L'autore è un sarcerdote che, soprattutto in un certo periodo, per me è stato un punto di riferimento molto importante.
Questo libro l'avevo regalato qualche anno fa a mia madre, pensando di chiederglielo in prestito o leggerne qualche pagina quando sarei andato a trovarla. Le cose sono andate diversamente. Nel non piacevole compito di svuotare la casa dei genitori, che per un bel po' di tempo è stata anche la mia, ho ritrovato questo libro che ho letto.
Giudizio: molto bello soprattutto nella prima parte.
Presenta la Torino di inizio ottocento con tutte le contraddizioni e i problemi sociali di quel periodo.
Presenta la figura dei Marchesi di Barolo (Carlo Tancredi e Giulia) che sono "figli della loro epoca": noi immaginiamo in quel periodo da un lato codini reazionari clericali filo-restaurazione e da un altro laici giacobini progressisti anticlericali ecc... Invece quei due sono cattolici ferventi e nello stesso tempo, educati alla corte napoleonica, avevano una profonda cultura illuministica e cosmopolita.
Tornati a Torino sono colpiti appunto da varie contraddizioni e mettono a disposizione la loro ricchezza materiale, la loro cultura e soprattutto la loro umanità.
Interessante e vedere come le loro opere si intrecciassero con altre persone della Torino di allora, quella per dirla con un termine ormai noto, la Torino dei Santi Sociali.
Bello notare che Carlo Tancredi osservava come in altri paesi, altre realtà cercavano di affrontare problemi analoghi, quale quella che oggi si chiama la dispersione scolastica. Prende spunto anche da Metodisti e Calvinisti.
Più avanti invece parla della loro spiritualità, citanto ampie pagine di loro scritti. Un rapporto con il mistero di Dio, da un punto di vista lessicale molto lontano dalla mia sensibilità. Sinceramente preferico la sintesi stringata di fr. Adrien Candiard o anche l'essenzialità dei testi degli ultimi pontefici. Quel lessico o quel periodare ottocentesco è un po' strano, ma scavando nel significato profondo non si può che restare affascinati da questa coppia di "venerabili".
Il testo termina poi con la testimonianza di persone che attualmente sono implicate in opere nate della loro carità.
Un dettaglio appena accennato, che mi piace sottolineare: è vero che Lombroso avrebbe operato mezzo secolo dopo, ma già allora era in voga una sentire di una specie di predestinazione sociale e morale quasi automatica, come se certe persone fossero destinate alla miseria o alla malavita. Invece i Barolo erano assolutamente convinti delle potenzilità positive delle persone che però avevano bisogno di un ambiente che permettesse loro di uscire dall'analfabetismo, di sapersi relazionare, conoscere norme igieniche ecc...

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