martedì 14 giugno 2022

“Great resignation” della Monaca di Monza

 

Nel mio “Il Santo Evangelo meditatoda un Bottegaio avevo espresso il rammarico che i “Promessi Sposi” non fosse usato come testo di management. In questo periodo sto scrivendo uno dei miei “saggi alternativi” in cui affronto il romanzo da un questo punto di vista. 


 

Non so quando lo finirò.

Mentre lo scrivevo, e rileggevo il romanzo, mi è venuto sotto gli occhi un passo che potrebbe spiegare il fenomeno delle “Great resignation”. Ovviamente non è l'unica spiegazione, ma potrebbe essere un contributo.

La povera Gertrude è ormai monaca, e nel vivere questa condizione non gradita, dice Manzoni:

Qualche consolazione le pareva talvolta di trovar nel comandare, nell'esser corteggiata in monastero, nel ricever visite di complimento da persone di fuori, nello spuntar qualche impegno, nello spendere la sua protezione, nel sentirsi chiamar la signora; ma quali consolazioni!”

Ho conosciuto troppi casi di personaggi impegnati in Bullshit jobs ( per dirla con David Graeber) che trovavano gratificazione nel comandare. Ho visto troppe micro-gerarchie: parcheggi auto dei dipendenti con “classifiche” per cui avere il posto sotto la tettoia o la comodità alla porta principale era un gradino in più di chi la metteva in altri spazi del cortile. Gli spazi degli uffici, la collocazione delle scrivanie, le cassettiere e gli armadi... tutte queste “consolazioni” da “costretta ai voti”. Con il Covid, un po' per lo smartworking che costringe a focalizzarsi sugli obiettivi piuttosto che sulla presenza in opificio, ma soprattutto penso per la sensazione di fragilità, di lampi, magari censurati, ma non eludibili, sul senso della vita, che queste “consolazioni” abbiano perso il loro sapore, si siano come diluite.

Chissà cosa direbbe Manzoni?


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