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domenica 15 giugno 2025

Hello Dolly!



Ammetto che Dolly Parton non è stata mai in vetta nella classifica delle mie cantanti preferite, anzi non sapevo nemmeno della sua esistenza fino all'agosto del 1984, al mio primo viaggio in America, nella provincia, quando imperversava in varie radio e tv non a pagamento o comunque comprese nel prezzo dell'albergo. Neanche come “bellezza femminile” rispecchiava i miei gusti. Ma grazie Mike Cohn ho scoperto una cosa molto interessante non so se grazie alla sua intelligenza (e mi scuso per averla considerata un'oca!) o all'intelligenza dei project manager della sua fondazione filantropica Dollywood. Comunque scegliere dei buoni collaboratori è già una gran cosa!

Per ovviare gli abbandoni scolastici in una certa contea, la fondazione ha promesso 500 dollari ai ragazzi se fossero verificate entrambe queste due condizioni:

  1. devi finire il ciclo di studi

  2. scegli un coetaneo, e scommetti che anche lui finirà il ciclo di studi.

Il tasso di abbandono è sceso drasticamente.

Questo è molto bello perché così non solo uno è stimolato individualmente, ma “traina” anche un'altra persona ed ha molte probabilità di essere trainato a sua volta. Un atteggiamento molto costruttivo che supera totalmente tutto il clima di competizione individuale che l'azienda tradizionale metteva tra i dipendenti. Siamo in una rete sulla stessa barca!

A questo punto sentiamo una versione di una canzone di Neil Young cantata delle tre signore del “country” tra cui la nostra Dolly Parton. Canzone bellissima, voci notevoli, ma come signore anziano se devo inchinarmi alla bellezza femminile di una signora anziana, lo faccio a Emmylou Harris!!!

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Fonte della notizia : dalla mail list di Mike Cohn di Mountain Goat Software

 


 

domenica 8 giugno 2025

Soddisfazioni!!

 Non mi ricordo ben in quale contesto motivazionale, avevo sentito dire che occorreva focalizzare bene e saperne fare un buon storytelling di un risultato positivo ottenuto nel passato. Mi sono scervellato per farmi venire in mente qualcosa di positivo e, dopo un grande sforzo di memoria, sono tornato alla mente ai tempi del liceo. In molte materie gli insegnanti prima di prendere in mano il registro e vedere “chi fosse ancora senza voto” chiedevano se ci fosse qualche volontario. Mentre la prof diceva

 “C'è qualcuno che vuole essere interrogato?”

 Io sussurrai al compagno che mi stava davanti

 “Guarda che hai un buco nel maglione proprio sotto l'ascella destra” (era vero!)

 Lui alzò il braccio... Siccome non era il tipo che si fa abitualmente interrogare la prof fu sbalordita

 “TU??? Bene!”

ma io ero piegato dal ridere, Mazzù e Mortara volevano essere interrogati veramente... alla fine l'equivoco fu chiarito e non finì in una rissa ma in una risata. Però mi colpirono alcuni elementi di coincidenza temporale: io di solito non ero in quel banco, veramente aveva il buco nel maglione, lui era “ancora senza voto”...

Una soddisfazione analoga mi è capitata poco tempo fa. Come molti miei follower sapranno, una volta alla settimana vado in un doposcuola parrocchiale, orientato ai ragazzi delle medie con qualche elemento delle superiori. Disposto ad aiutarli in tutto meno disegno e francese (che nonostante ZAZ non lo conosco!) spero sempre di poterli aiutare in matematica o storia. Ma siccome tra gli insegnanti c'è un'anziana signora che fu mia docente (allora giovane docente!) al mio primo anno di università (al suo esame presi 28), ovviamente le do la precedenza se qualcuno vuole essere aiutato in matematica e spesso li aiuto in materie per me meno divertenti.

Ebbene, chiacchierando con la mia ex docente a proposito del Teorema di Pitagora che solitamente si dice In ogni triangolo rettangolo il quadrato costruito sull'ipotenusa è equivalente all'unione dei quadrati costruiti sui cateti , dissi che questa equivalenza non vale solo per i quadrati, vale anche per qualsiasi poligono regolare o circonferenza o “frattale” regolare. Chiaramente per i “problemi scolastici” serve il quadrato, quindi non si va oltre.

Dimostrato Pitagora (in questo momento la dimostrazione non me la ricordo, ma mi ricordo che si usava un teorema di Euclide, ma si può anche usare la trigonometria a2 = b2 + c2 − 2bccosα  poiché nel triangolo rettangolo cosα = 0)

Vediamo quanto dicevo con un poligono regolare, la cui area è semiperimetro * apotema. Potremmo indicare l'apotema con lato * costante K che dipende dal numero dei lati. Allora, considerando sempre a l'ipotenusa e b e c i cateti

raccogliendo a fattor comune 


 

semplificando torniamo alla formula iniziale a2 = b2 + c2 .


Candidamente la prof ha detto “già, non avevo mai fatto caso!”

Che soddisfazione!!!

mercoledì 6 novembre 2024

Voglia di lavorare

 Ho notato che da un po' di tempo su linkedin, ricorre, a volte con la giusta ironia, a volte con protervia ignoranza (ma evito di seguire costoro) la frase

“I giovani non hanno voglia di lavorare”

Come “giovane di lungo corso” mi sento interpellato a dire la mia. Due premesse:

  1. essendo finito, mio malgrado, in quello che allora si chiamava “terziario avanzato” ho lavorato in contesti più flessibili, cioè meno tutelati, di quelli cha avevano molti della mia generazione.

  2. la frase me la sono sentita ripetere tante volte da quelli della vecchia generazione. Questa generazione erano bambini sotto il fascismo. Il fascismo per farne forti combattenti ha creato per loro la O.N.M.I. (opera nazionale maternità e infanzia) la G.I.L. (gioventù italiana del littorio) con conseguenti visite mediche, olio di fegato di merluzzo, bagni elioterapici, educazione fisica, ma al momento di essere utilizzabili per ampliare e direndere l'impero, il regime fascista era (fortunatamente!) finito. Costoro hanno fatto la ricostruzione, cioè catastrofi ecologiche e debiti a nostro carico. (ne scrivo qualcosa qui).


Chi di questi ci rimproverava, aveva lui stesso voglia di lavorare? Se sì, chissà perché allora molte categorie sono andate legalmente in pensione con 19 anni 6 mesi ed un giorno? Altri, illegalmente, si sono fatti dare false pensioni di invalidità. Illegalità allora tollerata. Ma anche nei casi "migliori", bastavano 35 anni di contributi oppure 60 anni di età per i maschi o 55 per le femmine per avere la pensione.

Questi vecchi, e anche certi miei coetanei, avano voglia di lavorare? Sì, ma analizziamola questa voglia. Avevano quelle che Kenneth Wayne Thomas nel suo testo chiama “motivazioni estrinseche”. Più lavoro più opportunità di oggetti che in qualche modo sottolineavano uno status: auto più importanti, vestiti più eleganti (soprattutto per la madama) cartoline spedite da luoghi di vacanze e diapositive di viaggi ecc... Oppure, come spiega Manzoni nei “Promessi Sposi” che io riprendo in questa ri-lettura ad uso manageriale, quando la Monaca di Monza si trova ormai in convento contro la sua volontà

Qualche consolazione le pareva talvolta di trovar nel comandare, […]  nel sentirsi chiamar la signora; ma quali consolazioni!

In questo caso avremo una pianificazione di carriera a tanti micro scalini di piramide, perchè la sensazione di salirla diventasse la motivazione.

Io

  • che non credevo molto nel consumismo
  • che vedevo nello sviluppo del software un lavoro non produttivo se gerarchizzato (questo ben prima dell'agilemanifesto e tutto quello che in questi vent'anni si è detto) e non produttivo se si superavano le otto ore giornaliere da un lato e se queste ore erano troppo interrotte e distratte dall'altro...

 passavo per uno che non aveva voglia di lavorare.

E se invece avessi avuto bisogno di motivazioni intrinseche? (oltre alle giuste tutele?)


mercoledì 16 ottobre 2024

La sindrome di "Gianni"

 

Ho già scritto di un ex-collega in questo intervento. Ovviamente non ho citato il nome e cognome, e non sono sceso in dettagli per descrivere tutte le sue malefatte che la sua ideologia descriveva come azioni utile e positive.

Ora parlo di un altro ex collega usando un nome molto comune per cui non dovrei avere problemi di privacy.

Era collega in quanto dipendente della stessa ditta, ma io, come la maggior parte del personale, ero dedicato allo sviluppo del software, lui si occupava di cablaggi. Un ragazzo che si impegnava molto, ma non sempre dava segni di acume mentale.

Una volta, nel 1988, dovemmo recarci, con altri colleghi, per un paio di settimane presso un cliente alla periferia di Udine.

Eravamo in trasferta a piè di lista con un massimale. Ognuno compilava la propria nota spese, ma alloggiavamo nello stesso albergo ed andavamo a mangiare insieme. 

I nostri pasti erano sempre al di sotto del massimale aziendale, ma mangiavamo bene. Obiettivamente nelle trattorie della zona il rapporto qualità prezzo era valido, forse perché prima della caduta del muro da quelle parti c'erano molte caserme e di conseguenza una gran concorrenza tra le trattorie.

Una sera però decidemmo di alzare il livello del cibo ed andammo fino a San Daniele a mangiare “Al Cantinon”. Un livello un po' superiore del solito. Totale diviso sei, poiché eravamo in sei. Sei ricevute uguali nelle singole voci e nel totale. Ogni conto superava di circa mille lire il massimale.

Se in ditta, vedendo che le altre volte eravamo stati sempre molto sotto avessero “chiuso un occhio” avrebbero fatto bella figura. Se avessero voluto che le quasi mille lire in più fossero state di tasca nostra, nel 1988 mille lire non erano già più un granché (un litro di benzina costa almeno 1300 lire!). Veramente non ricodo cosa sia poi successo.

Invece cosa fece Gianni? Dicendo “non voglio far la brutta figura di fare vedere che non sto nel massimale” Fece due assurdità:

  1. ha bianchettato e corretto il totale della nota spese per renderlo uguale al massimale (e si vedeva bene il bianchetto!)

  2. ha lasciato inalterate le singole voci per cui il conto era sbagliato.

Ora, sentendo certe "narrazioni" piene di autobiografismi, sia sui social, sia nei racconti personali, mi pare che la sindrome di Gianni sia abbastanza diffusa.

Invece di fare “quadrare i conti” in modo ridicolo non sarebbe meglio lasciare che la realtà emerga per quello che è stata?  

Poi se c'è da mettere mille lire, meno di un litro di benzina, metterle!  Oppure sperare che in ditta per una volta lascino correre!!

mercoledì 4 settembre 2024

Esageruma nen, Monsù Brian Tracy!


 

Ho terminato di leggere “Focal Point” di Brian Tracy.

Avevo messo questo e-book sul telefonino da leggere nelle code alla CdC (per visite mediche ma soprattutto prenotare o attendere referti dei genitori) e comunque riempire altri momenti di attesa.

Il periodo tra l'inizio e la fine della lettura è stato quindi piuttosto lungo.

Ci sono alcuni consigli di buon senso.

In certi momenti mi sono pure incavolato, quando spiega che nell'attività lavorativa occorre badare di più al valore che si produce piuttosto che allo sforzo e al tempo che si impiega nell'attività. Ovvio, ma nella mia carriera ho anche avuto un capo come quello citato in questo post, che perdeva tempo lui - chissenefrega, per lui il “sacrificare” 10/12 ore in ufficio era un “merito” - ma faceva perdere tempo a collaboratori e clienti!

Qua e là ci sono frasi carine da estrapolare.

Ma il tutto è farcito da un linguaggio da imbonitore a volte fastidioso e a volte ridicolo.

È vero che è molto importante un certo ordine in quello che si sta facendo, ma non è che scrivendo tutti le cose di tuo interesse/pertinenza e mettendo una X a fianco di quella prioritaria risolvi chissà che!

 Non tiene conto della complessità della vita e in qualche modo insinua sensi di colpevolezza nel non riuscire. Non dico Seneca, ma anche Machiavelli con il suo “virtù e fortuna” erano più realisti.

lunedì 19 giugno 2023

Anche lo Yoga non è più quello di una volta

 

Ho lasciato perdere, con molto dispiacere, un corso di yoga che mi ha veramente deluso.

Avevo iniziato a praticare yoga, se ben ricordo, nel 1979 e allora mia aveva entusiasmato. Poi avevo smesso e ripreso ad intervalli di anni. L'ultimo impatto è stato assolutamente sgradevole.

Innanzitutto lo yoga mi aveva colpito per la sua essenzialità, bastava un piccolo spazio ed essere vestiti comodi: ora ci sono i mattoncini, le cinghie... boh? Andaiamo con ordine.

Avevo iniziato yoga presso l'associazione Italo-indiana. I corsi erano tenuti da indiani. Per me voleva dire scoprire un altro mondo e un altro modo di guardare alla realtà. Un modo fuori dagli schemi meccanicistici dell'occidente. Soprattutto era un modo diverso di guardare a quella macchina inefficiente che era il mio corpo: non sufficientemente alta, non sufficientemente veloce, non sufficientemente forte... con lo yoga il mio corpo non era più una macchina ma è parte di me! Una scoperta fantastica! Già da ragazzino, non so per quale motivo, ero stato visitato dal dott. Marcel Hutter. Non che i genitori mi avessero portato volutamente da lui, forse sostituiva qualcuno o rilasciava qualche certificato, infatti non lo vidi più. Il dottore mi disse di non dar troppo peso a quanto dicono di me i genitori, sulla mia inadeguatezza ai loro schemi, di fregarmene. Fu un' illuminazione, la caduta di un peso! Ma fu solo la pars destruens. Lo yoga mi aveva aiutato ad accettarmi, a ringraziare Dio di avermi creato: così. Tutto sommato belloccio.

Non voluti casi della vita, mi hanno costretto a smettere.  Ho poi ripreso lo Yoga molti anni dopo, ma dopo un po' di anni ho smesso perché l'insegnate era troppo attratto dalle varie correnti new age. Era molto bravo come insegnante di yoga, ma guadagnava di più con corsi di rei-ki e altre ciarlatanerie. Nei primi tempi i suoi momenti di yoga erano veramente belli, ma poi scivolava sempre più in digressioni da “rubrica della psicologa” del settimanale di ricette culinarie.

Nella scuola dove insegnava mia moglie si tenevano corsi di Yoga per insegnanti stressati, ma aperti anche ai famigliari. Mi aggregai. Ebbi un'impressione buona, ma il covid pose fine al breve periodo.

Recentemente nuovo corso da un'altra parte e grande delusione. Yoga dei mattoncini. Yoga performante. Ma quello che maggiormente mi lascia perplesso nel nuovo yoga è che mira all'esatto contrario:

Che io sappia Yoga ha la stessa etimologia sanscrita dell'italiano (l'attuale latino) “giogo” cioè unione. Invece nell'ultimo corso veniva proposto di rimanere concentrati su proprio respiro di non pensare a cosa dovrò fare dopo ecc... cioè “staccarmi”. Invece anche i miei pensieri, le mie preoccupazioni, la mia rabbia e la mia contentezza il mio affetto sono tutto parte di me. Non voglio perdere nulla, ma come nel primo yoga, quello degli indiani, valorizzare tutto. E poi perchè staccare? Così l'io-macchina recupererà energie per migliori performance: Blah!

 

 

 

 

giovedì 27 aprile 2023

Mix tra Neil Young, Gipo Farassino e Zygmunt Bauman

Qui ho fatto una marmellata!

Ho notato che il titolo "Long may you run" , titolo di una vecchia canzone di Neil Young, ha quasi la stessa metrica di "Cor nen, va pian" titolo di una vecchia canzone di Gipo Farassino. Ho semplificato leggermente la musica di Neil Youg facendola diventare una specie di polka, ho piemontesizzato il testo.

Bisogna immaginarsi negli anni 80, quando non esistevano i GPS, c'erano i mangianastri, e il progresso degli anni del benessere mostrava le prime crepe.Quelle poche righe di Zygmunt Bauman spiegano il concetto.

 Peccato l'esecuzione non sia un grnachè, quando avrò tempo la rifaccio.


Testo in piemontese
(grafia incerta)

Dop 'd la cerimonia as và a fè disnè
ma l'agriturismo ën doua a l'è ? 
"Mi sai la strà: steme da press"
"Cor nen va pian"

Cor nen va pian,  cor nen va pian
 che coj darera a 's perdo
e se ti 't voesto andè pì lontan
cor nen va pian
 
Fè torna ste straiole tra le vigne e i prà
na vòlta ën bici e adess ën setà
Dal mangianastri a jè Gipo a cantè
cor nen va pian

Cor nen va pian (...)

 

Sempre pì 'n pressa sempre pì strac
t' a smia d'esse mai bogià
se ët vade fort 't ancòrse nen
se sbaglie strà

Cor nen va pian (...)

Cor nen va pian,  cor nen va pian
 che coj darera a 's perdo
adess che la pressa a l'è pess che la fam
cor nen va pian

 Traduzione Italiana

Dopo la  cerimonia si va a far pranzo
ma l'agriturismo dov'è
"Io so la strada, statemi dietro"
"Non  correre, va piano"
 
Non correre, va piano; non correre, va piano
che quelli dietro si perdono
e se vuoi andare più lontano
non correre, va piano

Far di nuovo quelle stradicciole tra le vigne e i prati
una volta in bici e adesso seduto 
da mangianastri che c'è Gipo che canta
"Cor nen va pian"

Non correre, va piano; non correre, va piano (ecc..)

Sempre più in fretta, sempre più stanco
e ti sembra di non esserti mai mosso
se vai forte non ti accorgi
se sbagli strada

Non correre, va piano; non correre, va piano (ecc..)
 
Non correre, va piano; non correre, va piano
che quelli dietro si perdono
adesso che la fretta è peggio della fame
non correre, va piano
 
 

lunedì 3 gennaio 2022

Facendo pulizia... ho ritrovato

 Facendo pulizia tra le vecchie mail ho trovato un testo che avevo inviato ad un giornalista che allora collaborava con Mario Calabresi affinchè glielo facesse gentilmente pervenire. Di Calabresi avevo sentito un intervento ad una conferenza che in quel momento mi aveva profondamente offeso. roppNon sto a dettagliare il contesto. La conferenza risale al dicembre 2011 quando la ditta per cui lavoravo (Teoresi) aveva deciso di licenziarmi perchè "troppo vecchio". Quando invia quella letter a avevo trovato un'altra occupazione, non molto remunerativa, ma molto più innovativa di quello che faceva Teoresi. Non sto ad aggiungere spiegazioni, ma copio tale e quale con una piccola variazione ad una frase 

Egregio Direttore,

La sera dell'incontro sulla crisi io ero particolarmente teso perché nel pomeriggio avevo la certezza che da lì a pochi giorni, nonostante l'articolo 18, sarei stato licenziato. Per una certa igiene mentale non volevo rinvangare il passato, macerandomi sulle responsabilità altrui nelle mie attuali difficoltà, ma cercavo di guardare il futuro.

Invece il suo intervento quasi mi ha costretto a rinvangare passato e colpe altrui. Il suo giudizio è che non abbiamo conosciuto la fame. La mia storia è in senso completamente contrario.

Era il 1975, ero un ragazzo impacciato ma abbastanza sveglio e pieno di idee. Era l'anno dell'esame di maturità. Per il futuro ero attratto da psicologia, (il funzionamento della mente umana!), ma anche da giurisprudenza, affascinato dall'idea di fare rispettare la legge in quel periodo particolarmente duro.

I miei genitori si opposero durissimamente. Secondo loro dovevo dedicarmi all'informatica, così avrei trovato facilmente lavoro. Io obiettavo che sarei stato disposto ad una vita anche sobria pur di fare delle cose che mi avessero interessato “Tu non hai provato la fame!” era il loro refrain.

Così per evitare una fantomatica fame che avrei affrontato volentieri per realizzare il mio “sogno”, dovetti per forza studiare informatica. Purtroppo ce la feci, a causa anche dei docenti. Erano personaggi abbastanza, oggi diremmo “destrutturati”: geni strampalati di cui era bello vedere la passione per quello che spiegavano ed in oltre avevano un look West-Coast che li rendevano ben lontani dalla seriosità accademica o peggio, degli ingegneri! (almeno la maggior parte di loro).

Taglio alcuni particolari, ma quando Lei parlava della gioia del taxista pakistano per la laurea della figlia io pensavo alla gioia dei miei genitori per la mia laurea (il primo laureato della stirpe!) ma pensavo che quella ragazza avesse la tristezza che avevo io quel giorno, pensando a tutte le altre attività più interessanti nella vita possibili a cui si era dovuto rinunciare per quella laurea.

L’impatto con il lavoro fu duro, ma mi permise di stare un po' di tempo negli USA (lontano da casa!) e in URSS (professionalmente ne avrei fatto a meno, ma ho da un punto di vista “culturale” è stato molto interessante).

Ma dal 1994 in poi il settore soprattutto qui in Piemonte è in grave perenne crisi, (taglio l'analisi) così per evitare una ipotetica fame, mi trovo “nelle ristrettezze” e senza aver potuto perseguire i miei sogni.

Quindi il mio primo punto è: bisogna saper non temere troppo la fame, e sopratutto rischiare quando si è ancora giovani.

Secondo, per valutare lo sbaglio dei miei genitori: la logica lineare funziona solo nel breve. Se tiro un elastico e si allunga di 5 cm. Se raddoppio la forza verifico che si allunga di 10cm. Ma se la moltiplico per 1000 non si allunga di 5000cm, ma si spezza. Non possiamo ragionare sempre per induzione dall'esperienza, o meglio l'esperienza va costruita tenendo conto di tutte le cause di un fenomeno. Quello che va bene oggi, non è detto che lo sarà domani.

Ma oggi (che un piccolo lavoro comunque l'ho trovato) qual è il mio “sogno”? Ritorno ad un altro punto controverso del suo intervento: la ragazza ligure-nord'africana [una ragazza studiosissima premiata per il suo profitto]. A quella ragazza avrei chiesto: chi sono i tuoi amici? Perché è vero, se una persona è sensibile, più matura della media della sua età, può anche trovarsi a disagio con dei truzzi, ma deve assolutamente saper interagire anche con loro, magari scoprendo che qualcuno proprio tanto “truzzo” non lo è, se non sotto una scorza apparente.

Un istituto internazionale (Standish Group) monitorizza lo stato dei progetti software e da anni solo il 35% circa vanno a buon fine. Raramente la causa è dovuta ad incompetenza tecnica, più spesso è dovuta a motivi relazionali: specifiche di progetto mal formulate, “il cliente cambia idea”, attriti tra clienti e fornitori....

Inoltre la cose che mi ha sempre fatto più soffrire in questi anni di lavoro è l'esistenza del management. Vale a dire: nel cantiere edile il manovale svolge un lavoro tutto sommato semplice, il muratore più complicato, il capomastro deve avere più esperienza e poi il geometra, fino all'architetto. Nell'informatica no: il lavoro anche più a contatto con la “materia” richiede competenze alte, e la gerarchia non ha senso, il livello culturale è alto in tutte le funzioni; sebbene molte aziende informatiche abbiano implementato un modello ad albero dove ai vertici si accede per motivi di look anni 80, amicizie... raramente per competenza. Ma soprattutto le competenze sono “a rapida dissoluzione”, ed è necessario il team per compensare “l'inevitabile ignoranza”.

Nel settore informatico estero questi temi sono sentiti, nel 2001 alcuni “guru” dell'organizzazione si sono riuniti ed hanno elaborato l' “agilemanifesto”a cui si rifanno varie metodologie di lavoro.

Ritorno dunque a quello che è da un lato il mio sogno e da un altro un approccio (non l'unico per carità, non esiste la panacea !) che permetterebbe all'Italia di affrontare meglio la situazione difficile: imparare a lavorare insieme.

Chissà perché in Italia ci sono ottime piccole aziende, artigiani geniali, ma non ci sono più grandi aziende dagli anni 70 (quando il modello piramidale funzionava ancora)? Una delle cause è l'incapacità di collaborare insieme. Ora mi piacerebbe molto diffondere queste metodologie agili, nate nello sviluppo dell'informatica, soprattutto al di fuori del mondo del software. Non ho la giovane età per “rischiare” ma tengo gli occhi bene aperti.

Distinti Saluti

domenica 25 aprile 2021

Chi è il più [...censura..] ? CRO

 

Questa volta cito il personaggio riferendomi precisamente a lui, indicandolo esplicitamente secondo i suoi desiderata. Questo personaggio, oltre ad entrare nella pletora di coloro che avrebbero potuti essere interpretati da Franco Volpi, aveva (vedremo poi perchè “aveva”) diversi altri difetti in qualche modo correlati.

Mentre sui vari libri e siti in cui si imparano tecniche di project management, di programmazione, di marketing... gli esempi mettono personaggi che si chiamano Sarah, Joe (immancabili) e poi Dave, Jane, Jenny, Jerry, Tim, Tom e simili nomignoli, costui per rendere l'azienda “più seria” aveva inventato una siglatura, sua e dei colleghi, da mettere nei verbali di riunioni, firme nelle mail, gantt e via discorrendo. A lui era venuto CRO.

Ecco il primo difetto: il sogno dell'azienda come struttura burocratica perfetta, come un'orologio a cui basta dare un colpo di carica e poi tutti procedere senza intoppi – gli intoppi per chi lavorava li creava lui. Procedere non solo con “tutto sotto controllo”, ma anche con delle linee ben dettagliatamente definite sui passi successivi, in modo che l'attività realizzativa diventi quasi un dettaglio di secondaria importanza.

Probabilmente non aveva mai sentito l'acronimo VUCA e se anche l'avesse sentito non si rendeva conto che quello era il mondo in cui viveva un'azienda di sotftware.

Un altro difetto era il senso del sacrificio. Il valore di quello che si fa, per lui non era dato dalla soddisfazione del cliente, ma dalla percezione che aveva del proprio prodotto. Un elemento basilare di questa percezione era “la fatica costata a farlo”. Vero che per soddisfare il cliente ci va impegno, ma un impegno diverso e tutto sommato più creativo, quindi spesso pagante. Invece concentrando su di se il valore dell'impegno, discendava un ulteriore difetto: lo spreco della risorsa tempo: più tempo ci mettevi, se stavi a sera fino a tarda sera, al sabato e domenica, magari per fare quello che nel mondo Lean è chiamato MUDA, più eri meritevole. Lo spreco del tempo, non solo suo, ma anche quello altrui era anche una forma di mancanza di rispetto: per colleghi innanzi tutto, ma anche clienti e partner a cui faceva perdere tempo e si rendeva antipatico.

Cosa divertente. La fase di testing invece lui la vedeva in modo diametralmente opposto. Mentre i test (ovviamente tracciati) dovrebbero servire innanzitutto agli sviluppatori per sapere “come stiamo andando” per non accumulare problemi e così via, per lui la tracciabilità dei test doveva essere un modo per pararsi le spalle con in clienti “Noi i test li abbiamo fatti, da noi funziona, che cavolo state a dire?”

Altro difetto correlato: la determinazione. Secondo lui, se una cosa non da i risultati sperati, non è perchè hai sbagliato metodo, ma perchè non hai applicato il metodo con abbastanza determinazione! Per carità di patria non scendo in dattagli

Altro particolare: è vero, siamo a Torino, ma nei primi anni 2000, cioè quando l'azienda fordista stava esalando gli ultimi respiri e mentre gli informatici in altre parti del mondo scrivevano l'Agile Manifesto, CRO voleva “rendere più professionale” il lavoro degli informatici assimilandolo alla vecchia morente.

A sua discolpa. La colpa è sempre della società: invece di dargli tanta corda, avrebbero dovuto imporgli una cura di “Agile”. Ma 1) assomigliava a Franco Volpi e quindi era ascoltato 2) i vertici aziendali non avevano una cultura adeguata, al punto che quando io tentai una presentazione di Agile mi fu detto che un approccio simile può essere usato nel volontariato, non in azienda (la mia slide successiva faceva vedere i loghi delle piccole multinazionaline che avevano adottato Agile 😂)

A sua discolpa. Venivo da una decennale esperienza in R&D e lavorare con il personaggio fu da incubo. Nelle notti insonni, cercai su internet come si deve procedere per evitare da un lato il Cowboy-conding e da un altro un eccesso di burocrazia. Scoprii un mondo, proprio per “difendermi” da lui. Peccato che questa scoperta nel 2011 non interessasse a nessuno.

PS: perchè ho detto aveva? Perchè penso sia in pensione e come molti personaggi aziendali, abbia avuto come sogno profondo quello di comprarsi un orticello e zapparselo. Immagino e gli auguro di stare nel suo appezzamento e godere il sacrificio di spezzarsi la schiena .

giovedì 1 dicembre 2016

Renzi Sbaglia/Accozzaglia e oltre (dopo la vittoria del SI)

Renzi ha definito i sostenitori del NO "accozzaglia". Infatti il NO prende consensi tra destra sinistra e centro, il SI (che comunque vincerà!) solo tra centristi e sinistra post-blairiana. Ma Renzi sbaglia perchè anche il CLN prendeva consensi tra sinistra rivoluzionaria, PCI pragmatista, socialisti e socialdemocratici, cattolici democratici, liberali, laici centristi e militari culuralmente di destra (vedi Franco Balbis, che precedentemente era stato decorato da Rommel) Una gaffe enorme, che nessuno ha fatto notare, vuoi per piaggeria verso il prossimo capo supremo (ovviamente passacarte di big della finanza, ma per i giornalisti dell'italglietta capo supremo), vuoi perchè tanto la storia si dimentica, quello che conta è l'innovazione.

Ma a partire dall'accozzaglia vorrei andare oltre. Sarebbe stato positivo che personaggi come Raniero La Valle, Robi Ronza, tanto per citarne due che scrivono le cose più sensate, o comunque quelli che si trovano sulla stessa sponda da posizioni diverse, si "parlino". Ovviamente  includere poi nel dialogo anche quelli che per  ragioni di ricerca del potere a breve, hanno preferito stare con il SI, pur avendo alle spalle una storia di esperienze positive.

Sempre sull'oltre occorre affrontare un problema: vincerà sicuramente il SI per i motivi che vedremo dopo.  Come allora creare spazi di democrazia vera, reale concreta sussidiare in un contesto sempre più invasivo? Come creare percorsi di pace, quando la modifica all'art. 117 di fatto contraddice anche l'articolo 11 e quindi potrà entrare in guerra contro chi ce lo chiedono i big della finanza? ed altri problemi simili.

Perchè vincerà  il SI ? Perchè le multinazionali lo vogliono. Uber non può permettersi una nazione con i taxi così regolamentati (comunque non ho nulla a favore dei tassisti italiani che sono una bella casta, ma sarebbe meglio risolvere il problema da noi!) Starbucks non può permettere che uno entri in un locale e  Pino (Nino, Gino, Rino....o Pina Nina Gina Tina...) ti saluti chimandoti per nome e aggiungendo magari qualche titilo accademico o quello nobiliare di tuo bisnonno, e ti chieda se vuoi "il solito" e tu dica "sì, va bene grazie!" No, la "experinece" di "customer satisfaction" deve essere unica in tutti i locali della catena del mondo e definita da un ristretto team di MBA con esperineze internazionali.... Insomma chi vuole essere dio, non può sopportare il fatto di non avere tutto sotto controllo.....

per approfondire

domenica 15 giugno 2014

"E' colpa della società"

Che bella frase! A pensarci bene è la frase che ha salvato molti e molte della mia generazione dall'anoressia, depressioni, uso di sostanze stupefacenti etc...

Mi ha colpito moltissimo questo video . E' vero che, come dice l'autore "non è andata bene" perchè nel tentativo di cambiare la società colpevole,  non siamo proprio riusciti nel nostro intento, ci sono state utopie violente e distruttive.... ma c'è anche stato l'impegno positivo di molti di noi.
Oggi invece si propongono ai giovani un sacco di opportunità. Studia all'estero, scuole aperte 25 ore al giorno, sport, lingue, internet, educazione alla legalità, emencipazione sessuale, 3D, insomma sei in una società perfetta. Se non ce la fai o hai comunque un'inquetudine esistenziale è colpa tua. Quindi punisciti.

Ieri c'è stata la Colletta Alimentare straordinaria . Ho partecipato andando in un supermercato appena fuori Torino e ho passato circa tre ore a dividere gli alimenti in varie scatole (legumi qui, pasta là....) e quando erano piene pesarle, etichettarle, chiuderle, registrarle e metterle sulla pedana.
Non vorrei mai che don Giussani si rivoltasse nella tomba per quello che sto per dire. E' chiaro che sono andato per un gesto di adesione alla Chiesa, per l'educazione alla carità che ho ricevuto in tutti questi anni. Ma penso che per dedicare il poco tempo libero a queste iniziative,  abbia un peso anche il "back ground" culturale che mi rende sempre consapevole che la società non è perfetta e che occorre impegnarsi per cambiarla, e nessun cambiamento la renderà perfetta, altrimenti poveretti quelli che ci vivranno!

venerdì 6 giugno 2014

Contro la moda di "seguire il sogno"

 Ho letto questo bellissimo articolo, che condivido pienamente.

http://www.psychologytoday.com/blog/do-the-right-thing/201406/are-graduates-getting-the-wrong-message-commencement

Seguire il sogno, come già detto nel post precedente, è molto pericoloso. Quest'articolo aggiunge l'eccesso di individualismo che non porta certo alla felicità.

L'unico punto debole dell'articolo è che per aiutare gli altri occorre essere molto "poveri". Vale a dire non farsi il progetto di "quello che dovrebbe essere il bene degli altri" . Non facciamo la Donna Prassede dei "Promessi Sposi". Per il resto l'articolo è OK!

domenica 25 maggio 2014

Sogni o progetti agili?

Da un po' di tempo a questa parte va di moda dire ai giovani "Seguite i vostri sogni".
Il clima culturale in cui questa metafora di diffonde ha un alone di positivo. Steve Jobs, Matteo Renzi, Mario Calabresi... insomma sembra una perla di saggezza.
Non dovrebbe spettare a me criticarla, poichè quelli che erano i miei sogni non li ho potuti seguire, anzi a volte ho attimi di depressione in cui penso che la mia vita sia sprecata a realizzare i sogni degli altri.
Eppure secondo me quest'invito ha dentro di se alcuni pericoli molto gravi.
Un primo rischio è che il sogno idealizza. La realtà delude. Questo non è solo vero in casi particolari, ma potrebbe essere un assioma. Innanzitutto pechè il desiderio umano è incolmabile, quindi qualsiasi obiettivo raggiunto non può bastare. Ma soprattutto la realtà è molto più complessa di quello che immaginiamo, quindi il "sogno" sarà comunque irrealizzabile.
Un secondo rischio è quello, sempre dovuto all'impatto con la realtà: è ben diverso quello che mi piace fare da quello che so fare in modo proficuo. E' interessante la storia del regista Pupi Avati. Era appassionato di musica, ma quando conobbe Lucio Dalla  capì che lui non sarebbe stato in grado di ottenere i risultati dell'amico. Mi pare che Pupi Avati abbia realizzato ottime cose facendo altro, invece se avesse seguito il "sogno" avrebbe fatto il musicante per sagre e matrimoni.
Allora cosa seguire? Direi i "proprii principi" o "valori" ma queste parole potrebbero essere ambigue. Mi piace usare il termine che usa don Giussani in vari contesti "le esigenze elementari" (esigenza di felicità, di verità, di giustizia, ...) e poi buttare la fedeltà a questi punti salienti, nel confronto con tutte le mutevoli situazioni della realtà.
Esempio cretino ma spero significativo. Per la mia esigenza di giustizia posso aderire ad un organizzazione sindacale. (progetto) Dopo le necessarie itarazioni verifico se quanto faccio nell'organizzazione risponde ancora alla mia esigenza di giustizia (progetto agile). Con l'attenzione che la realtà muta : gli item del project backlog mutano sempre di priorità ed altri item possono essere inserito: per esempio certe categori di lavoratori che erano considerate deboli 20 anni fa, oggi potrebbero  essere viste come categorie privilegiate.

lunedì 2 settembre 2013

Curriculum vitae ovvero di chi è la colpa?

Per me una delle cose più deprimenti è scrivere il mio CV. Deprimenti perchè penso a quanta fatica sprecata, o meglio, a quanto si sarebbe potuto fare di positivo se non fosse stato per colpa di **** che etc...
E siccome nella vita di **** ne ho incrociati parecchi, la scrittura del CV evoca in me istinti omicidi, rancori che nella migliore delle ipotesi fiinicono di augurare ai vari **** "che tutt lon che 't l'has vadgnà 'd tròpp, 't lo spenda tutt 'n mensin-e!" Ma non mi piaccio esteticamente quanto ragiono così, per questo scrivere il CV è una cosa molto deprimente.
A rincuorarmi ho trovato questo bellissimo post . Tra le altre cose, si rifà alla regola del 95/5 di Deming secondo la quale "ciò che un lavoratore fa" dipende per il 95% dall'organizzazione in cui si trova, per il 5% dalle capacità del lavoratore. Quindi il CV non dice molto sulla persona che si vuole assumere, ma molto sull'organizzazione a cui apparteneva prima di una eventuale assunzione.
Quindi in effetti, quando sono depresso per aver prodotto poco (secondo in miei parametri) veramente posso dire che la colpa non è mia, ma "E' colpa della Società".

Qui si apre un dibattito: "la colpa della società" venne fuori, per dirla in modo semplicistico ma chiaro, nel '68. Occorreva cambiare "le strutture" per avere una società con rapporti più giusti etc... Altre posizioni culturali, (esempio Steven Covey nelle sue "7 regole" nel capitolo sulla "proattività") sottolineano la responsabilità personale in ogni contesto. Anzi, certi  biechi reazionari fanno del sarcasmo indebito sulla frase "Colpa della società".

Chi ha ragione? C'è del vero in ogni posizione, ma dipende dal contesto. Nel contesto aziendale sono favorevole alla regola di Deming: chiarifica molto questo altro bellissimo post

Interessante neh?

sabato 11 maggio 2013

Success Intelligence

La mia ultima lettura è stata Success intelligence – Robert Holden.

Breve premessa. L'autore parte dall'esperienza personale: figlio di un uomo d'affari con una carriera ricca di successi che ad un certo punto della sua vita si lascia andare nel bere e finisce in un modo molto triste. Colpito dal suo dramma familiare, l'autore decide di dedicarsi allo studio del comportamento umano per aiutare le persone ad affrontare la realtà, anche le persone “di successo” dalle quali spesso emergono fragilità apparentemente insospettate.
Sul libro do un giudizio sostanzialmente positivo anche se comincio da quello che non mi è piaciuto. Molto spesso l'autore fa ricorso alla parola “God”. Questo non mi è piaciuto; parafrasando Laplace, avrei preferito non ci fosse stato bisogno di questa ipotesi. Non per agnosticismo, ma perché ho apprezzato moltissimo la metafora di Papa Francesco sul “Dio spray”, e “quel” Dio mi sembrava proprio un “Dio spray”.
Il libro vuole dare un approccio in qualche modo “strutturato”, ma il bello consiste proprio in citazioni, aneddoti, casi vissuti e ragionamenti pieni di buon senso, piacevoli anche se letti fuori dal contesto.
Quello che mi stupisce è che molte di queste cose sensate sono in totale controtendenza con il sentire comune. Se le avessi affermate io, o almeno quando le ho affermate, mi sono sempre sentito dare del cretino.
Citando qua è là l'autore spiega quanto sia pericolosa l'equazione "sacrificio,impegno,fatica->successo"  poichè se il successo arriva, molti pensano di non aver faticato abbastanza e che debba esserci da qualche parte un "pegno" da pagare. Se il successo non arriva, arriva poi un gran risentimento... ma prova a dire in giro, se non ti chiami Robert Holden PhD, che questa correlazione, seppur esistente, non è così stretta come appare...
Oppure, cosa sensatissima ma poco frequente, quanta fatica si spreca (scuola o le aziende che vogliono essere "furbe" e fanno i performance appraisal) per migliorare i punti di debolezza. Non che non si debba fare, ma non sarebbe meglio scoprire i punti di forza e valorizzarli?
Potrei andare avanti così ma, proprio perchè il bello del libro sono le "citazioni sensate" piuttosto che uno studio organico, finirei per copiarlo tutto.
Nel complesso mi ricorda molto le 7 regole di Covey, con qualche cosa in meno.

lunedì 29 ottobre 2012

Decrescita felice o crescita delle motivazioni intrinseche?

Cerco di fare una sintesi di due miei post precedenti.
Parto con la citazione di un personaggio che non ho messo nel mio pantheon, perchè è ancora vivo e non lo conosco bene, ma per molte cose mi sento in sintonia, soprattutto estetica, con lui: Josè Alberto Mujica, presidente dell'Uruguay. Costui oltre essere bruttino di natura, ha uno stile di vita molto dimesso, non certo da capo di stato. E' considerato il presidente più povero del mondo, ma lui dice:

Yo no soy pobre, pobres son los que creen que yo soy pobre.Tengo pocas cosas, es cierto, las mínimas, pero sólo para poder ser rico. Quiero tener tiempo para dedicarlo a las cosas que me motivan.

Quindi un esempio di “baratto” ben riuscito, nell'ottica di quanto sostenevo in quest'altro intervento.

Un piccolo problema teologico. Nel Vangelo (Matteo 19, 24) Gesù dice “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”. La cosa sconvolgente è che i discepoli, che notoriamente non erano dei nababbi, ma gente che viveva del proprio lavoro, rimangono “costernati e dicono «Chi si potrà dunque salvare?». E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile». -
Siccome non credo al “vangelo” come un testo sacro o escatologico, ma Cristo è capace di provocare la realta quotidiana, mi colpisce questo “spaventarsi” dei discepoli: avevano forse in mente la “ricchezza motivazionale”? Quindi  anche la ricchezza motivazionale potrebbe essere di ostacolo ad una piena realizzazione di sé (metafora un po' più laica ma coincidente con “regno dei cieli”). ? 

Per intanto ritengo un buon passo avanti se si passasse dalla crescita consumista dovuta ad un lavoro alienato che trova solo motivazioni estrinseche (consumo) ad un lavoro che da motivazioni intrinseche e non necessita il consumismo come motivazione.
Questo episodio del Vangelo ricorda che neppure questo passaggio basta... ci vuole ancora un salto in più. Allora “adelante, Don Pepe!”


domenica 13 novembre 2011

L'Italia non crescerà, lo dice il pesce surgelato

Non amo la PNL, anzi ritengo che sia abbastanza pericolosa per chi la usa. Utilizzando certe tecniche per concentrarsi sul raggiungimento del risultato, è abbastanza facile perdere il "polso" del contesto e di conseguenza il "valore" del risultato che si vuole raggiungere. (vedi film Cars).

Con tutto ciò, è praticamente poco probabile raggiungere un risultato se dentro di se non si è convinti di raggiungerlo. Questo gli allenatori di calcio lo sanno benissimo.

Allora domandiamoci: "Il popolo italiano, dentro di se, vuole la crescita? Cioè, vuole quella crescita del PIL come avevamo negli anni '50 e che ora hanno i paesi BRIC? "

Per ora tralascio di esplicitare quello che è il mio pensiero. Noto che le persone che mi circondano,  non hanno come primo desiderio quello di avere più cibo o più "roba", ma quello di "essere meno stressati", di non dover fare tutto di corsa... La fretta è il nuovo nome della fame.

Obiezione: la mia conoscenza della situazione è parziale: va bene. Chi c'è l'ha più precisa? Sicuramente i pubblicitari. Allora confronterei le pubblicità che vedevo quando ero ragazzo e quelle più o meno attuali.

Quando ero ragazzo le pubblicità vertevano sull'abbondanza, sull'accessibilità del prodotto, sulle meraviglie portate dal progresso mediante la tecnica. Oggi invece o sono di tipo puramente compulsivo (anche auto e telefonia non puntano sul "progresso tecnologico") oppure su un immagine di vita più tranquilla (il mulino bianco è un esempio tipico)

Ecco un esempio che risale ormai a qualche anno fa. Quando ero ragazzo la pubblicità del pesce surgelato sottolineava la quantità del pesce che si vedeva pescato da un peschereccio e la "moderna tecnica di consevazione." Se non vado errato circa dieci anni fa invece la stessa ditta di pesce surgelato faceva vedere una coppia innamoratissima (bisogno di relazioni) in un posto isolato ma suggestivo (bisogno di tranqullità) che mangiava appunto il pesce surgelato.

Non amo Serge Latouche (anche se le sue provocazioni vanno prese seriamente). Occorre la crescita. Ma bisogna intendersi su che crescita. "Che ci serve?" O un consumismo compulsivo, o pensare una crescita non consumistica.

Chiarito questo, allora si potrà ritornare a crescere.

domenica 12 giugno 2011

Chi sono i tuoi Stakeholder ?

Cosa che non credevo di dover mai fare in vita mia: mi sono preso tre giorni di ferie per partecipare, pagando di tasca mia  -anche questo pensavo di non doverlo mai fare - ad un corso di project management. Il corso era propedeutico all'esame per la certificazione ISIPM. Più  o meno erano cose note, inoltre l'esame è saltato perchè l'esaminatore era impegnato ai seggi per il referendum. Però avevo proprio bisogno di fare qualcosa di interessante e gratificante....
Il corso approfondiva i temi elencati nel manuale di base dell'ISIPM. Mi è venuta voglia di approfondire e ove necessario correggere, o meglio precisare, quanto detto in miei post precedenti. In particolare Project management esistenziale  e correlati.
Il problema che ponevo è: visto che la nostra vita si può considerare un progetto (complessità, unicità, durata determinata) come possiamo individuare dei criteri di successo?
Secondo ISIPM, la decisione dei criteri di successo è dello sponsor del progetto.
Avrei quindi potuto intitolare il post : Chi è il tuo sponsor? ma temo che il discorso sarebbe diventato complesso (lascio al lettore il piacere di continuare questo tema).
Da una delle domande della simulazione d'esame, si evince che uno dei fattori per il successo è la soddisfazione degli stakeholder. Ma gli stakeholder, tra cui evidentemente lo sponsor del progetto è il principale, non sono tutti uguali. Hanno diversi bisogni, a volte contrastanti fra loro. Quindi:
  • Occorre individuare tutti gli stakeholder.
  • Capire le loro aspettative, anche inespresse.
  • Definire una priorità tra gli stakeholder
....e qui, per quanto riguarda il nesso tra la vita ed il progetto ci sarebbe già da meditare.
Chi sono gli stakeholder della tua vita? Cosa vogliono da te? Chi tra essi è prioritario?

domenica 22 maggio 2011

Viagra? No grazie, Testamento.

Invecchio, io. Me ne rendo conto: lascio che la parte consapevole di me sia avvertita dall'inconscio. L'inconscio ascolta il corpo, il suo modificarsi; l'inconscio ascolta ascolta la psiche, il suo evolvere.  Io ascolto l'inconscio: me ne rendo conto: invecchio.
In questi giorni sono venuti alla ribalta due "potenti", rispettivamente un francese ed un italiano, protagonisti di avventure sessuali "chiacchierate". Entrambi sono anagraficamente  più vecchi di me (l'italiano anatomicamente potrebbe essere mio padre, nel senso che quando nacqui aveva già superato l'eta in cui un ragazzo si sviluppa) .
Evidentemente essi hanno messo un filtro al loro inconscio. Non  parlo del francese, non conosco abbastanza bene il suo mondo. Ma so benissimo come funziona il mondo dell'italico satiro. E' un uomo di marketing. Esistono tecniche di marketing che si ispirano alla PNL e fin lì andrebbe bene (per modo di dire). Vi sono poi del "furbi" che usano la PNL per raggiungere i "loro obiettivi". In questo modo, per vincere le loro inibizioni, esitazioni, per accorgersi di fare dei passi giusti sul percorso che si sono definiti, usano tecniche PNL per "ingannare la loro mente". Il modo migliore per non "sentire".
Immagino che il satiro italico, si auto-illuda che le donne che lo circondano siano attratte dal suo fascino e dalle sue galanterie, non dalle opportunità economiche e professionali che lui offre. (Così come manager si illudono di andare sulla strada giusta e se i risultati non ci sono, usano l'alibi della "crisi")

Su quel tema, come suol dirsi "ho ceduto le armi". Non che non sia più sensibile al fascino femminile, anzi, sono sensibile solo al fascino femminile. Non faccio più molto caso alle forme fisiche, ma allo stile, ai gesti, al modo di parlare, addirittura al lessico.
Quand'ero giovane e scapolo, rimanevo colpito dalla bellezza di Gong Li, Witney Huston, Ewa Froeling (la madre di Fanny e Alexander)...
Si vede che il mio inconscio voleva spargere il mio codice genetico in tutte le razze umane, anche se poi ho sposato una piemontese di cui sia ha testimonianza di avi in Piemonte fin nel medioevo!
Ora, ma mia moglie non ha motivo di ingelosirsi, mi affascinano di più Marina Corradi ed Elena Loewenthal (tanto per dire il fascino del lessico!).
Il mio inconscio sa che non devo ormai più fare figli. Sa che devo trovarmi eredi. Ma, come dico nella mia versione in piemontese di "teach your children well", essendo senza terreni la mia eredità è il mio "lavoro-pensiero".  La offro sicuramente a mio figlio e sono grato della compagnia di mia moglie per realizzare questa offerta, per trasformare il figlio in erede. (e collaboro con lei per rendere eredità anche il suo "lavoro-pensiero". )
Ma essendo il pensiero un bene non numerabile, non impacchettabile, sento che la mia eredità può essere "sparsa ed accolta" senza limiti. Occore, oltre averla, imparare a raccontare (offrire) in modo affascinante.

Perchè ho scritto questo testo? Boh forse perchè spero di aumentare il numero dei visitatori grazie a una parola del titolo.....

domenica 13 febbraio 2011

Varie ed eventuali

Sono stato un po' lontano dal blog e riassumo velocemente alcuni punti degli eventi di questi giorni (con qualche nesso con il tema che vorrei emergesse dal blog).
Management 3.0
Mi è arrivato il libro Management 3.0 di J.Appelo (che ringrazio ancora) e mi accingo a leggere.
Decimo anniversario dell'Agile Manifesto.
Sono già passati 10 anni, ed in Italia continua ad essere una novità o una stranezza per hobbisti, senza impatto sulle grandi aziende. Povera Italia!
Anniversario delle morte di Eluana.
Che c'entra con questo blog? C'entra con il post Project management esistenziale. Un incidente così grave, secondo la definizione  classica, porterebbe a considerare il "progetto esistenza" = fallito . Ma secondo una definizione più "complessa"? Per quanto riguarda "la soddifazione personale e l'eccellenza tecnica" è un mistero che conosce solo lei e su cui nessuno può dire nulla. Ma per quanto riguarda il beneficio che apporta all'organizzazione, (il ROI) questo episodio ha messo a dura prova, anzi ha fatto affrontare la massima prova, che una qualsiasi organizzazione può affrontare "La capacità di accogliere ed integrare il diverso" e l'ha fatto nel modo più duro che si possa immaginare. Siccome secondo me l'integrazione del diverso è la chiave di sopravvivenza di una civiltà,  tornerò su questo tema. Da questo test, la vicenda di Eluana , la società italiana, non mi pare uscita bene.
Berlusconi.
A parte le varie considerazioni che vorrei fare (Ha ragione Violante!) ce n'è una correlata con questo blog. Possibile che un uomo potente, ricco etc... si diverta peggio che un marinaio sbarcato in un porto dopo mesi di navigazione? Forse conviene ridefinire il concetto di successo.
Egitto e Tunisia.
Mi sento fraternamente legato al popolo tunisino ed egiziano in questi loro giorni pieni di difficoltà speranze e paure. Ero stato per lavoro in Tunisia nel 1996 e ne avevo avuto un impressione ottima. La gente, soprattutto i giovani e i cittadini, parlano normalmente francese e arabo, in più molti imparavano l'inglese e l'italiano. Gente sveglia e istruita. Anche dalle statistiche si vede che è una generazione ad una scolarità molto alta in assoluto, ed in particolare nel mondo arabo. Eppure le prospettive di lavoro sono bassissime, inadeguate allo studio. In questo mi sento loro fratello: anch'io laureato, 30 e più anni di lavoro di discreto livello, oggi  ho uno status sociale minore di quello di un bidello.
Dell'Egitto: ho avuto l'onore di ascoltare alcuni anni fa una "lezione" del prof. Wael Farouq . Mi ha fatto cadere molti pregiudizi che avevo nei confronti degli islamici. Pensavo che, "bloccati" dal Corano, gli islamici fossero magari anche persone pie e guidate ad una vita onesta, ma non "colte", come i maestri Zen o i vari "dottori della Chiesa" e loro discepoli. Mi ha fatto ricredere. Ora ho letto avidamente le sue interviste che sono riuscito a trovare sui fatti di questi giorni. Immancabilmente redarguisce l'occidente per la sua doppiezza, ambiguità, calcolo degli interessi di bottega sulla pelle dei popoli. (Lo fa in modo molto elegante, me è così).
Ha ragione Pagheremo caro, pagheremo tutto!