di andare alla posta ho quasi sempre trovato qualcuno che chiede qual è la coda corretta per .... Da cui se ne evince:
1.a) che i "Big Thinker" delle Poste sono assolutamente avulsi da ogni feed-back dell'utente, pensano astrattamente, fregandose dell' UX 
1.b) gli sportellisti sentono simili domande quotidianamente e umanamente parlando faticano a trattenersi dal mettere un bel cartello a pennarello con lo scotch "Vaglia" "PACCHI" e via discorrendo!  Invece mettono i cartelli che "ricevono da Roma". Torna l'agile manifesto, il principio di sussidiarietà, stoos e via discorrendo. Inoltre lo stipendio di un "Big Thinker" è piuttosto alto direi, quindi: tagli migliorando il servizio e motivando di più il personale che lo gestisce direttamente!

2) GTT (Trasporti Torinesi) Ero sulla linea 5 direzione Nord->Sud . Ricordo che il 5 ferma in largo Orbassano, fa molte fermate in Corso Orbassano di Torino, ferma in Strada Orbassano di Beinasco e poi finisce la sua corsa nel Comune di Orbassano.
Era sera ed il bus su cui viaggiavo era di quelli belli moderni con la vocina che annuncia la prossima fermata. Cosa abbastanza comune, bisogna ammettelo, la vocina era sincronizzata perfettamente con il percorso. Ad un certo punto,eravamo in corso Rosselli, la vocina annunciò "Prossima fermata: Orbassano Nord" vidi una coppia trasalire, perchè Orbassano è appunto la fine della corsa "Ma non l'abbiamo vista Mirafiori!!!" Due battute e si capì l'equivoco. I signori GTT sanno che "Orbassano Nord" vuol dire "Largo Orbassano Nord", ma si sono posti il problema di cosa pensano gli utenti se non sono pratici del posto? Ma se partono dal presupposto che tanto la stragrande maggioranza degli utenti è pratica del posto, cosa hanno messo la "vocina" a fare, se non a farli divertire quelle rare volte che non è sincronizzata?

3)  GTT (Trasporti Torinesi) Dovevo farmi rinnovare l'abbonamanto e sono andato in via Fiocchetto. Vidi cartelli con la scritta "Titoli di Viaggio" e pensai che l'abbonamento lo fosse (a cosa serve se non a viaggiare?) Invece poco prima vidi un piccolo capanello (2 o 3) persone ferme davanti ad un altro sportello e chiesi se erano in attesa di farsi rinnovare l'abbonamento. Alla risposta "Sì" capii che l'ufficio era quello, ma un cartello costava tanto? 
3.2) Peggio, uscendo vidi quell'assurda immagine accanto e per fotografarla mi spostai in una posizione migliore. Fui redarguito da un tizio, evidentemente GTT ma il cafone non si qualificò e non avevo  tempo/voglia di litigare, che "Ma non sa che non si può andare lì? " "No, non lo so?" "Ma non ha visto  il cartello?" "No, non c'era nessun cartello". Me lo fece vedere. Dai tempi di Napoleone, in tutte le nazioni da lui conquistate, i cartelli relativi ad un percorso sono o direttamente davanti o alla destra del camminamento, quel cartello invece era invisibile da chi volesse  fare il percorso che avevo fatto io, mentre creava un grosso dubbio perchè significava (secondo la logica ergonomica successiva alla battaglia di Marengo) che era vietato salire l'unica scala che permetteva di uscire dal portone di via Fiocchetto. Qui non è solo mancanza di UX, ma proprio di buon senso. 

domenica 14 aprile 2013

Agile senza saperlo 13 - Pulici e Graziani

Loro sapevano di essere agili, ma in senso fisico, non nel senso dell' agile-manifesto!
In realtà il post che mi accingo ad inserire, non si rifà tanto ai 4 punti dell' agile-manifesto, pittosto ad alcune considerazioni, lette in Management 3.0
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Non sono un'esperto di calcio, l'ultima partita vista risale al 1976 (Torino-Borussia). Ma io sono sufficientemente torinese da sapere chi erano Paolo Pulici (Pupi) e Francesco (Ciccio) Graziani.
In un'intervista sentita casualmente facendo zapping sui canali nel breve periodo in cui a volte guardavo la TV (1998-2008) un ex-calciatore, Natalino Fossati, sosteneva che Pulici e Graziani non erano per nulla amici. Avevano idee politiche diverse, non si frequentavano nel tempo libero, quando erano in ritiro, non condividevano mai la stesa camera, anzi si trovavano vicendevolmente poco simpatici. Ma erano due veri campioni, con una tale serietà professionale, che in campo il loro rapporto si trasformava al punto da essere chiamati "I gemelli del Goal".

Torno ai miei post su Malvern. Quante aziende, tra cui quella della mia penosa precedente esperienza lavorativa, oraganizzano cene, per "creare spirito di gruppo" ! Quante aziende, soprattutto quando c'erano i soldi, organizzavano "convention"! Quante aziende, e purtroppo ancora oggi, si immaginano un "tipo umano" di dipendente! Invece è proprio trovarsi a lavorare insieme, è proprio la grezza materia del lavoro che crea l'affiatamento se per tutti l'obiettivo primario è proprio il lavoro!
Ricordo che nella precedente azienda sono stato addirittura rimproverato di non andare a prendere il caffè con altri (anche se invece spesso andavo) o a pranzo insieme. Ma questi incontri finivano per essere infarciti di frasi di circostanza, oppure battute spesso pesanti su particolari categorie di persone (purtroppo non sono un omosessuale simpatizzante della Lega Nord, se lo fossi stato averi avuto motivi per fare denunce!). Invece se si fosse lavorato veramente in team, non dico "pair programming" ma almeno in team, magari qualcuno avrebbe apprezzato le qualità anche dei leghisti e degli omosessuali, e si avrebbero avuto cose sensate da dire durante la pause !!!
 
Erano: Cuccureddu, Facchetti, Maldera, Zoff ... a trasformare due calciatori che non si sarebbero altrimenti trovati per una cena insieme, nei Gemelli del Goal.

E' la realtà che ci fa muovere, non idote mistificazioni di essa.

martedì 19 febbraio 2013

RE-WORK

E' da un po' che non accedo più a questo blog.
Di eventi ne sono capitati molti e, come diceva Leonardo Sciascia, non ho avuto tempo per essere conciso. Quindi, nel mio caso, a maggior ragione per scrivere.
Negli ultimi giorni poi mi sono dedicato a letture di testi che avevo accumulato da tempo.
Ho letto REWORK, di Jason Fried e David Heinemeier Hansson. Libro folgorante, nel senso che ha una struttura veramente laconica ed essenziale. E' una serie di "consigli all'imprenditore": un argomento, una pagina, non di più. Su alcuni temi sarebbe stato bello avere gli autori vicino, per chiedere ulteriori ragguagli. Sostanzialmente una lettura positiva. Peccato che:
1) Molte cose le condivido, anzi le ho sempre sostenute e per queste mi sono sempre preso del cretino.
2) Peccato che non sia letto dai nostri manager privati epubblici e da tanti politici ed elzeviristi. Quanti sproloqui a proposito di "aumentare le ore di lavoro", "aumentare i finanziamenti per..." quando invece occorrerebbe ripensare al "valore prodotto" in queste ore di lavoro o a come vengono spesi i finanziamenti!

Anche questo libro, che pure è fatto da softwaristi, non cita l'agile manifesto nè parla di Lean manufacturing, ma il "rumore di fondo" è quello.

lunedì 14 gennaio 2013

Agile senza saperlo 11 - Pino Solanas ?

Avevo rimandato la scrittura di post sul mio blog alla ri-lettura di un libro (non anticipo nulla) Sta di fatto che questo libro non l'ho letto ed per evitare di rimanere muto a lungo ... parlo di un film, anche se devo usare il punto interrogativo finale.
Se io fossi magicamente proprietario di un sistema di televisioni di tipo broadcast, dallo scoppio della crisi a quando la crisi finirà, avrei trasmesso ciclicamente "La vita è meravigliosa" di Frank Capra, "Il diario del saccheggio" e "La dignità degli ultimi" di Fernando Ezequiel Pino Solanas.
Trasmettere sempre questi tre film dal 2008, data in cui è scoppiata la crisi finanziara al - dicono oggi gli esperti - 2014 (ma poco tempo fa non c'era chi vedeva la luce in fondo al tunnel?) potrebbe essere pazzesco. Forse, ma se qualcuno l'avesse fatto magari la crisi sarebbe finita prima.
Il film di Frank Capra, a parte la storiella naif dell'angelo che deve ri-ottenere le ali, è un tema interessantissimo sul debito-credito. (Tra l'altro nel film il personaggio negativo ha una quasi omonomia con un personaggio recente: si chiama Henry Potter)
Molto interessanti sono i film di Solanas, che avrei fatto introdurre o commentare dal prof. Giulio Sapelli, esperto di economia e di Sud-America.
Mentre il primo è fedele al titolo, un reportage sulla crisi ai tempi di Menem e De La Rua, il secondo - La dignità degli ultimi - è una serie di testimonianze su gente comune che si auto-organizza per vivere al meglio in un periodo così difficile.
 Il film secondo me finisce male, perchè Gustavo,  simpatico coraggioso e giovane prete, lascia il sacerdozio. Io, non sono prete, ma sono stato affascinato da don Milani, che era alternativo, coraggioso, geniale, generoso in un cattolicesimo che spesso cadeva nel formalismo. Eppure don Milani diceva che era sempre disposto all'obbedienza, per non perdere "i sacramenti", aveva più a cuore la presenza di Dio concreta che le sue idee (che pure superavano spesso la grettezza di molti catto-conformisti). Diceva che l'assoluzione la da un prete, anche stupido ed indegno, non l'editorialista di grido. Quindi mi spiace che il personaggio Gustavo, non fosse come don Milani.
Ma con tutto ciò è bello vedere, in un contesto difficilissimo realizzarsi il punto 11 dell'agile manigesto

The best architectures, requirements, and designs emerge from self-organizing teams. 
L'uscita dalla crisi va trovata anche 1) nel non aspettarsi nulla da qualche demiurgo, 2) uscire dalla solitudine e fidarsi della gente con cui si collabora e decidere insieme sul quello che ci compete. (sussidiarietà)

Ma allora perchè  il punto interrogativo finale? Io ringrazio Solanas, per averci dato questa testimoniaza (peccato che nessuna rete televisiva ce la trasmetta!) - dall'altro ho un dubbio su come abbia gestito il "progetto film" che ha realizzato. Mi auguro che abbia valorizzato le doti dei suoi collaboratori, che abbia seguito criteri "toyota", sussidiarietà,  agili etc... anche nella realizzazione. Ma dagli anni 80 conosco troppe aziendine di sinistra, o comunque che partono da grandi giudizi etici, ma che nel processo produttivo non sono diverse dall'azienda fordista. Analogamente le aziende CdO saranno sussidiarie al loro interno?
Lasciamo questo punto interrogativo come una provocazione.

lunedì 5 marzo 2012

Le inserzioni di lavoro sono "sbagliate".

... mi misi alla ricerca di un lavoro e dovetti quindi affrontare il tema "inserzioni"
Non mi soffermo a dire di quelle che specificano l'età (tipicamente età max 35 anni)  che mi pare siano vietate dalla legge e squalificano l'azienda che le pubblica.
Sono stato invece colpito dal fatto che nel settore informatico è pieno di inserzioni del tipo "esperto Java j2ee ","esperto silverlight per android" e via discorrendo. Orbene il primo punto dell'agile manifesto dice
Individuals and interactions over processes and tools
mentre le inserzioni partono proprio dal tool. D'altra parte in 30 anni di lavoro il tool non è mai stato l'impedimento. In poco tempo lo si imparava facilmente e l'assembler (del PDP11) era ben più difficile di python !!!
Cosa sta dietro a questo approccio (oltre l'ignoranza dell'agile manifesto) ?

(...2 parte) 
Finalmente ho il tempo per completare il post. Rispondo alla domanda: I progetti sono di breve respiro, i budget si approvano tardi, i margini sono scarsi quindi non c'è tempo/denaro per imparare, si deve essere produttivi subito. Il tool si deve "già" conoscere. Questa situazione è un dato di fatto, che però lascia intravvedere una pessima realtà del mondo dell'imprenditoria nel settore informatico. 
L'utilità di essere "azienda", di essere "squadra" è proprio nel 1) completare vicendevolmente le lacune 2) fare fluire meglio le competenze - insegnare/imparare l'uno dall'altro, in modo più rapido di quanto si impari da soli 3) avere la visione per sapere cosa è prioritario imparare nei "momenti" buchi. Ma purtroppo vige un individualismo esasperato per cui troppe software-house sono in realtà agenzie di "caporalato" per professionisti (sic!) informatici.
Sull' utilità del team, spero di spiegarmi meglio rimandado a questo post di Jurgen Appelo.

PS. per quanto riguarda la mia situazione lavorativa ora sono in un'azienda di cui sono l'unico dipendente!
In due mesi ho affrontato LabView (ero CLAD, ma scaduta del 2009) Il C++ con wxWidgets, il BPMN (mai conosciuto prima) di cui ho valutato diversi tools ed altro...

mercoledì 21 settembre 2011

Agili senza saperlo 6 - Mia sorella

La prima (ed unica ahimè!) volta che ho visto delle Burndown chart è stato in un contesto che aveva nulla a che fare con lo sviluppo del software o  con Scrum. L'ho visto usare da mia sorella che allora era studentessa di Lettere - Filologia moderna. Calcolava "in qualche modo" l'entità del lavoro, sapeva il calendario degli esami e giornlmente si faceva su un foglio una linea di tendenza per rispondersi alla domanda: se vado avanti con questo ritmo ce la faccio per la data dell'esame? E se no, quanto dovrei studiare in più?
Ovviamente... valutare la mole del lavoro per certi esami di Lettere moderne è abbastanza facile: es. devi aver letto - dico per esempio 3 romanzi di Calvino, 2 di Pavese e 3 di ... Vattelapesca... e fai la somma delle pagine dei testi.. Ovviamente la preparazione di un esame è un lavoro individuale, non ha nulla a che vedere con i team Scrum... Ovviamente l'applicare una regola non basta per avere un "approccio" agile. Non so se mia sorella leggesse l'agile manifesto sarebbe d'accordo. Ma è intessante notare come questo strumento che le permetteva di organizzarsi meglio, le era venuto quasi "istintivo" mentre nelle aziende tanti ing. non sanno che fare stime astratte e "avanzamento lavori" a posteriori.

mercoledì 1 giugno 2011

Agili senza saperlo 4 - The housemartins

Questa volta il mio post è decisamente faceto.

Gli Housemartins sono un gruppo vocale di cui l'unica canzone che abbia mai sentito si intitola Caravan of love e risale agli anni 80. Non so null'altro di loro:  che facce avessero, cosa abbiano fatto dopo l'evidente scioglimento del gruppo e tutto sommato non mi interessa. Se mi interessasse potrei sempre cercarlo su wikipedia.
Quella canzone mi piaceva moltissimo per la musica e mi piaceva molto la loro esecuzione, totalmente vocale: solista e coro, senza strumenti.
Che c'entra questo con l'approccio agile:
In XP si parla di StandUp meeting, le riunioni fatte in piedi per evitare che si prolunghino. Anche il Daily Meeting di Scrum è bene farlo - oltre che puntuali, sempre alla stessa ora e allo stesso posto -  pure in piedi.

Orbene: contate nella canzone quante volte si ripete "Stand up!" e con una vivacità che verrebbe proprio da prenderla come inno di una azienda che vuole essere agile.
Inoltre c'è il verso "Every body take a stand" ognuno prenda posizione. Questo ricorda la tecnica di poker planning, suggerita da Scrum.

(PS riuscirò mai nella mia vita professionale imbattermi in un azienda dove questo approccio venga preso in considerazione?)
 

domenica 20 febbraio 2011

Agile senza saperlo: 1 - Don Giussani

Avevo in mente una serie di post dedicati a personaggi esterni al mondo dello sviluppo software, ma che in qualche modo hanno seguito i valori e principi dell' agile manifesto. Mi interessa raccontare che esiste una saggezza umana, una "sapientia cordis" con cui affrontare la realtà, anche lo sviluppo del software. 
Contravvenendo alla scaletta che mi ero fatto ho pensato di cominciare con don Giussani, per farlo quasi coincidere con l'anniversario della sua scomparsa (come sul dirsi, perchè è più che mai presente!).

Non starò a dilungarmi sul "Responding to change over following a plan" : sono molte le citazioni di don Giussani in cui lui afferma di non aver mai voluto "fondare" nulla, ma di aver obbedito al Carisma. Ancor più citazioni sull' "aderire alle circostanze".
Invece per quanto riguarda il principio "The most efficient and effective method of  conveying information .... is face-to-face conversation" vorrei citare un episodio personale. Don Giussani l'avevo visto alcune volte mentre parlava da un palco, ma a pochi metri di distanza, a faccia a faccia, mi capitò di incontrarlo a New York.
Sapevo che sarebbe andato lì, ad incontrare le comunità di CL allora nascenti e di cui facevano parte soprattutto ragazzi italiani andati in USA a fare dei Master o vari corsi si specializzazione. Io avevo appena finito una parte della mia attività lavorativa in Pennsylvania (vedi post) Presi qualche giorno di ferie prima del ritorno in Italia e mi fermai a New York. 
Per farla breve, ad uno dei tanti incontri che don Giussani tenne in città,  un tale chiese la ragione del trovarsi per la "Scuola di comunità". Non bastava, diceva questo ragazzo, assegnarsi un testo e studiarselo singolarmente? Cosa serviva trovarsi in gruppo ad intervalli regolari per approfondire la comprensione ed il confronto su quanto stiamo vivendo? 
La risposta di don Giussani non la ricordo nei minimi dettagli, ma un discorso simile al suo l'ho letto in seguito, in The Scrum Primer di Pete Deemer, Gabrielle Benefield, Craig Larman, Bas Vodde, quando viene criticato l'approccio waterfall. La stesura di un documento scritto prevede un passaggio di astrazione rispetto alla realtà e la sua lettura aggiunge un altro passo di astrazione. Quindi non si ha nessuna garanzia che il messaggio sia capito e compreso senza essere frainteso.  Occorre (anche) parlarsi. Inoltre, secondo altri autori, la miglior forma di comunicazione è quella verbale supportata da schizzi/ schemi... e l'immagine di don Gius più famosa è sicuramente questa. 
(e poi il cristianesimo è un incontro!)

domenica 13 febbraio 2011

Varie ed eventuali

Sono stato un po' lontano dal blog e riassumo velocemente alcuni punti degli eventi di questi giorni (con qualche nesso con il tema che vorrei emergesse dal blog).
Management 3.0
Mi è arrivato il libro Management 3.0 di J.Appelo (che ringrazio ancora) e mi accingo a leggere.
Decimo anniversario dell'Agile Manifesto.
Sono già passati 10 anni, ed in Italia continua ad essere una novità o una stranezza per hobbisti, senza impatto sulle grandi aziende. Povera Italia!
Anniversario delle morte di Eluana.
Che c'entra con questo blog? C'entra con il post Project management esistenziale. Un incidente così grave, secondo la definizione  classica, porterebbe a considerare il "progetto esistenza" = fallito . Ma secondo una definizione più "complessa"? Per quanto riguarda "la soddifazione personale e l'eccellenza tecnica" è un mistero che conosce solo lei e su cui nessuno può dire nulla. Ma per quanto riguarda il beneficio che apporta all'organizzazione, (il ROI) questo episodio ha messo a dura prova, anzi ha fatto affrontare la massima prova, che una qualsiasi organizzazione può affrontare "La capacità di accogliere ed integrare il diverso" e l'ha fatto nel modo più duro che si possa immaginare. Siccome secondo me l'integrazione del diverso è la chiave di sopravvivenza di una civiltà,  tornerò su questo tema. Da questo test, la vicenda di Eluana , la società italiana, non mi pare uscita bene.
Berlusconi.
A parte le varie considerazioni che vorrei fare (Ha ragione Violante!) ce n'è una correlata con questo blog. Possibile che un uomo potente, ricco etc... si diverta peggio che un marinaio sbarcato in un porto dopo mesi di navigazione? Forse conviene ridefinire il concetto di successo.
Egitto e Tunisia.
Mi sento fraternamente legato al popolo tunisino ed egiziano in questi loro giorni pieni di difficoltà speranze e paure. Ero stato per lavoro in Tunisia nel 1996 e ne avevo avuto un impressione ottima. La gente, soprattutto i giovani e i cittadini, parlano normalmente francese e arabo, in più molti imparavano l'inglese e l'italiano. Gente sveglia e istruita. Anche dalle statistiche si vede che è una generazione ad una scolarità molto alta in assoluto, ed in particolare nel mondo arabo. Eppure le prospettive di lavoro sono bassissime, inadeguate allo studio. In questo mi sento loro fratello: anch'io laureato, 30 e più anni di lavoro di discreto livello, oggi  ho uno status sociale minore di quello di un bidello.
Dell'Egitto: ho avuto l'onore di ascoltare alcuni anni fa una "lezione" del prof. Wael Farouq . Mi ha fatto cadere molti pregiudizi che avevo nei confronti degli islamici. Pensavo che, "bloccati" dal Corano, gli islamici fossero magari anche persone pie e guidate ad una vita onesta, ma non "colte", come i maestri Zen o i vari "dottori della Chiesa" e loro discepoli. Mi ha fatto ricredere. Ora ho letto avidamente le sue interviste che sono riuscito a trovare sui fatti di questi giorni. Immancabilmente redarguisce l'occidente per la sua doppiezza, ambiguità, calcolo degli interessi di bottega sulla pelle dei popoli. (Lo fa in modo molto elegante, me è così).
Ha ragione Pagheremo caro, pagheremo tutto!