Ho
terminato di leggere un libro avuto in prestito. Oltre quattrocento pagine di
lettura molto scorrevole ed interessante, almeno per me per diversi
motivi: sono torinese e l'autore,
Giancarlo Michellone, era stato l'amministratore delegato
del
Centro Ricerche Fiat anche nel periodo in cui ho lavorato,
purtroppo come esterno e non come dipendente.
Si
tratta di una specie di diario che va dal 1966 al 1970 con qualche
nota sul prima per inquadrare il contesto, e sul dopo per farci
sapere “come andrà a finire”. Le tematiche oltre alle vicende
personali – matrimonio e nascita dei figli – che l'autore cita
con molta riservatezza, sono il suo lavoro in FIAT e le vicende del
suo paese, Cambiano, nella seconda cintura di Torino, di cui, sebbene
con riluttanza è stato anche sindaco.
Negli
anni sessanta nella cintura di Torino c'è stato un grande incremento
della popolazione, dovuto alla crescita industriale. Una conseguenza è
stata una grande speculazione edilizia che scaricava i costi
dell'urbanizzazione (fognature, acquedotto, illuminazione stradale,
scuole elementari...) sulle amministrazioni locali. Sparso un po' in
tutto il testo si trovano le battaglie sostenute dalla giunta
comunale per mantenere a Cambiano una “crescita sostenibile”, scontrandosi
anche contro pressioni di certi portatori di interessi che superavano
i limiti della legalità.
Il mondo FIAT che
descrive è un isola felice, per certi versi simile al Centro
Ricerche FIAT, ben lontana dalla produzione, dalla famigerata “catena
di montaggio”. Si trattava del settore “Esperienze” (in cui
lavorava anche mio suocero). In quel periodo l'autore si occupava
dell'antiskid, un sistema che si prefiggeva di ottimizzare le
frenate, soprattutto su terreni gelati, bagnati o comunque non bene
aderenti e magari con aderenze diverse sulle ruote. Tematica
interessante perché è probabilmente stata la prima applicazione
dell'elettronica e della meccanica insieme. Inoltre ha implicato
un'organizzazione del lavoro dove i portatori di competenze diverse
collaboravano in team multidisiplinari e questo scardinava un po' la
suddivisione burocratica dell'azienda.
Non sottolineo
altro ma lascio al lettore il piacere di addentrarsi in questa
storia.
Parallelamente
alla gestazione dell'antiskid, troviamo il racconto delle turbolenze
sociali di quegli anni. Anche qui non mi dilungo e passo a
considerazioni più personali.
Era la prima
applicazione dell'elettronica a bordo veicolo, evidentemente, perché
non erano state previste interferenze dei campi magnetici sui
dispositivi. Per fortuna degli sviluppatori, non potendo più provare il sistema sui prototipi al
Sestriere come avevano fatto alcune volte, decisero di provare nella collina torinese, nella piazza vicino al Faro della
Vittoria, non distante dai numerosi ripetitori, allora penso della
RAI. Lì il comportamento del sistema diventava misteriosamente “assurdo”. La
spiegazione del fenomeno - i campi magnetici dei ripetitori "disturbano" le componenti elettroniche di bordo - viene in mente ed apre una nuova sfida da affrontare. Quante volte, in occasioni ovviamente diverse, è
capitato anche a me di dire: “È andata bene che questo caso non
previsto è venuto fuori nei test e non dopo il rilascio del sistema!”
Quello che non
capisco è che verso la fine del libro si racconta di un antiskid della
concorrenza, montato su un mezzo "di serie" in funzione, che ha un grave problema
causato proprio da interferenze simili. Possibile che la protezione
dalle interferenze non fosse diventata una caratteristica necessaria
per l'omologazione?
Ho apprezzato
molto anche la ricchezza linguistica. Sono molte le frasi in piemontese
riportate, ma, seppur in misura minore, c'era anche il veneto di
Zottarel, l'inglese, qualcosa in francese e nache una frase multilingue di
un greco.
Giancarlo
Michellone era l'amministratore delegato al CRF, ma non ho mai avuto
contatti diretti con lui (a parte l'omaggio di un trolley fatto anche
a me come componente di un team che aveva lavorato sulla funzione di
“evasione ostacolo”)
Conosco il figlio
Gianluca di cui il testo cita la nascita ed i pianti notturni.
Ho conosciuto
invece l'ing. Mario Palazzetti, che progettava le prime schede
elettroniche a bordo veicolo. Quando lo conobbi era un vecchio
signore ormai “consulente” del Centro Ricerche. Non collaboravo
direttamente con lui, ma mi è capitato di andare a pranzo insieme in mensa ed era un conversatore interessante.
Sono stato anche al brindisi di inizio pensione di Ezio Lendaro.
Ovviamente
Zottarel, il collaudatore spericolato, non l'ho conosciuto, ma guarda caso, anche il driver con cui
ho fatto molti test e acquisizione dati era un ex-paracadutista. Non
nella Folgore, ma negli Alpini Paracadutisti. Evidentemente per fare
quel lavoro occorre una certa forma mentis.
Ultimo ricordo.
Nel libro si cita un certo ing. Ravizza che nel 1970 aveva
quarant'anni. Mio padre, negli ultimi giorni della sua vita, ogni
tanto si immaginava di essere in situazioni evidentemente accadute in
passato e parlava anche dell'ing. Ravizza. Ora in Torino, di Ravizza,
ingegneri nati intorno agli anni '30 non penso che ce ne fossero
molti. Chissà se era lui ?