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giovedì 27 febbraio 2025

Commento a due articoli - 2 parte

 

Continuo l'analisi di quei due articoli su La civiltà cattolica che mi hanno colpito molto. Del primo ne ho già parlato qui. Ora tocca al secondo, la cui analisi la divido in due puntate: in questa segnalo alcune aporie generali, nella prossima descriverò come questa eresia mi ha toccato personalmente.

Premesso che un piccolissimo fondo di verità può starci: una vita morigerata può evitare alcune conseguenze negative, per esempio se ti ubriachi aumentano le probabilità di avere incidenti. Ma nulla esclude che anche se sei sobrio puoi venir coinvolto lo stesso in un incidente causato da un ubriaco. Superato ciò, la follia di questa posizione ideologica è veramente notevole.


Leggendo l'articolo mi è venuto in mente una delle prime attività di “volontariato” da pensionato, cioè andare a fare da “bidello – accoglienza visitatori” ad una mostra itinerante sul libro di Giobbe a cura di Padre Ignacio Carbajosa, che per un paio di settimane era allestita a Torino. Questo mi diede l'occasione per avvicinarmi ad un pezzo della Bibbia che non avevo mai approfondito. Già solo la meditazione di questo libro biblico, magari facendosi aiutare dal piccolo testo di Padre Nacho o altri, basta a rendere ridicola la posizione del “vangelo della prosperità”. Ridicola perché è quella dei cosiddetti “amici” di Giobbe che di fatto sono ridicoli nella loro drammaticità.

Anni fa lessi un libro molto interessante “The rise of Christianity” di Rodeny Stark. Non ricordo bene certi dettagli, ma descriveva da sociologo il diffondersi del cristianesimo dalla Pentecoste all'Editto di Milano.

Mi aveva colpito che secondo lui un grande aumento della diffusione del cristianesimo era causato dalla peste antonina. I motivi erano due. 

Il primo - non è quello che ci riguarda, ma è interessante - è che sebbene non fossero chiare le cause del male era evidente che fosse contagioso, per cui spesso i malati venivano lasciati soli. Alla mortalità propria del morbo, si aggiungeva la mortalità causata dell'abbandono del malato. I cristiani invece tendevano a non abbandonare amici e parenti: al malato appartenente ad una rete di relazioni cristiana, un piatto di zuppa arrivava, per dire. Questo faceva si che chi apparteneva ad una rete di cristiani, aveva più possibilità di beccarsi il morbo, ma minori di morirne per gli effetti secondari. 

L'altro motivo era ideologico. Nel paganesimo il “sacrificio”,  se il rituale era fatto bene, imprigionava il nume costringendolo ad usare la sua potenza per realizzare quanto richiesto dall'officiante. Per il cristiano invece la volontà di Dio non si può imprigionare: chiedere, affidarsi a Lui ok, ma senza un automatismo rituale -> ottenimento di quanto chiesto. Il morbo fece perdere fiducia nell'efficacia del rito quindi del sistema religioso pagano. Qui si ritorna al paganesimo. Dice il testo dell'articolo

Lo Spirito Santo viene limitato a un potere posto al servizio del benessere individuale. Gesù Cristo ha abbandonato il suo ruolo di Signore per trasformarsi in un debitore di ciascuna delle sue parole. Il Padre è ridotto «a una specie di fattorino cosmico (cosmic bellhop) che si occupa dei bisogni e dei desideri delle sue creature»

Ma se così anche questa religione si approssima alla fine, cioè a qualche "morbo" che dimostrerà l'inconsistenza del rito. (forse per questo tanti negazionisti?)

La terza considerazione riguarda le metastasi di tale pensiero oltre gli USA. L'articolo le descrive bene. Nel mio prossimo post, ne esaminerò una particolarmente cancerogena, ma qui vorrei soffermarmi su un dettaglio ridicolo.L'articolo cita libri dai titoli

Il potere del pensiero positivo,

Cambia i tuoi pensieri e tutto cambierà,

Guida per una vita in positivo.

Le leggi della prosperità.

Come essere un vincitore.

In Italia tempo fa andava di moda  “Le sette regole per avere successo” di tal Stephen Covey. In realtà il libro non è per niente stupido ed il titolo se tradotto meglio suonerebbe “Le sette regole per essere efficaci”: Si nota che l'autore ha un background religioso, ma più simile a Rousseau che al mondo di quell'articolo. Però tra il testo di Covey e quelli degli imbonitori di cui parla l'articolo, quante gradazioni ci sono state ad avere influenzato l' “ideologia” del management in Italia?

Ricordo benissimo certi “manager” ed uno in particolare, molto sensibili a certi aforismi e vanitosi della loro saggezza ritenuta superiore, ebbene erano utenti di qualche biblical snake oil salesman

lunedì 19 giugno 2023

Anche lo Yoga non è più quello di una volta

 

Ho lasciato perdere, con molto dispiacere, un corso di yoga che mi ha veramente deluso.

Avevo iniziato a praticare yoga, se ben ricordo, nel 1979 e allora mia aveva entusiasmato. Poi avevo smesso e ripreso ad intervalli di anni. L'ultimo impatto è stato assolutamente sgradevole.

Innanzitutto lo yoga mi aveva colpito per la sua essenzialità, bastava un piccolo spazio ed essere vestiti comodi: ora ci sono i mattoncini, le cinghie... boh? Andaiamo con ordine.

Avevo iniziato yoga presso l'associazione Italo-indiana. I corsi erano tenuti da indiani. Per me voleva dire scoprire un altro mondo e un altro modo di guardare alla realtà. Un modo fuori dagli schemi meccanicistici dell'occidente. Soprattutto era un modo diverso di guardare a quella macchina inefficiente che era il mio corpo: non sufficientemente alta, non sufficientemente veloce, non sufficientemente forte... con lo yoga il mio corpo non era più una macchina ma è parte di me! Una scoperta fantastica! Già da ragazzino, non so per quale motivo, ero stato visitato dal dott. Marcel Hutter. Non che i genitori mi avessero portato volutamente da lui, forse sostituiva qualcuno o rilasciava qualche certificato, infatti non lo vidi più. Il dottore mi disse di non dar troppo peso a quanto dicono di me i genitori, sulla mia inadeguatezza ai loro schemi, di fregarmene. Fu un' illuminazione, la caduta di un peso! Ma fu solo la pars destruens. Lo yoga mi aveva aiutato ad accettarmi, a ringraziare Dio di avermi creato: così. Tutto sommato belloccio.

Non voluti casi della vita, mi hanno costretto a smettere.  Ho poi ripreso lo Yoga molti anni dopo, ma dopo un po' di anni ho smesso perché l'insegnate era troppo attratto dalle varie correnti new age. Era molto bravo come insegnante di yoga, ma guadagnava di più con corsi di rei-ki e altre ciarlatanerie. Nei primi tempi i suoi momenti di yoga erano veramente belli, ma poi scivolava sempre più in digressioni da “rubrica della psicologa” del settimanale di ricette culinarie.

Nella scuola dove insegnava mia moglie si tenevano corsi di Yoga per insegnanti stressati, ma aperti anche ai famigliari. Mi aggregai. Ebbi un'impressione buona, ma il covid pose fine al breve periodo.

Recentemente nuovo corso da un'altra parte e grande delusione. Yoga dei mattoncini. Yoga performante. Ma quello che maggiormente mi lascia perplesso nel nuovo yoga è che mira all'esatto contrario:

Che io sappia Yoga ha la stessa etimologia sanscrita dell'italiano (l'attuale latino) “giogo” cioè unione. Invece nell'ultimo corso veniva proposto di rimanere concentrati su proprio respiro di non pensare a cosa dovrò fare dopo ecc... cioè “staccarmi”. Invece anche i miei pensieri, le mie preoccupazioni, la mia rabbia e la mia contentezza il mio affetto sono tutto parte di me. Non voglio perdere nulla, ma come nel primo yoga, quello degli indiani, valorizzare tutto. E poi perchè staccare? Così l'io-macchina recupererà energie per migliori performance: Blah!

 

 

 

 

giovedì 20 aprile 2023

Cantata sul balcone ai tempi del Covid

Ai tempi del Covid avevo fatto questa canzone, liberamente ispirata a "The Times They Are a-Changin' di Bob Dylan

In realtà l'ispirazione mi era venuta mentre andavo a suonare in un parco. Vedevo dei vecchi che chiacchieravano seduti su una panchina e pensavo alla polisemia piemontese della parola banca che vuol dire banca come in italiano, ma anche panca o panchina del parco. Inoltre l'espressione "bate ël cul 'sla pera" vuol dire anche fare fallimento, andare a rotoli economicamente, oltre che quello che indica fisicamente.

Testo 

(ammetto che la mia grafia piemontese è approssimativa)

 Madame e monsu che  v'ëncrde arivà

e 'nsima 'dna banca voi seve ënsetà
ël arpos a fà bin, ma esagerè nen
la strà a l'è ancora longa !
Bogeve le ciape e aoseve ën pè
perchè ij temp a cambio torna
 
E voi bogia-nen e voi berboton
che 'v seve ficave për tuti i canton
piantela ëd rumiè, chitè ëd cristonè 
ëncaminè a guardeve ën torn:
distopeve le orije e ëmparè a scotè
perchè ij temp a cambio torna

Ma ël temp cos' a l'è? E già che lo sai!
basta mac che niun ëm lo ciama
Nosgnor a l'ha falo ënsema ël mond
a l'ha nen crealo prima
Mac për l'amor ij son stait ën ritard
Ma ij temp a torno ancora!
 
ël temp a l'è òr, a diso tuti parei
ma la mòrt a veul nen i sòld për scusa
nè coi re nè coi general
la mòrt ha l'ha niun risgoard
Mac  për l'Amor val la pen-a 'd ruschè
quand che ij temp a cambio torna!
 
Madame e monso che seve ënsetà
'v 'n ancòrse nen  che la banca a talòcia
'v arcordo ch' a l'è nen pròpe bel 
volè giù e bate ël cul ën 's na pera 
Bogeve le ciape e aoseve ën pè
perchè ij temp a cambio torna

Traduzione in italiano

Signore e signori che credete di essere arrivati
e sopra una banca/panca voi siete seduti
il riposo fa bene, ma non esagerate!
La strada è ancora lunga
Muovete le chiappe e alzatevi in piedi
Perché i tempi cambiano di nuovo

E voi bogia-nen (intraducibile) e voi brontoloni
che vi siete messi in tutti gli angoli
smettetela di ruminare, cessate di bestemmiare
cominciate a guardarvi attorno
disotturatevi le orecchie e imparate ad ascoltare
Perché i tempi cambiano di nuovo

Ma il tempo che cos'è? E già che lo so!
Basta solo che nessuno me lo chieda
Iddio l'ha fatto insieme al mondo
Non l'ha creato prima
Soltanto per l'Amore sono stato in ritardo
ma i tempi ritornano ancora!

Il tempo è oro! dicono tutti così
ma la morte non vuole i soldi per scusa
nè col Re nè con i generali,
la morte ha nessun riguardo
Solo per Amore val la pena impegnarsi
Quando i tempi cambiano di nuovo

Signore e signori che siete seduti
non vi accorgete che la banca/panca è instabile?
Vi ricordo che non è proprio bello
volare giù e fare fallimento / battere il culo sulla pietra
Muovete le chiappe, alzatevi in piedi
Perché i tempi cambiano di nuovo

Riferimenti
La prima, seconda e quinta strofa sono totalmente di mia invenzione, la terza si riferisce al discorso sull'essenza del tempo di Sant'Agostino, la quarta alla canzone Barun Litrun


 




 

martedì 14 giugno 2022

“Great resignation” della Monaca di Monza

 

Nel mio “Il Santo Evangelo meditatoda un Bottegaio avevo espresso il rammarico che i “Promessi Sposi” non fosse usato come testo di management. In questo periodo sto scrivendo uno dei miei “saggi alternativi” in cui affronto il romanzo da un questo punto di vista. 


 

Non so quando lo finirò.

Mentre lo scrivevo, e rileggevo il romanzo, mi è venuto sotto gli occhi un passo che potrebbe spiegare il fenomeno delle “Great resignation”. Ovviamente non è l'unica spiegazione, ma potrebbe essere un contributo.

La povera Gertrude è ormai monaca, e nel vivere questa condizione non gradita, dice Manzoni:

Qualche consolazione le pareva talvolta di trovar nel comandare, nell'esser corteggiata in monastero, nel ricever visite di complimento da persone di fuori, nello spuntar qualche impegno, nello spendere la sua protezione, nel sentirsi chiamar la signora; ma quali consolazioni!”

Ho conosciuto troppi casi di personaggi impegnati in Bullshit jobs ( per dirla con David Graeber) che trovavano gratificazione nel comandare. Ho visto troppe micro-gerarchie: parcheggi auto dei dipendenti con “classifiche” per cui avere il posto sotto la tettoia o la comodità alla porta principale era un gradino in più di chi la metteva in altri spazi del cortile. Gli spazi degli uffici, la collocazione delle scrivanie, le cassettiere e gli armadi... tutte queste “consolazioni” da “costretta ai voti”. Con il Covid, un po' per lo smartworking che costringe a focalizzarsi sugli obiettivi piuttosto che sulla presenza in opificio, ma soprattutto penso per la sensazione di fragilità, di lampi, magari censurati, ma non eludibili, sul senso della vita, che queste “consolazioni” abbiano perso il loro sapore, si siano come diluite.

Chissà cosa direbbe Manzoni?


giovedì 3 febbraio 2022

Guerra e Pace


 Il periodo di Covid asintomatico, mi ha costretto a terminare la lettura di Guerra e Pace che avevo scaricato sullo smarphone.

Seguono alcuni commenti

La piacevolezza di un libro in lingua straniera, dipende molto dalla capacità del traduttore. La versione di Guerra e Pace che ho letto, l'ho scaricata da “liber-liber” - quindi “gratis”- aveva una traduzione pessima: oltre ad arcaismi e toscanismi che appesantivano la scorrevolezza il  traduttore aveva avuto pure la cattiva idea di italianizzare i nomi dei personaggi: saltavano i patronimici, la flessione del cognome per le donne, e soprattutto venivano orrori come “Melaniuccia” “Demetriuccio”....

Ho notato una notevole comicità nel romanzo. La descrizione di tutti i nobili spiantati che ronzavano intorno al capezzale di uno dei pochi nobili che i soldi li aveva veramente - tanti - e stava morendo; i dialoghi dei nobili nei “salotti” degni de “La cantatrice calva” di Ionesco; le dichiarazioni di patriottismo nei momenti salienti e poi il ritorno alla banalità; i discorsi degli alti ufficiali e politici (che ricordano molto cose già sentite in certe situazioni lavorative!). Comica è la situazione di Boris Drubetskoy che frequentava, ma non era molto convinto, una ricca ereditiera un po' strana: sapendo che stava per arrivare a Mosca Kuragin, reputato un cacciatore di doti, piuttosto che gli averi della fanciulla possano andare a lui, scioglie ogni riserva e la sposa. Il vecchio bizzarro principe Bolkonskj, dopo che i servi hanno spazzato la neve dalla strada, quando ha saputo che sarebbe venuto Kuragin (il padre), fa rimettere la neve sulla strada. Anche certe scene belliche, seppur drammatiche, come la morte di Petja Rostov, hanno una loro “comicità” per la loro irrazionalità e follia. 

Ho trovato molto interessante un tema che piacerebbe ad autori come Niels Pflaeging, Jurgen Appelo, Nassim Taleb, Dario Fabbri e molti altri. L'inconsistenza della figura del “leader” come motore della storia, cioè che le cose avvengano perché un essere “superiore” per qualità intrinseche “decide”, gli altri ubbidiscono e le cose accadono secondo i suoi piani, a meno che si trovi di fronte ad un leader più forte di lui. T. smonta, con il suo narrare, questa supestizione. Si lancia in una digressione bellissima sulla struttura, che noi chiameremmo ad albero, dell'esercito e la sua inadeguatezza a gestire un sistema complesso come una battaglia, dove avvengono tanti piccoli episodi scorrelati tra loro (a quei tempi non esisteva nemmeno la radio) ma la somma di questi porta l'esito, ignoto ai “capi” che si illudono di coordinare e dare ordini.

A Tolstoj stava evidentemente simpatico il generale Kutuzov: lo descrive come un uomo pieno di realismo e lealtà.

Cosa non mi è piaciuto:

1) Ha perso troppo tempo nel cercare di descrivere sensazioni e pensieri interiori dei suoi personaggi.

2) Non mi è piaciuto il finale, perché l'ho trovato troppo prolisso. I due matrimoni, tra i pochi che non sono morti, cioè tra Pierre Bezuchov e Natasha Rostova e tra Nikolaj Rostov e Mar'ja Bolkonskaja potevano essere citati senza perderci troppe pagine. Analogamente per la seconda parte dell'epilogo: tutta l'analisi che fa Tolstoj sul senso della storia, emerge già chiaramente dal romanzo. Poteva magari sottolinearle fra le righe . comunque lo ha fatto - senza scrivere un saggio filosofico che non aggiunge nulla

 

 

domenica 25 luglio 2021

Che cambino mestiere !

  In Italia abbiamo avuto già dei momenti in cui alcune categorie professionali hanno repentinamente cambiato mestiere, buttando l'investimento che avevano fatto nell'approfondimento della loro professionalità.

L'Italia (paese di Enrico Fermi e Ettore Maiorana, tanto per citare qualcuno) nel 1966 raggiunse una produzione di 3,9 miliardi di kWh  di energia elettrica di origine nucleare: era il terzo produttore al mondo. Inutile dire che per i ragazzini più grandicelli di me, quello rappresentava uno sbocco di lavoro futuro. Ma, vuoi per il “caso Ippolito”, vuoi per non so bene cosa, tutto questo know-how si svaporò ben prima di Chernobyl. Anzi, ai tempi dei referendum sul nucleare una delle frasi dei fautori del NO era “Tanto non abbiamo più il know-how necessario e dipenderemmo comunque dall'estero”

Un altro cambio di mestirere lo ricordo benissimo, perchè coinvolto. Negli anni 80 ci fu una terribile fame di persone che operassero nell'informatica. Si buttarono cani e porci: chi si era laureato, magari con tesi su tematiche che avrebbero avuto applicazioni solo più di 20 anni dopo (come chi scrive) o persone che avevano fallito in tutte le altre attività umane, si facevano un corso di COBOL e un posticino lo trovavano. A metà degli anni 90 l'Olivetti scomparve e dall'eccesso di domanda si passò ad un eccesso di offerta, soprattutto in area piemontese. Spesso la selezione darwiniana funzionò al contrario, perchè i più attivi e dinamici lavoravamo in swhouse o freelance ci trovammo fragili come tutele – e il popolino diceva che gli informatici guadagnano tanto – mentre chi si era incollato alla procedura COBOL in Fiat o grosse compagnie, restava al suo posto; anche quando poi dalle procedure COBOL l'azienda fosse passata, per dire a SAP, costoro avevano tutele maggiori.

Molti colleghi cambiarono mestiere, altri regione o nazione, altri, come lo scrivente, modo di lavorare, ma accontentandosi sempre di remunerazioni da bidello e grandi frustrazioni professionali.

Ora, nel contesto della pandemia, sento i grandi problemi degli operatori del turismo e della ristorazione. Non ricordo questa preoccuppazione da parte dei politici e media quando a “cambiare mestiere” erano gli esperti del nucleare e gli informatici.


Premesso che secondo me non esiste una gerarchia nell'importanza dei lavori; premesso che è giusto avere un mix di tutto e non buttarsi sulla monocultura, una domanda la pogno: Per una nazione è più strategico essere all'avanguardia nelle tecnologie emergenti o vivere del voluttuario delle altre nazioni?


Postilla: ho letto dei report della coldiretti che il lockdown con la chiusura dei ristoranti e delle mense aziendali, ha diminuito la richiesta di cibo e vino. Ora, a parte casi di gente caduta in povertà, che comunque l'ultima cosa che taglia è il cibo a costo di servirsi di mense per poveri o del Banco Alimentare e affini, la gente non ha smesso di mangiare. Ne consegue che l'attuale sistema della ristorazione produce scarti, non è ecosostenibile. Mi auguro quindi che i ristoratori almeno cambino il modo di fare il loro mestiere.

lunedì 22 giugno 2020

La Nascita di una Canzone


In un post precedente avevo descritto la composizione di una canzone come “progetto”.
In questo intervento vorrei descriverlo da un punto dal quel punto di vista che certuni potrebbero chiamare ispirazione

Sagra, sagra e altre sagre

Il termine sagra è un termine che richiama alla parola “sacro”. Generalmente si trattava di feste religiose, legate ai culti stagionali, poi cristianizzate in feste di santi, a cui dopo una parte più propriamente cultuale seguiva una parte “ludica”.
Molte sono le sagre di San Rocco, in vari paesi, anche perchè San Rocco ha il buon gusto di cadere in un periodo di ferie. Ho partecipato a molte Sagre di San Lorenzo a Clavais.
Sempre più spesso il lato “sacro” era saltato a piè pari: “La sagra del fugassin” di Borgio, della porchetta di Magliolo, ecc... sebbene fossero a volte gestite da gruppi parrocchiali e i soldi guadagnati devoluti ad opere missionarie. 
La più assurda delle sagre di cui ho visto lo striscione (ma non ci sono andato!) è stata “La tradizionale Sagra del Kiwi”. Io ricordo i primi kiwi quando ero già un ragazzo, sarà stato forse il 1970, e i kiwi, che erano una rarità, allora venivano chiamati “actinidia”. Che lunga tradizione!
Da qui un'ispirazione per il titolo

Tutto il mondo è uguale 1

Zio Franco, grande turista che negli anni 70 visitò ferire dopo ferie, tutte le regioni della Spagna e negli anni 80 tutte le regioni della Francia, negli anni 90 diceva che non glie ne importava nulla di andare nelle grandi città turistiche. "Tanto ci sono orchestrine andine con le penne da pellirossa, gruppi di turisti in coda per fare tutti le stesse foto, venditori di souvenir..." ed in effetti era vero. Ultimamente anche piazza Castello a Torino ha preso questo aspetto. Il clima che se ne respira, per i miei gusti, tutto sommato è divertente: non ha però senso dire “vado a Parigi, a Venezia, a Firenze” bisognerebbe dire "vado in un grande centro turistico” a vedere un certo tipo di paesaggio in cui il “monumentone” sullo sfondo, si chiami Notre Dame o Duomo di Milano o San Marco a Venezia..., è  irrilevante in sé. C'è ed è importante la sua presenza per interpretare la sua parte di oggetto decontestualizzato, come fosse un PDP11 (minicomputer fine anni 70, primi anni 80) in un pollaio.

Tutto il mondo è uguale 2

Sono dispiaciuto che mio figlio non abbia fatto esperienze Erasmus, ma per altri motivi di quello che ufficialmente si dice “così si conoscono persone di altre culture”. Per esperienza personale posso dire che anzi, quello forse è il modo per non conoscere gente diversa. C'è più distanza culturale tra due quartieri socialmente diversi della stessa città (tra la Crocetta e la Falchera Nuova) che tra i campus di due università a mille e più km di distanza

Raduza - Dnes v noci nad svety

Ho imparato a suonare per fisarmonica il brano di cui sopra. Abbastanza semplice come lavorio delle dita, ma interessante dal punto di vista dell'armonia. Ho provato a tradurre il testo con google translator: a parte alcuni risultati bizzarri, mi è sembrato che parlasse di una festa "pubblica", una specie di sagra, ma anche a vedere il modo di cantare della signora Letizia (immagino che il nome Raduza in intaliano corrisponda a Letiza, uno slavologo mi corregga pure) non mi sembra che la festa la rendesse proprio tanto lieta! Pensavo di usare la musica e metterci un testo in italiano di mia invenzione, ma per vari motivo ho desistito all'impresa

 

Rima in è tronca

Da un po' di anni il giorno dell'Assunta io (torinese) mi trovo ad Ovaro (UD) e vado a messa nella Pieve di Santa Maria di Gorto Ogni volta sento il canto "Da font de me anime"
 Un anno il celebrante ha fatto notare che nel testo del vangelo originale Elisabetta non dice, come nella traduzione italiana "il bambino ha esultato nel mio grembo", ma dice "ha danzato nel mio grembo" ed allora concludeva che i nostri magnificat sono spesso ieratici, mentre questo canto in 3/4 invita (il popolano) alla danza
.
Io mi sono insospettito alla rima Iavhè / con te, perchè non mi sembrava molto "popolare" chiamare Dio Iavhè. Ho poi scoperto che don Giuseppe Cargnello, morto alcuni anni fa, pievano della Pieve di Gorto ed etnomusicologo (a lui si devono raccolte di canti in rito partiarchino, ma questo è un altro discorso) aveva trovato la musica registrando tra i paesi ed aveva messo queste parole (primi anni 70)
Anche a me è piaciuto fare una rima in è tronca un po' strana. Forse ho esagerato perchè la ripeto due volte in ogni ritornello. 

Covid19

Durante il peggior periodo della pandemia, io ero molto connesso con le reti dei miei amici per tenerci compagnia (come non avevamo mai fatto nei periodi normali) e scambiarci testi che ritenevamo validi. A volte erano battute, a volte cose molto serie. 
Mi ha colpito molto la testimonianza di un signore che non conosco, ma era nella rete relazionale di uno nodo della mia rete, che era stato infettato dal virus. Ne era uscito, ma era stato parecchio tempo ricoverato ed aveva sofferto molto. Raccontava di come gli infermieri lo assistevano premurosamente e vedeva queste attenzioni come un segno della presenza di Dio su di lui (e magari gli infermieri non erano neanche “ufficialmente” praticanti...) E che cos'è un incontro più profondo di questo, in un non-luogo come un ospedale?

Riferimenti

Sebbene la musica fosse diversa, nel comporla il pensiero mi è volato ad “Innamorati a Milano” una vecchia canzone cantata da Ornella Vanoni, ma qui non si tratta solo dell'innamoramento con una persona, ma di una possibilità di incontro positivo, che può accadere ovunque.

martedì 2 giugno 2020

2017 - Quasi una preveggenza


Rimettendo a posto i file sul computer ho trovato una lettera che avevo scritto ad un amico che collaborava al Meeting per l'amicizia fra i popoli edizione 2017 il cui titiolo era

Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo


Titolo che mi lasciò piuttosto di stucco. Diedi all'amico questo testo, chiedendogli di farlo avere ai responsabili del meeting

Dopo alcuni episodi, dal crollo del ponte Morandi, al Covid-19, rileggere quanto scrivevo fa uan certa impressione. 

La rendo pubblica sperando in commenti.

Cari amici,
quando ho visto il titolo del prossimo meeting sono rimasto piuttosto sconvolto. Non riporto esattamente la mia esclamazione, perchè probabilmente non capite il piemontese, ma se lo capiste non sarebbe molto fine.
Ovviamente non mi riferisco a mio padre in persona, ma ai “padri”: alla generazione precedente, con l'ovvio limite che non tutti i coetanei condividono gli stessi atteggiamenti e che fenomeni analoghi emergono spesso sfasati nel tempo.

Che cosa ci hanno lasciato, questi padri? Il dato in prima battuta più evidente è un debito pazzesco. In Italia il debito è debito pubblico, in molte altre nazioni il debito è più suddiviso tra pubblico e privati.
Dal debito pubblico io ne sono in qualche modo penalizzato: ho sessant'anni, quarantuno di contributi previdenziali, ho perso il lavoro e ciò non mi basta per andare in pensione: la generazione precedente accedeva alla pensione con molti meno anni di contributi, e soprattutto i loro contributi non incidevano tanto sulla loro paga.

In secondo luogo penso ai danni ambientali, di cui solo a partire dalla fine degli anni settanta, cioè dall'affacciarsi della mia generazione, si è preso coscienza e tra molte contraddizioni, oggi si sta pagando per rimediare a certi guasti e si evitano tecnologie particolarmente inquinanti. Con tutti i limiti e le contraddizioni, va bene, ma una maggiore sensibilità ora c'è.
Poi, non sono un architetto, ma basta sfogliare la cronaca locale, per rendersi conto di quante strutture (scuole, case popolari, ponti...) costruiti negli anni '60 e '70 ora siano gravemente malandate, mentre edifici degli inizi del novecento o forse anche prima reggano meglio gli oltraggi del tempo. Per non parlare dell'amianto: una sede dell'Università di Torino, quella costruita appunto negli anni '60 , recentemente è stata chiusa a lungo per questo motivo.

Non mi dilungo in altri dettagli prosaici. Mi sembra che quella fosse la generazione sognata da John Lennon nella canzone Imagine, sebbene lui la auspicasse per il futuro: “people living for today”. Una generazione che ha costruito molto, in tutti i sensi, ma senza porsi il problema della sostenibilità nel lungo periodo, o meglio, dell'ereditabilità di quello che andava facendo.

Personalmente la cosa che mi aveva sconvolto di più nella mia gioventù, che posso dire durò grosso modo dal 1970 al 1980, era quanto i “padri” sollecitassero ad una grande attenzione al conseguimento immediato di risultati, ma in qualche modo vietassero o almeno sostenessero l'irrilenvanza della ricerca di significati. Era la generazione che aveva vissuto la guerra quando erano ragazzini ed aveva affrontato la gioventù nel periodo della ricostruzione post-bellica. Una ricostruzione che fu per molti legata ad un lavoro di tipo fordista: andava loro benissimo essere ingranaggi di una grande macchina, fare azioni in un flusso di cui sfuggiva la logica, passare otto ore senza senso (otto perchè a loro gli straordinari venivano pagati!) perchè il senso stava nel progredire: dall'uscire dalla fame al comprasi la casa, dalla casa alla vespa dalla vespa alla cinquecento, alle vacanze al mare, allo sciare d'inverno... oppure nella carriera: nel passare vice capo-gruppo e poi a capo-guppo e poi a vice capo-settore a capo-settore ed altri microgradini della scala aziendale, che gratificavano la persona per l'insulsaggine delle otto ore e davano ancor più opportunità alla via consumista. Ma questo approccio, basato sulle cosiddette motivazioni estrinseche, è evidentemente insostenibile!

Nella mia ricerca spasmodica di senso ricordo quanto inseguissi, per usare una terminologia sentita dire dal psicoterapeuta Claudio Risè, dei “padri simbolici”: tutte le voci che in qualche modo erano dissonanti con l'ideologia dell'american way of life. Innanzitutto le letture: a quindici anni leggevo Vance Packard, a sedici Ivan Illich. Con i gruppi di ispirazione marxista - nella mia scuola era presente Lotta Continua e il bibliotecario era Marco Donat-Cattin - mi trovavano in sintonia per quanto riguarda la “pars destruens”, cioè nel riscontrare inadeguato il “sistema” ma mi sembravano scarsi nella ricerca di un significato. Insomma, per me erano troppo “moderati”, troppo poco radicalmente alternativi. Ero affascinato anche dalle religioni dell'oriente, ma la bibliteca del Liceo era poco fornita su quel tema.

Sia nel mio caso, sia per molti dei coetanei che frequentavo, la ricerca di un “significato” ed il tentativo di rischiare per seguirlo era per lo più osteggiato dalle famiglie, indipendentemente dal quale fosse questo “significato” ed indipendentemente dall'etichetta ideologica-culturale delle famiglie.
Ho letto di recente un giudizio del già citato Risè sul 68 – che come ho detto all'inizio per me è cominciato dal 1970 con il liceo.
“Il ‘68, che si è a volte autopresentato come rivolta contro il padre, è stato invece, a livello profondo, anche una sorta di grido di aiuto verso il padre, affinché questi smettesse di crogiolarsi nell’autocontemplazione narcisistica già imperante nell’Occidente secolarizzato e si facesse interprete della necessità di “liberazione” dei giovani dall’ideologia della soddisfazione del bisogno che si intuiva già imperante allora e ancor più nei decenni a venire. Questo richiamo non fu naturalmente accolto da padri già compromessi, anche moralmente e culturalmente, dall’edonismo di massa. La società dei consumi e delle pulsioni fu anzi ulteriormente rafforzata, coinvolgendovi il più possibile anche i nuovi ribelli e decapitando le loro spinte ideali e potenzialità spirituali. Capitalismo edonista e burocrazie politiche marxiste si impegnarono con successo a far naufragare nell’opulenza e nell’immagine la spinta ideale di un’intera generazione, peraltro già confusa di suo.” Quasi una mia biografia.

Salto un episodio drammatico, per non essere troppo autobiografico, ma superai l'idea del suicidio causata da quel'episodio, uccidendo mentalmente il mondo: mi buttai nella lettura di tutti i testi di futurologi catastrofisti che trovavo, che allora si chiamavano per esempio Roberto Vacca, Aurelio Peccei ed il Rapporto Meadows. Su questo ci torno più avanti.

Il caso, o meglio Dio che guida anche il caso, volle che incontrassi dei figli di un “padre simbolico” che testimoniava la presenza di un significato: conobbi persone che seguivano don Giussani. Ricordo ancora l'emozione di quando lessi che biasimava un testo di letteratura in cui si riteneva che le tematiche di Leopardi fossero “indiscriminata velleità riflessiva degli adolescenti” mentre don Giussani le riteneva fondamentali, o quando lo sentii ripetere quello che avevo già sentito citare nel Vangelo, “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde se stesso?” ma con un accento tale che mi fece decidere “Questa è la strada da seguire!”.
Non che le scelte politiche e le analisi sociologiche di CL mi sembrassero sempre azzeccatissime (anzi!) ma il “punto fondamentale”, il “granello di senape da cui lasciare crescere l'albero” era quello giusto.

Oggi, citando Papa Francesco, si dice che “non siamo in un epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d'epoca”. Giustissimo, ma è come se le premesse ci fossero già state tutte. Nessuna delle previsioni dei futurologi catastrofisti che avevo letto da ragazzo si è poi verificata così come era stata predetta, ma era ovvio che la costruzione, peraltro distruttiva di quello che precedeva, fatta dai “living for today” non avrebbe potuto durare.

Paradossalmente, questi padri che si limitavano a far figli ma non eredi, che innescavano “bombe a orologeria” ci hanno involontariamente lasciato un'eredità, cioè un compito. Come in questo periodo di terremoti in Italia, ci rendiamo conto della bellezza di certi borghi, per lo più sconosciuti, solo al crollo degli edifici che manifestavano tale bellezza, così al crollo che vediamo di tutta una serie di evidenze e modalità di relazioni, occorre scoprire il granello di senape, in dotazione di “padri simbolici” che si muovevano contro-corrente, come fiumi carsici o meglio, usando l'immagine di Papa Francesco, in periferia. Mi auguro che il Meeting ci possa aiutare in questo.